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Xinjiang, gli autogol del partito nella campagna contro l’islam radicato

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Anche la pratica religiosa e le manifestazioni di fede saranno oggetto di revisione normativa, all’interno della più complessiva riforma del sistema giuridico cinese. Lo ha annunciato Ma Mingcheng, vice direttore dell’Assemblea del Popolo del Xinjiang e direttore della relativa Commissione per gli affari legislativi.

“Non solo ‘stato di diritto’, ma anche ‘Xinjiang governato dal diritto’ – 不论是依法治国,还是依法治疆 bulun shi yifa zhiguo, haishi yifa zhijiang. (…) La revisione delle norme che regolano le pratiche religiose nella regione autonoma – spiega Ma – prevede misure importanti per migliorare l’applicazione e lo sviluppo delle leggi. Le decisioni prese a livello nazionale devono fungere da guida per la creazione di uno stato di diritto, per un Xinjiang governato dalla legge, e promuovere lo sviluppo di una regione autonoma dove viga la legalità, nonché rafforzare la capacità di gestire la società a livello locale, modernizzando l’attuale sistema burocratico.”

Questo uno degli stralci del discorso pronunciato da Ma Mingcheng all’undicesima conferenza della dodicesima Assemblea del Popolo del Xinjiang, svoltasi a Urumqi il 28 novembre scorso, riportati dal Xinjiang Daily del 30 novembre. In quella sede si è deliberato sul “Regolamento relativo agli affari religiosi della regione autonoma”. “Al momento – dichiara Ma – a fronte di una situazione sempre più seria e complessa in Xinjiang, dove è in corso una campagna contro il separatismo, e in particolare di problematiche urgenti nella gestione della pratica religiosa che hanno a che fare con la posizione geografica di confine della regione, abbiamo dovuto rivedere con urgenza i vecchi regolamenti, che da ora in poi non solo promuoveranno la costruzione di un Xinjiang governato dalla legge, ma saranno funzionali alla stabilità sociale e alla pace di lungo periodo nella regione, dove avranno un’importanza fondamentale nonché un’influenza lunga e profonda.”

 

Il nuovo “Regolamento relativo agli affari religiosi della regione autonoma” del Xinjiang, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2015, è stato arricchito da 18 commi, di cui dieci indicano chiare responsabilità legali. Inoltre, i punti oscuri presenti nel regolamento originario sono stati chiariti, in particolare quelli che riguardano la corrispondenza tra reati e pene. Le nuove norme proibiscono a organizzazioni e individui di utilizzare pubblicazioni digitali, rete internet, telefoni cellulari, dispositivi portatili per ascoltare, guardare, memorizzare, raccogliere, produrre, replicare e trasmettere materiale dal contenuto che danneggi l’unità nazionale e la stabilità sociale, che istighi all’odio e alla discriminazione etnica, e che in qualche modo danneggi l’unità tra i popoli di ogni etnia (民族团结 minzu tuanjie).

 

Controllare per laicizzare (o, almeno, per provarci)

Alcune violazioni prevedono il carcere, altre un’ammenda pecuniaria che varia dai 5.000 ai 30.000 yuan. Secondo l’analisi apparsa sul Quotidiano del Popolo del 30 novembre, da 20 anni a questa parte la regione sta attraversando una fase nuova, e gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione oggi sono stati usati come piattaforme per diffondere video di propaganda jihadista, nonché – secondo Pechino – per far sì che la religione intralci le attività lavorative e politiche della popolazione uigura.

 

Dalla lettura dei giornali cinesi emerge il piano del governo: costruire un’intelaiatura giuridica più chiara, regolamenti più strutturati, nonché figure professionali adeguate per la gestione della giustizia, per contrastare gli abusi di potere dei quadri locali, migliorare la gestione delle crescenti tensioni generate da cambiamenti economici e sociali troppo rapidi, e di quelle che emergono a causa di una diversa concezione della vita quotidiana da parte delle due nazionalità maggioritarie nel Xinjiang, la popolazione islamica uigura (46% della popolazione totale) e quella laica degli han (40%).

