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Il Papa pop e il “presidente di tutto”

Organizzazione gerarchica, segretezza nella selezione dei leader, corruzione, culto della personalità… Secondo Jeffrey Wasserstrom, sono tante le similitudini tra la Chiesa cattolica e il Partito comunista cinese. Il sinologo statunitense coglie l’occasione della sua ultima visita a Roma per tracciare un originale parallelo tra San Pietro e piazza Tiananmen e, soprattutto, tra i due uomini alle prese con l’immane compito di rivitalizzare due istituzioni che governano, ognuna, comunità di oltre 1 miliardo di persone. Al di là della retorica che li descrive entrambi come informali, vicini alla gente comune, Francesco e Xi si stanno dimostrando all’altezza delle attese riformatrici suscitate nell’opinione pubblica mondiale?

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xi jinping, painted portrait _DDC1593, thierry ehrmann

 

Due anni fa, con un commento sul sito di The Atlantic, pubblicai una riflessione – come già fatto prima di me, ad esempio, dal giornalista del Financial Times Richard McGregor — sulle similitudini tra la Chiesa cattolica e il Partito comunista cinese, nonostante le ovvie differenze dottrinarie. L’ispirazione per quell’articolo nacque da un viaggio di una settimana in Asia nel marzo del 2013, proprio nel momento in cui erano uscite, contemporaneamente ma ai lati opposti del mondo, la notizia della probabile ascesa di Xi Jinping da Vice-presidente a Presidente della Repubblica popolare cinese (Rpc), e quella dell’elezione a sorpresa di Papa Francesco, il nuovo capo della Chiesa cattolica.
Due sviluppi che mi hanno spinto, oggi, a rivisitare questo tema: 1) recentemente South China Morning Post ha nominato Xi e Francesco vincitori del premio “Leader of the Year”. Si trattava in realtà di una scusa per pubblicare un articolo, a Capodanno, che elogiava questi due personaggi pubblici, considerati paladini di coraggiose “agende riformiste” (operazione che ha suscitato online commenti positivi, ma anche negativi, con un lettore in particolare che ha equiparato la scelta del quotidiano hongkonghese a quella di Pechino di conferire il Premio Confucio per la Pace 2011 – una sorta di Nobel – a Vladimir Putin).

 

Inoltre, 2) un altro viaggio di una settimana all’estero, questa volta a Roma, mi ha aiutato ad assumere una nuova prospettiva sulla questione. Lo spunto per il mio precedente commento del 2013 era semplice: quel marzo, seguendo le news nella mia stanza d’albergo a Shanghai, in uno stato di confusione dovuto al jet lag, fui colpito da “quanto fosse difficile capire sul momento, facendo zapping da un canale all’altro, o ridestandomi a singhiozzo dal pisolino, se il giornalista stesse parlando di Pechino o di Roma”. In entrambi i casi la notizia riguardava la selezione, in un clima di segretezza, del futuro leader di una comunità di circa 1 miliardo e 200 milioni persone, nonché di una burocrazia fortemente corrotta.

 

Al tempo ci si chiedeva se il nuovo uomo si sarebbe rivelato più “riformatore” del predecessore – Hu Jintao nel caso della Cina, e Papa Benedetto XVI nel caso del Vaticano –, e se il leader precedente si sarebbe veramente ritirato o se avesse invece continuato a esercitare una certa influenza. Conclusi il pezzo facendo notare che alcune delle prime cose fatte da Xi Presidente potevano essere considerate molto simili, quasi viaggiassero in parallelo, a quelle del neo-eletto Papa Francesco. Per esempio, entrambi si stavano comportando in modo da apparire semplici e frugali (con alcune differenze: Xi viaggiava con la moglie, una Peng Liyuan alla moda, disinvolta nei suoi nuovi panni di “First Lady”).

 

La faccia di Francesco sui frigoriferi, i libri di “Xi Dada” ovunque

Oggi, un altro parallelismo evidente mi spinge a riconsiderare questa associazione tra i due leader: il modo in cui il Partito e la Chiesa venerano i loro rispettivi capi. Xi è diventato Segretario generale del Partito molti mesi prima di ascendere alla presidenza. Da allora ha accumulato tanti altri titoli, piuttosto che limitarsi alle due cariche principali (Segretario del Pcc e membro del Comitato permanente dell’Ufficio politico, ndt) e a quella di capo della Commissione militare centrale che avevano accomunato Hu Jintao e Jiang Zemin prima di lui, che l’acuto sinologo australiano Geremie Barmé ha suggerito per Xi un nuovo titolo: “Chairman of Everything”, ovvero “Presidente di tutto”.

