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Tappeto rosso per silicon Xi

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“Painting by Rasim Aksan (Turkey): Paradox, 2011 (Acrylic airbrush on canvas)”, See-ming Lee

 

“Internet è il nuovo motore del futuro economico della Cina e ha un potenziale illimitato”. Con la retorica messianica dei dirigenti dei colossi hi-tech, il 10 settembre scorso Michael Dell ha annunciato un investimento di Dell nella Repubblica popolare di 125 miliardi di dollari per i prossimi cinque anni.

Il direttore esecutivo della terza (dopo Lenovo e Hewlett-Packard) produttrice mondiale di personal computer ha spiegato che la sua azienda “si atterrà al principio ‘In Cina per la Cina’, integrando strettamente le strategie di Dell China con le politiche nazionali per sostenere l’innovazione tecnologica, lo sviluppo economico e la trasformazione industriale della Cina”.

Il 42% delle macchine Dell in Cina ha installato il sistema operativo “NeoKylin”, basato su Linux e co-sviluppato dall’esercito cinese nel tentativo di arginare le intrusioni nemiche: una priorità nazionale dopo che, due anni fa, le rivelazioni dell’ex informatico della CIA, Edward Snowden, portarono a galla il “datagate”, il sistema di cyber-spionaggio internazionale della National Security Agency statunitense.

L’investimento  di Dell – che si intreccerebbe al progetto di Internet+ del governo di Pechino – dovrebbe creare un milione di posti di lavoro in quello che, dopo il Nord America, è il secondo mercato più importante per la multinazionale statunitense che nel gennaio scorso aveva già svelato un accordo con l’azienda di Stato (SOE) China Electronics Corporation e il governo di Guiyang.

 

Pochi giorni prima dell’ultimo annuncio di Dell, i media internazionali avevano rilanciato l’indiscrezione secondo la quale Google, ritiratasi dal mercato cinese nel 2010, potrebbe rientrarvi a breve e avrebbe “un programma dettagliato per mettere su e gestire il suo Play Store a livello locale, e a tal fine ha delle partnership con specifiche aziende cinesi”.

Uscita dalla Cina nel 2010 – dopo ripetuti problemi con la censura e dopo aver denunciato di aver subito un attacco informatico da parte delle autorità – Google tornerebbe alla carica con una versione adattata alle esigenze del governo di Pechino del suo negozio virtuale di app.

Si tratterebbe di un rientro strategico: in questi anni di assenza Google ha perso terreno nei suoi servizi chiave (motore di ricerca e streaming video) rispetto alle cinesi Tencent, Baidu, Alibaba, diventate nel frattempo giganti nazionali grazie anche alla censura nei confronti potenziali competitor stranieri.

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120919-D-BW835-412, Ash Carter

Le mosse di Dell e Google, così come quella di Apple che – dopo aver accettato di installare i suoi server anche in Cina – ha recentemente restituito a Pechino senza batter ciglio 71 milioni di dollari di tasse non pagate – testimoniano dell’appetito delle multinazionali dell’informatica per un mercato che, con i suoi numeri sbalorditivi (668 milioni di utenti internet, 1,3 miliardi di sim card telefoniche attive, milioni di pc e sistemi operativi “insicuri” da sostituire nella pubblica amministrazione) sembra promettere profitti infiniti.

 

Alla vigilia del primo viaggio di Stato di Xi Jinping negli Stati Uniti – che incomincia oggi da Seattle -, la CNN ha scritto che “gli amministratori delegati delle aziende hi-tech sono preoccupati per la mano pesante utilizzata da Pechino nella regolamentazione e censura di internet”. Ma all’appuntamento con il presidente cinese e compagni molti di questi leader aziendali arriveranno (domani) avendo già dimostrato, giorno dopo giorno, di essere pronti ad assecondare le misure e le regole varate da Pechino per difendere il suo cyberspazio.

 

 

Quella di Xi è stata annunciata come una visita di Stato incentrata soprattutto sul commercio (aprire la strada a nuovi accordi) e sul tentativo di rassicurare gli investitori sulla solidità dell’economia cinese nel momento in cui quest’ultima – in linea con la politica del cosiddetto “New Normal” – sta facendo registrare i tassi di crescita (+7,3% nel 2014) più bassi dell’ultimo quarto di secolo.