Il progetto consiste nell’applicare nella regione uno standard giuridico valido in tutto il paese, in uno sforzo di centralizzazione e controllo più capillare, nonché di eliminazione dell’élite religiosa clandestina e spesso più riconosciuta di quella che rappresenta l’Islam patriottico (la religione di stato – un mix di Islam e marxismo – promossa da Pechino).

La necessità di arrivare a gestire gli angoli di una regione remota, e le molteplici sfaccettature di una società tradizionale estremamente restia al controllo di Pechino, è evidenziata dal recente invio di 3.000 ex soldati per la protezione delle comunità locali, e dalla “campagna di massa” (群众路线 qunzhong luxian), lanciata nel Xinjiang nel marzo del 2014, che porterà 200.000 funzionari governativi a vivere nelle comunità di base. Quest’anno sono stati spediti 75.000 quadri, un terzo dei quali nei villaggi rurali del Xinjiang meridionale, dove vivranno per un anno. Come sostiene James Leibold – studioso di minoranze etniche in Cina presso la La Trobe University in Australia – “saranno gli occhi e le orecchie del Partito e garantiranno l’applicazione delle politiche a livello locale”.

 

Cancellare le tradizioni locali, l’illusione-autogol di Pechino

Nella grande Regione “autonoma” del nord-ovest intanto si susseguono attacchi che la stampa cinese definisce “terroristici”, e che – per una serie di motivi, non ultimo il fatto che si svolgono, regolarmente, secondo lo stesso modus operandi, in diverse aree della regione – fanno pensare che alla loro base ci sia un progetto. L’ultimo raid a Shache/Yakand il 28 novembre scorso, in cui hanno perso la vita 15 persone, si inserisce in un contesto di continui scontri, nelle strade di città e villaggi del Xinjiang. Il tutto proprio mentre le autorità (con il sostegno di una parte della società uigura, soprattutto funzionari governativi) sono impegnate a regolamentare e controllare sempre di più le attività religiose, e a diffondere l’ideologia del Partito e un modello di vita che non abbia al centro la religione.

A questo punto è legittimo chiedersi se i funzionari che disegnano e applicano le politiche del Partito nel Xinjiang abbiano un’idea su come relazionarsi a fenomeni quali l’Islam familiare, le madrassa clandestine, l’insegnamento del Corano ai minori, l’autorità di figure religiose locali non riconosciute come imam, sheik (guardiani dei mazar, i cimiteri) e guaritori. Questo mondo di fede, che ha radici lontane, soprattutto nel substrato sufi delle credenze e tradizioni locali, ha delle figure religiose sue, e permea e scandisce la vita quotidiana, è l’unico sistema di riferimento che gli uiguri che vivono nelle realtà rurali riconoscono, ed è considerato “illegale” (非法 feifa) da Pechino, la cui leadership non riesce a comprendere che non sono i video jihadisti a mettere al centro la religione nella vita delle persone, ma che l’Islam locale, con i suoi riferimenti anche politici, è sempre e comunque al centro della vita delle persone, e, nella scala di valori, viene prima dell’ideologia del Pcc.

 

Mentre una parte di uiguri istruiti – ancora marginale nella società del Xinjiang – teme il pensiero estremista, quelli che vengono chiamati dagli uiguri stessi – forse impropriamente – salafi e wahabi parlano la stessa lingua della gran parte della società uigura, si presentano come “fratelli” e fanno leva su una fede comune fortissima. E sembrano decisamente più convincenti dei fautori dell’Islam patriottico. Nel momento in cui vengono arrestati madri e padri di famiglia perché in possesso di libri o nastri con preghiere, o perché insegnano il Corano ai minori di 18 anni, o perché pregano cinque volte al giorno interrompendo per qualche minuto le rispettive attività lavorative, Pechino segna un autogol. Non sarebbe più opportuno cercare un modo di comunicare con quelle figure di riferimento che, a livello locale e anche nazionale, sono riconosciute dalla popolazione e vedono in qualche modo messa in dubbio la propria autorità?