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L’ora delle scelte di Mr. Xi




Xi Jinping, Joe Hsu

Xi Jinping, Joe Hsu

 

L’abolizione del limite di due mandati per la presidenza cinese ha diffuso nel mondo un’onda sismica, suscitando un dibattito globale sul revival della politica dell’uomo forte nella seconda economia del pianeta. La questione ha anche dominato la copertura mediatica dell’Assemblea nazionale del popolo (ANP), l’assemblea legislativa, la cui sessione annuale si è chiusa a Pechino il 20 marzo scorso.

 

L’argomento a sostegno dell’audace mossa del presidente Xi Jinping è che “tutto deve cambiare affinché nulla cambi”: in altre parole si tratterebbe dell’offerta di un paio di mani affidabili per varare le molto discusse e rinviate riforme economiche per centrare l’obiettivo di Xi del “rinnovamento della nazione”.

Il ritmo vorticoso dei cambiamenti imposti da Xi ha tenuto impegnati gli analisti a decifrare che tipo di Cina egli voglia guidare, ma gli osservatori dovrebbero sapere che ci vorrà del tempo prima che le conseguenze del suo nuovo profilo si manifestino appieno. Tuttavia alcuni elementi appaiono già ora più chiari.

 

A giudicare dai risultati di questo conclave, l’agenda politica di Xi continua a essere caratterizzata da molti elementi distinti. Repressione ideologica, riorganizzazioni istituzionali e grandi ambizioni di potenza internazionale coesistono con la continuazione della campagna contro la corruzione dilagante nel Partito. Ma, in prospettiva, saranno due i parametri per giudicare la leadership di Xi rispetto a quelle di Mao Zedondg e di Deng Xiaoping.

 

Anzitutto sarà l’economia il terreno sul quale la sua fama si consoliderà o crollerà. La trasformazione della Cina, da centro di manifattura a basso costo a potenza tecnologica innovativa, resta in cima alle priorità di Xi.

 

Ed è probabile che la governance economica di Xi non cambi, nonostante la rimozione del limite di due mandati: continuerà a insistere nel “ridurre i principali rischi finanziari”e nella “riforma delle aziende di Stato (SOE)”, due elementi sui quali – nell’ambito della politica della cosiddetta “riforma dell’offerta” – non è riuscito a ottenere risultati nei suoi primi cinque anni al comando.
La nomina di Liu He a vice premier e un nuovo governatore della Banca centrale forniranno all’Amministrazione Xi una spinta positiva per la ristrutturazione dell’economia. La reputazione di entrambi sarà determinata dal successo o meno nell’attuazione di questa agenda.

 

Sulla riforma delle SOE, alcuni indizi sono arrivati dalla vistosa esclusione di tutti gli amministratori delegati delle grandi aziende di Stato dal Comitato centrale del Partito comunista cinese nel Congresso dell’ottobre scorso. Ciò indica che il loro status nel Partito è stato declassato da Xi e dalla sua squadra, dal momento che una posizione nel partito è più importante dei loro incarichi professionali. La rimozione di questo ostacolo renderà a Xi molto più facile andare avanti con la riforma delle SOE.

 

Finora, le SOE hanno potuto limitarsi in molti casi a esprimere un consenso soltanto apparente all’agenda riformista di Pechino. Ora invece sia la neonata Commissione nazionale di sorveglianza, sia la Authority bancaria e assicurativa dovrebbero avere come primo obiettivo proprio le SOE, fornendo in questo modo altri strumenti per metterle in riga.

 

Come risultato c’è da aspettarsi una pioggia d’investimenti all’estero da parte delle stesse SOE e prestiti ottenuti delle banche di Stato, con la firma “Belt and Road Initiative” apposta da Xi. Ciò sottrarrebbe risorse al mercato e al controllo dei pianificatori del governo.

 

La spinta a tagliare l’eccesso di capacità produttiva delle SOE meno produttive potrà suscitare sporadici appelli alla responsabilità sociale da parte delle aziende colpite, nel tentativo di mantenere i livelli occupazionali. Xi quindi dovrà quindi soppesare attentamente la capacità dell’opinione pubblica di tollerare sofferenze economiche e costi sociali conseguenza dalla riforma delle SOE.

 

Koi carp, Guangzhou, Winniepix

Koi carp, Guangzhou, Winniepix

 

Il secondo parametro in base al quale giudicare i prossimi cinque anni di Xi è se le istituzioni del governo cinese saranno in grado di assumere il ruolo internazionale di potenza globale mentre, allo stesso tempo, dovranno attuare il loro programma di riforme economiche in patria.

 

Ciò include un riordino della burocrazia per coordinare meglio la politica estera, che è cominciato con la creazione della State International Development Agency, e la possibile fusione tra lo Office of the Central Leading Group on Foreign Affairs e lo International Liaison Department del Partito comunista. Tuttavia ciò non rappresenta che un punto di partenza.

 

Le burocrazie di Pechino e delle province traggono origine fondamentalmente da un approccio sinocentrico al mondo. Guidate principalmente da impulsi isolazionisti, e intese prima di tutto a soddisfare pressanti bisogni interni, è quasi impossibile per vari ministeri vedere gli interessi nazionali della Cina nello stesso modo o parlare con una sola voce.

 

Pechino dovrà essere pienamente consapevole che, con le sue parole e le sue azioni, non deve limitarsi a trattare le economie emergenti e le grandi potenze soltanto come mezzi per soddisfare le necessità economiche della Cina. Se la Cina continua a comportarsi in questo modo, ciò potrà suscitare reazioni negative che tenderanno ad isolarla.

 

Il resto del mondo ha ancora un interesse profondo nei confronti di una Cina orientata alle riforme. Ma la decisione di Xi di abolire il limite di due mandati presidenziali ha fatto svanire la speranza delle élite occidentali di una Cina che sperimenti una transizione democratica. Eppure anche molti dei suoi critici più accaniti sembrano riconoscere che una Cina più turbolenta potrebbe non essere un partner più facile né più collaborativo.

 

Xi sta accelerando la costruzione di una Cina a sua immagine. Tuttavia, la mancanza di freni istituzionali e di opinioni differenti crea il pericolo che l’arroganza infetti la governance. L’esercizio della leadership attraverso il controllo non ha una storia gloriosa alle spalle.

 

Xi ritiene che spingere la Cina in un ruolo di leadership globale richieda grandi riforme economiche all’interno, per realizzare le quali sarebbe necessario un accentramento di potere nelle sue mani. Il rischio è che dando a se stesso tali poteri abbia già e continui a suscitare l’effetto collaterale di danneggiare la reputazione della Cina a livello internazionale e mettere in pericolo i risultati raggiunti in politica estera.

 

Sia in patria che all’estero, la sorprendente decisione di abolire il limite di due mandati verrà giudicata dai suoi risultati.

 

 

Yu Jie è a capo di “China Foresight” presso LSE IDEAS, il think tank di politica estera della London School of Economics


Yu Jie è tra i docenti della summer school “Understanding Global China” organizzata dal Centro Studi sulla Cina Contemporanea (CSCC) e dalla School of Government dell’Università LUISS Guido Carli, che si svolgerà a Roma dal 9 al 20 luglio 2018



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