Partito

Xi lancia partito del popolo:
vita migliore, socialismo poi




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Con l’atteso discorso del segretario generale e presidente della Repubblica popolare Xi Jinping si è aperto questa mattina a Pechino il 19° Congresso del Partito comunista cinese, un congresso di metà mandato, che serve soprattutto a sancire, in patria e all’estero, il consolidamento del potere di Xi, da cinque anni leader di una nazione in ascesa.
Nella Grande sala del popolo, nel cuore della capitale, il sessantaquattrenne Xi ha parlato per tre ore e mezza davanti a 2.300 delegati riuniti per rinnovare il Comitato centrale, il Politburo e il Comitato permanete del Politburo, gli organismi che prendono le decisioni più importanti nella seconda economia del Pianeta.
Il discorso di Xi – una sorta di programma di governo fino allo scadere del suo incarico nel 2022 – è stato incentrato sulla “visione strategica per sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era”, quella in cui la crescita non è più a doppia cifra come nel lungo periodo tra l’inizio delle riforme di Deng e il 2012.

 

Come indicato dal premier Li Keqiang nel marzo scorso, ora si punta a un più modesto 6,5%, il Pil più basso dell’ultimo quarto di secolo.
Xi ha riassunto così il principale problema del Partito: “La contraddizione che dobbiamo affrontare è quella tra uno sviluppo inadeguato e squilibrato e la sempre maggiore richiesta di una vita migliore da parte della popolazione”.

 

Lo slogan chiave – utilizzato da Xi 14 volte – è stato “una vita migliore”, promessa da un Partito, secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, “con un approccio incentrato sul popolo”.

Secondo le statistiche ufficiali, durante i suoi primi cinque anni al timone della Cina, 60 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà e sono stati creati 13 milioni di lavori urbani.

 

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“L’apertura ci garantirà il progresso, mentre l’isolamento fa rimanere indietro”. “La porta della Cina non verrà chiusa, al contrario sarà ancora più aperta – ha promesso Xi per rassicurare investitori esteri e istituzioni internazionali -. Promuoveremo la competizione e lo sviluppo delle imprese private”.

 

Ma le aziende di Stato rimarranno uno dei cardini del sistema, perché – ha aggiunto il presidente cinese – l’obiettivo non è quello di ridimensionarle, ma di renderle “competitive a livello globale”.

 

Quello verso un “grande paese socialista moderno” tracciato oggi da Xi è un percorso in due tappe.

Xi ha previsto che la “modernizzazione socialista di base” verrà raggiunta tra il 2020 e il 2035, quando si potranno iniziare a raccogliere i frutti del suo piano di aggiornamento industriale “Made in China 2025”. Dal 2035 alla metà del secolo, la Cina diventerà “un grande paese socialista prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e bello”.

 

Ma la Cina – sostiene Xi – è ancora nella tappa primaria del socialismo. Ciò permette alla leadership, all’interno, di rimandare all’infinito il raggiungimento di una società egualitaria, in un paese dove il coefficiente Gini va sempre più in alto.
E sul fronte internazionale, di continuare a presentare la Cina come il maggior paese in sviluppo.

 

Xi ha sottolineato il nuovo status, più forte e assertivo, di una paese che ha appena inaugurato la sua prima base militare all’estero (a Gibuti) e che è il primo partner commerciale di mezzo mondo: “Non permetteremo a nessuno di danneggiare i nostri interessi”.
Il “ringiovanimento della nazione” e il “sogno cinese” che il presidente sta provando a portare avanti passa attraverso il rafforzamento delle capacità “politiche, teoriche, organizzative” del Partito comunista.

Potrà sembrare un paradosso in un paese ancora relativamente giovane e dove le nuove generazioni tengono in gran conto carriera, ricchezza e famiglia, ma sotto Xi sta provando a farlo in perfetto stile cinese: mischiando – nell’istruzione come nella propaganda – marxismo, confucianesimo, patriottismo e capitalismo.
Un obiettivo, avverte Xi, che “non sarà una passeggiata. Realizzare il nostro grande sogno richiede un grande sforzo”.

 

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Per questo motivo Xi negli ultimi anni ha accentrato nelle sue mani molti incarichi e molto potere, una leadership più forte (contro i poteri periferici delle province e contro gli stessi ministeri) frutto di una scelta collettiva operata dal 18° Congresso del 2012 e non, come lascia intendere il sensazionalismo di certi media, della sete di potere di Xi.

 

 

Per stroncare il malaffare Xi si è servito del suo braccio destro, Wang Qishan, a capo della Commissione centrale di vigilanza. La settimana scorsa, la giustizia parallela del Partito ha pubblicato i dati di cinque anni di campagna contro “mosche e tigri”: sono stati puniti 1.343.000 funzionari locali e 250 “di alto livello”.

 

Il Partito rivendica i suoi successi e l’organizzazione che li ha resi possibili potrebbe rivelarsi alla lunga problematico, perché non ha contrappesi legislativi, né esecutivi, ne giudiziari. Né, tantomeno, nella società civile, quasi azzerata dalla stretta di Xi e compagni.
Nel 2012 i componenti del Comitato permanente sono stati ridotti da nove a sette e negli ultimi anni il presidente è stato messo a capo di una serie di comitati esecutivi.
Negli ultimi cinque anni si sono certamente ridotti gli spazi di libertà dei cinesi: su internet, sempre più controllata e censurata, nella società civile, con chiusure massicce di associazioni non governative, nel mondo del lavoro, con gli scioperi che sembrano ritornati tabù.

 

Tuttavia la storia della Repubblica popolare ha sempre visto l’alternanza di ondate di repressione e liberalizzazione e nulla vieta che, dopo i primi cinque anni, Xi voglia intraprendere qualche moderata apertura in questo campo.



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