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Xi Jinping agli industriali:
seguite l’esempio di Zhang
La rinascita della Cina
viene prima del profitto

Nei marosi e tra le nebbie della guerra commerciale-tecnologica i capitalisti cinesi hanno finalmente un faro su cui contare: il suo nome è Zhang Jian e a indicarlo è stato il “timoniere” Xi Jinping durante un’ispezione nella provincia industriale del Jiangsu. Il modello per tutti gli imprenditori privati cinesi è Zhang Jian, ha decretato giovedì scorso il presidente per il quale la stampa ufficiale usa sempre più spesso gli appellativi coniati per Mao Zedong. L’agenzia “Xinhua” ha ricordato che con le sue aziende Zhang (1853-1926) «giovò alla nazione, migliorò il sistema educativo e promosse servizi sociali». Tanto che – ha suggerito Xi – quello dedicato a Zhang (nella città di Nantong) dovrebbe essere trasformato in uno delle centinaia di musei dove i giovani cinesi vengono educati ad acquisire una «fiducia assoluta nella via, nella teoria, nel sistema e nella cultura del socialismo con caratteristiche cinesi».

 

Ex funzionario imperiale sotto i Qing, dopo la sconfitta della Cina nella guerra con il Giappone (1894-1895), Zhang promosse nel suo Jiangsu una serie d’imprese grazie alle quali intese favorire la modernizzazione del Paese: il cotonificio Dasheng, un frantoio, un mulino a macina, una distilleria, una compagnia di navigazione, un’officina meccanica. Opere – vieppiù importanti in quegli anni di decadenza dell’ultima dinastia – che gli valsero, dopo la Rivoluzione del 1911, la nomina a ministro dell’agricoltura e del commercio. Ma Zhang non avviò soltanto attività imprenditoriali. Fece costruire strade, ospedali, scuole, parchi, orfanatrofi, biblioteche…

 

La morale che il Partito comunista intende diffondere a partire da questa carriera esemplare è la seguente: così come durante il periodo repubblicano Zhang contribuì al progresso della Cina, allo stesso modo i capitalisti della “Nuova era” proclamata da Xi con il XIX Congresso (18-24 ottobre 2017) dovranno aiutare il Paese a raggiungere il traguardo dell’agognata modernizzazione in una fase nella quale le grandi potenze stanno ricorrendo al protezionismo e agli embarghi per frenare la concorrenza cinese, nel 5G come nell’intelligenza artificiale, nel commercio come nella ricerca scientifica.

 

L’esortazione a seguire l’esempio di Zhang Jian (di cui già Mao dichiarò: «Non possiamo dimenticare Zhang Jian quando discutiamo dello sviluppo dell’industria leggera») è arrivata dopo due eventi che, negli ultimi giorni, in Cina hanno suscitato grande clamore.
Prima il blocco all’ultimo istante (il 3 novembre) dell’offerta iniziale d’acquisto (Ipo) della cassaforte finanziaria di Alibaba – Ant Group Co. – con la quale il suo proprietario, Jack Ma, era pronto a raccogliere 37 miliardi di dollari nelle borse di Shanghai e Hong Kong (pochi giorni prima, Ma aveva criticato così l’authority finanziaria cinese: «Non possiamo utilizzare i metodi di ieri per regolare il futuro»).

 

Una settimana più tardi (l’’11 novembre), era stato arrestato – in seguito a una lunga disputa con un’azienda agricola di stato – il re dei maiali della provincia dello Hebei, Sun Dawu, proprietario del Hebei Dawu Agricultural and Animal Husbandry Group. L’anno scorso Sun aveva denunciato che la suina africana avrebbe colpito gli allevamenti cinesi in maniera molto più letale di quanto ammesso dalle autorità.

 

Ma già il 2019 era stato un vero e proprio annus horribilis per i capitalisti cinesi, con la caduta di alcuni tra i cresi più celebri, per scandali di corruzione o sepolti sotto una valanga di debiti.

 

L’altolà a Jack Ma (21° uomo più ricco del mondo nella graduatoria di Forbes) e l’arresto di Sun – dopo vent’anni segnati dall’ingresso degli imprenditori privati nel Partito, con Jiang Zemin, e dal timido tentativo, con Hu Jintao, di correggere le disuguaglianze più macroscopiche prodotte da decenni di crescita incontrollata – confermano che, nella “Nuova era” il pendolo stato-mercato oscilla verso sinistra: i potentati economici non sono più tollerati, e le imprese private devono mettersi al servizio della rinascita nazionale. «A Xi non interessa se sei in una classifica di miliardari – ha spiegato un alto funzionario cinese al “Wall Street Journal” –. Ciò che per lui conta è cosa fai una volta che sei diventato ricco e se i tuoi interessi sono in linea con quelli dello stato».

 

Il settore non pubblico dell’economia cinese (che genera il 60% del prodotto interno lordo e impiega 340 milioni di lavoratori) secondo i dettami della “Nuova era” va guidato a rispettare le direttive del Partito, che ha appena varato la “doppia circolazione”, la strategia del prossimo Piano quinquennale (2021-2025) che punta a far crescere produzione, circolazione e consumi interni, aumentando nello stesso tempo il potere d’acquisto di quei 600 milioni di persone per le quali, finora, il “sogno cinese” è rimasto un sogno.

 

Nel settembre scorso, durante una conferenza del Partito – che negli ultimi anni ha istituito cellule in tutte le imprese private – Xi ha sottolineato che «l’economia non-pubblica è una parte importante del “socialismo di mercato” ed è estremamente importante promuovere uno «sviluppo sano» del settore e del personale che vi lavora. Wang Yang – membro del Comitato permanente dell’Ufficio politico e del Dipartimento di lavoro del Fronte unito – ha aggiunto che dovranno essere migliorati i meccanismi di comunicazione e consultazione tra governo e imprese, per tutelare i diritti e gli interessi delle aziende private.

Fuor di metafora, lo sviluppo economico – anche le mosse di colossi innovativi del settore fin-tech come Ant Group Co. – dovrà seguire sempre di più le direttive del Partito.

 

Michelangelo Cocco è autore di Una Cina “perfetta” La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci editore).