 

A dargli il benvenuto ufficiale nella città della Silicon Valley e di Boeing oggi ci sarà, assieme all’ex ambasciatore Usa a Pechino Gary Locke, l’amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella. Domani il presidente cinese presenzierà a una tavola rotonda attorno alla quale sederanno 15 ad di multinazionali a stelle e strisce, tra le quali Microsoft, Amazon, IBM, Apple, Cisco. Xi avrà accanto i giganti dell’internet nazionale Baidu, Tencent, Lenovo e Alibaba.

Il capo di quest’ultima – che farà parte della spedizione cinese negli Usa – durante il World Economic Forum svoltosi a Dalian dal 9 all’11 settembre scorso, ha illustrato così la sua visione dell’internet del futuro: “Dovremmo governarla difendendo la sicurezza, la privacy e la proprietà intellettuale – ha dichiarato Jack Ma – dovremmo governarla come uno zoo, nel quale vivono tanti tipi di animali”. Il capo di Alibaba sostiene che “nell’era di internet dovrebbe esserci “un e-WTO, un trattato sottoscritto da imprenditori e sostenuto dai governi”.

 

Nell’attesa di questa “organizzazione mondiale di internet”, Pechino continua a regolamentare il suo cyberspazio in maniera sempre più “scientifica”.

Per chi non vorrà installare i suoi server in Cina come ha fatto Apple, è arrivato negli ultimi giorni un accordo tra il motore di ricerca cinese Baidu e la statunitense CloudFlare: grazie ai servizi di ottimizzazione, consegna e sicurezza di quest’ultima, le aziende straniere che operano in Cina potranno navigare finalmente in maniera veloce e anche gli utenti cinesi che vorranno raggiungere siti e servizi delle imprese straniere potranno farlo senza sudare sette camicie a causa dei rallentamenti dovuti alla censura.

Al seguito di Xi in questa storica quattro giorni di trasferta statunitense dovrebbe esserci anche Lu Wei, il direttore della Cyberspace Administration of China, l’organismo governativo voluto da Xi e istituito nel 2013 che si occupa della supervisione, del controllo e della censura dell’internet cinese.

 

 

“Speriamo che gli Stati Uniti fermino i loro attacchi ingiustificati contro la Cina e inizino un dialogo basato sul rispetto reciproco e costruiscano insieme un cyberspazio pacifico, sicuro aperto e cooperativo”. Così il portavoce del ministero degli esteri di Pechino, Hong Lei, aveva reagito negli ultimi giorni alle accuse del direttore dell’Intelligence nazionale Usa, James Clapper, che sosteneva che Washington debba rafforzare la sicurezza contro gli attacchi informatici lanciati hacker cinesi che negli ultimi mesi avrebbero colpito gli interessi Usa.

Nei giorni scorsi i media statunitensi avevano pubblicato indiscrezioni secondo le quali l’amministrazione Usa, alla vigilia dell’incontro tra Xi e Obama, sarebbe stata intenzionata a sanzionare individui e aziende cinesi accusate di attacchi informatici contro obiettivi commerciali statunitensi (cyberspionaggio).

 

Misure punitive davvero difficili da varare, perché esporrebbero le multinazionali Usa a “rappresaglie” economicamente devastanti, dati gli interessi in campo sommariamente descritti all’inizio di questo articolo. L’incontro di domani (23 settembre) tra Xi e il big business hi-tech Usa – che arriva prima di quello con Obama, il 25 settembre – dovrebbe servire a smorzare le velleità di quei settori della politica Usa fautori della linea dura contro Pechino.

 

 

Secondo quanto riportato negli ultimi giorni dal New York Times – in seguito e intensi negoziati last minute tra le parti – Xi e Obama sarebbero pronti ad annunciare un accordo, al ribasso, che includerebbe soltanto il divieto di condurre attacchi informatici contro centrali elettriche, reti di telefonia mobile e ospedali, ma non metterebbe la prima e la seconda economia del mondo al riparo dallo spionaggio industriale.

Un’intesa sulla base delle linee guida delle Nazioni Unite, che invitano le nazioni a non condurre cyber-attacchi che “danneggino intenzionalmente l’infrastruttura critica o altrimenti compromettano l’uso e l’operatività di infrastrutture fondamentali per fornire servizi ai cittadini”.

Resterebbero esclusi gli attacchi contro le aziende e quelli in periodo di guerra, nell’eventualità della quale l’accordo diverrebbe nullo.

 

Tanto cyber-rumore per nulla? Probabilmente la semplice constatazione che gli interessi economici (anche quello di spiarsi), dall’una e dall’altra parte, per ora prevalgono su una inutile, pericolosa Guerra fredda informatica.