home chi sono archivio



Xinjiang, nella Nuova era
non c’è spazio per le forze del male né per le lacrime
del coccodrillo yankee

“Tutti gli individui coinvolti in attività terroristiche e infettati dalle tre forze del male devono consegnarsi agli organi giudiziari entro 30 giorni e confessare i loro crimini”. Così l’ultimatum pubblicato ieri su WeChat (il Twitter cinese) dalle autorità della città di Hami, nel nord-est del Xinjiang, la regione a maggioranza musulmana dove da mesi è in corso una vasta campagna repressiva. In cambio, il governo locale promette “clemenza” per chi è in contatto con gruppi terroristici stranieri, utilizza software per aggirare la censura su internet, impedisce ad altri di guardare la tv, bere alcolici, fumare sigarette o danzare durante i matrimoni…

 

Queste ultime disposizioni arrivano mentre non si placano le polemiche sui campi di rieducazione politica per la popolazione locale (in maggioranza di etnia uigura) svelati da un rapporto del Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni razziali delle Nazioni Unite del 29 agosto scorso, strutture di cui Pechino ha prima negato l’esistenza, qualificandole in seguito come “campi di avviamento professionale per un’educazione ideologica anti-estremista”.

In un discorso del 4 ottobre scorso, il vice presidente Usa Mike Pence – la cui amministrazione continua a mantenere aperta l’infame galera di Guantanamo e conduce guerre senza regole contro i fondamentalisti in Afghanistan, Iraq, Siria… – aveva denunciato che “i sopravvissuti dei campi hanno descritto le loro esperienze come un tentativo deliberato da parte di Pechino di strangolare la cultura uigura ed estirpare la fede islamica”.

 

La settimana scorsa un gruppo di parlamentari statunitensi ha presentato un progetto di legge che invita il presidente Trump a convincere il suo omologo cinese, Xi Jinping, a “chiudere immediatamente i campi di rieducazione politica”. La proposta annovera tra le possibili rappresaglie anche sanzioni contro il segretario regionale del Partito, nonché membro del Politburo, Chen Quanguo, “accusato in maniera credibile come responsabile di violazioni dei diritti umani nel Xinjiang”.

 

Il 5 luglio 2009, Urumqi fu teatro di una manifestazione uigura durante la quale rimasero uccise almeno 197 persone, la maggior parte delle quali cinesi di etnia han accoltellati o linciati dai dimostranti. Il 1 marzo 2014 a Kunming (il capoluogo della provincia meridionale dello Yunnan) un commando di uiguri assaltò a coltellate i pendolari in fila nella locale stazione ferroviaria, uccidendone 31 e ferendone un centinaio.

 

Incurante delle critiche di chi evidentemente ritiene a dettare le regole della cosiddetta “guerra al terrorismo” possa essere solo l’Occidente, Pechino mira a cancellare dalla Nuova era proclamata da Xi quelle che ha bollato come “le tre forze del male”: separatismo, estremismo e terrorismo… con ogni mezzo necessario. A sostegno della sua azione, Pechino ha lanciato l’allarme su tremila cinesi di etnia uigura che combattono o hanno combattuto tra Iraq e Siria: alcuni di loro potrebbero rientrare attraversando la frontiera pakistana o quella afghana o “attivare” i loro contatti all’interno del Xinjiang.

 

Il rovescio della medaglia di queste politiche securitarie è lo sviluppo di una rete infrastrutturale che dovrebbe aprire al mondo quella che rimane una delle aree più remote e depresse del Paese.

 

Da quando, nel 2013, Xi annunciò il progetto di una Nuova via della Seta (Belt and Road Initiative, Bri), il Xinjiang si è trasformato in una rampa di lancio per i commerci cinesi attraverso l’Asia Centrale e l’Europa.
In questo ambito la Commissione Nazionale per le Riforme e lo Sviluppo (Ndrc) ha approvato ieri un progetto da 6 miliardi di dollari per l’allargamento dell’aeroporto internazionale “Diwopu” di Urumqi. Secondo i piani della Ndrc, i lavori (che prevedono, tra l’altro, un nuovo terminal da 500.000 metri quadrati e due nuove piste) andranno avanti fino al 2030, quando vi transiteranno ogni anno 63 milioni di passeggeri e 750 mila tonnellate di merci.
A trainare lo sviluppo di Urumqi dovrebbe contribuire la crescita del commercio elettronico transfrontaliero nelle aree centro-occidentali della Cina. Nell’agosto scorso, il primo cargo 747-400 F ha collegato Urumqi con Liegi, la città belga dove Alibaba dovrebbe aprire presto un suo hub logistico.

 

Il Xinjiang è la più estesa tra le province e le regioni autonome della Cina, ma anche una delle più povere, soprattutto a sud del deserto del Taklamakan, dove si concentra la maggior parte dei contadini uiguri.

L’economia regionale ha registrato l’anno scorso un Prodotto interno lordo pari a 144 miliardi di dollari, con una crescita (+7,6%) più elevata della media nazionale (+6,9%).