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Windows o iOS? No, COS, il sistema operativo made in China




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Secondo Ni Guangnan, ricercatore cinese e direttore del China Smart Terminal Operating System Industry Alliance, entro il mese di ottobre potrebbe essere lanciato COS (China Operating System), un nuovo sistema operativo completamente made in China. In un articolo recentemente pubblicato su Sina, Ni ha spiegato che finora lo sviluppo di un OS cinese non era mai rientrato nei piani dei leader del governo nazionale. Le cose però potrebbero essere cambiate, anche per effetto della decisione del presidente Xi Jinping, che nei mesi scorsi ha assunto la guida del New Internet Security Group.

Nel gennaio scorso è stata già rilasciata una demo della versione mobile di COS, ma da allora non sono stati annunciati ulteriori sviluppi. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, il progetto ha sofferto sia della mancanza di fondi sia del disaccordo tra gli sviluppatori che “spingevano in diverse direzioni”: si  sta tentando un’alleanza tra e privato e pubblico, cioè tra la società shanghaiese Liantong e l’ISCAS (Institute of Software at the Chinese Academy of Sciences). Ora però lo scenario sembra cambiato e la necessità di un sistema operativo nazionale si è fatta più urgente. A maggio, il governo cinese ha vietato ai dipartimenti statali l’acquisto di Windows 8 e impedito agli uffici pubblici di utilizzare prodotti Apple.

 

In mancanza di alternative, è meglio crearne una (e averne la proprietà intellettuale)

Le ragioni del blocco di Windows e Apple sono state ricondotte alle rivelazioni di Edward Snowden (l’ex ingegnere della National Security Agency statunitense) sullo spionaggio informatico americano nei confronti della Cina e alla conseguente necessità di garantire la sicurezza del Paese. Ma, al di là dei prodotti di Microsoft ed Apple, non c’erano sul mercato buone alternative, ecco perché il governo ha deciso di crearne una.

Il nuovo sistema operativo nascerà, dunque, con la congiuntura favorevole del monopolio sui computer statali, ma questo non garantirà automaticamente il suo successo sul mercato degli utenti privati. Altri tentativi sono già risultati fallimentari. Il primo, della Red Flag, risale al 2000 e portò allo sviluppo di un prodotto che non ha mai varcato le soglie di qualche ufficio governativo. Nel 2009, un altro tentativo della China Mobile si è risolse in una breve avventura sfociata nella creazione di OPhone, una versione modificata di Android, sparita nel nulla un anno dopo.

Nelle dichiarazioni rilasciate ai media cinesi Ni ha affermato: “La nostra chiave del successo risiede in un ambiente che ci aiuti a competere con Google, Apple e Microsoft”. Pechino, da parte sua sta favorendo la competizione bloccando i concorrenti occidentali, per cui ora spetta solo a Ni e al suo team offrire qualcosa di veramente innovativo, cioè un OS con caratteristiche cinesi. Ni ha riferito a Xinhua che “la Cina ha più di una dozzina di sviluppatori OS mobili senza diritti di proprietà intellettuale, perché la loro ricerca si basa su Android”.

Dal video di presentazione della versione mobile, uscito a gennaio, il nuovo sistema operativo era sembrato molto simile ad Android, soprattutto per quanto riguarda lo streaming di contenuti, il multitasking e il remote desktop, ma ora COS aspira a inserirsi nel solco delle grandi rivoluzioni tecnologiche: dopo l’invenzione dei caratteri e quella della stampa, viene presentato come il nuovo sistema di comunicazione del futuro, a lavoro e a casa.

 

Per le aziende tech nazionali, il nuovo software è una grande opportunità

Che si tratti di una reale esigenza di difesa dallo spionaggio informatico internazionale o di una grande manovra commerciale, la nuova “muraglia” difensiva contro le aziende tech straniere potrebbe fare la fortuna delle aziende tech cinesi, a partire dalle leader Lenovo e Huawei fino ad arrivare alle meno conosciute come Aisinio, Yonyou e Heja (fornitori di sistemi gestionali concorrenti di Sap e Oracle), Inspur (produttrice di server), Eastcompeace (produttrice di schede elettroniche) e Zte (accanto a Huawei per prendere il posto di Cisco). L’Ispur, in particolare ha lanciato la campagna “IBM to Inspur” per cercare di attrarre non solo gli attuali clienti IBM ma anche 80 dei suoi migliori talenti. Sia la People’s Bank of China (PBC) che la China Postal Savings Bank (PSBC) hanno già avviato la sostituzione dei loro sistemi informatici.

Tra le aziende più avvantaggiate dalla nuova politica tecnologica potrebbe esserci Lenovo, il primo produttore al mondo di PC dal 2013 e l’unico a vedere ancora una crescita costante delle vendite di pc. In Cina, tutti i computer Lenovo prevedono la possibilità di installare Linux Ubuntu al posto di Windows. Con un’ulteriore spinta da parte del governo, COS potrebbe facilmente essere aggiunto all’elenco di opzioni disponibili.

Anche i produttori di telefoni cinesi stanno rubando quote di mercato ai concorrenti stranieri come Samsung, ma è improbabile che Xiaomi rinunci a MIUI Android, mentre le aziende più vicine al governo centrale, come ZTE e Lenovo, potrebbero essere più disponibili. Ciò che è certo, al di là dei possibili sviluppi, è un nuovo indiscutibile trend: la Cina tecnologica vuole passare dalla produzione all’innovazione. E vuole crearla da sola.

 

 



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