I suoi numerosi incarichi vanno considerati insieme a una rinnovata attenzione per il culto della personalità, sì rispetto ai predecessori Hu e Jiang, ma addirittura anche a Deng Xiaoping, il leader più autorevole e riverito dai tempi di Mao Zedong. Uno dei tormentoni lanciati da Xi, “Il sogno cinese”, è il tema di un gran numero di poster affissi ai muri delle città cinesi, e la sua faccia si può vedere dappertutto, incluse le librerie, dove oramai è normale trovare pile di tomi scritti da e su di lui.

 

 

 

 

Giunto a Roma all’inizio di questo mese, non ho potuto fare a meno di ripensare al mio ultimo viaggio in Cina di fine gennaio. Citazioni e immagini del “Presidente di tutto” erano ovunque. A Roma, le immagini dell’attuale Papa erano ugualmente onnipresenti, non solo quando ho visitato Città del Vaticano durante la seconda metà del soggiorno. I chioschi di souvenir e le vetrine dei negozi vicino alle aree turistiche dell’antica Roma sono piene di immagini della faccia di Francesco: sulle targhette magnetiche da appiccicare sui frigoriferi, sulle copertine dei calendari, fino ad arrivare alle rappresentazioni del Papa come un pupazzo con la testa a molla. Nelle fotografie, è rappresentato mentre, con il pollice in su, fa il segno di “ok” a chi lo osserva, per rafforzare l’idea che “Papa Francesco” (in italiano tra virgolette nel testo originale, ndt) sia un uomo informale, un uomo del popolo. Questo repertorio di immagini di un leader religioso spesso chiamato “il Papa del popolo” si associa facilmente ad alcuni dei ritratti della sua controparte cinese, un uomo cui fino a ora si è fatto spesso riferimento con l’espressione “Xi Dada”, “zio Xi”.

 

 
Uno sguardo più attento ai souvenir a tema papale fa emergere un tratto comune delle due organizzazioni che non avevo considerato: i rispettivi leader precedenti non sono venerati nello stesso modo. Ogni Papa viene considerato infallibile quando è al potere, ma così come nella Cina di Xi si vedono più immagini di Mao e Deng, piuttosto che di Hu e Jiang, sono molti di più i ninnoli decorati con le facce di alcuni dei predecessori di Francesco che non con quella di Benedetto XVI. Questo ha a che fare con il fatto che solo alcuni dei Papi precedenti sono diventati santi: due tra i predecessori di Francesco, Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, ce l’hanno fatta. Nel corso della mia visita a Città del Vaticano ho capito che c’è anche un aspetto, di particolare interesse, relativo alle pratiche funerarie. Mentre l’uso comune è quello di seppellire i Papi sotto la Basilica di San Pietro, c’è una seconda sepoltura, connessa alla beatificazione, che prevede che i corpi di Papi “particolamente sacri” siano seppelliti sopra il livello del terreno, in una sezione speciale di quella chiesa imponente.

 

 
Il Partito comunista cinese, essendo un’organizzazione atea, non ha “santi” ufficiali, ovviamente, ma in realtà ha qualcosa di equivalente alla beatificazione. I famosi “martiri rivoluzionari” per esempio: ispirano vari tipi di rappresentazione agiografica, così come per i santi della Chiesa cattolica ci sono statue e monumenti eretti in loro onore. Il modo in cui vengono ricordati alcuni leader cinesi del passato fa pensare ai Papi santificati, oppure, in casi molto rari, questi vengono ricordati dopo il decesso con il titolo onorifico “grande” aggiunto al loro nome. Deng, nonostante qualche azione poco accorta, è stato celebrato post mortem in modi che ci ricordano un Papa diventato santo, con la glorificazione del ruolo avuto nel gettare le basi per il futuro boom economico cinese, l’equivalente del “miracolo” necessario per la beatificazione. Mao, nonostante le terribili conseguenze di alcune delle sue politiche, sarebbe l’ovvio candidato a essere considerato, all’interno del Partito, un “grande” santo. Questo per il ruolo avuto dal Presidente, anche chiamato “Grande timoniere”, nell’ambito della miracolosa Lunga marcia e della fondazione della Repubblica popolare cinese. Vale la pena di notare che solo il suo corpo, e non quello di Deng, giace ora in un mausoleo che funge da luogo di pellegrinaggio nel cuore di Piazza Tiananmen, non lontano dal Monumento degli eroi del popolo – un obelisco circondato da fregi marmorei che vuole essere un omaggio collettivo ai martiri della rivoluzione, coloro che hanno aiutato Mao a compiere i suoi miracoli.

 

Mao si può criticare in privato… guai a parlarne male in pubblico

Le critiche all’operato di Deng vengono spesso tenute sotto controllo: una delle ragioni per cui è considerato tabù discutere pubblicamente del massacro del 4 giugno 1989 è la ripercussione molto negativa di tali discorsi sulla figura di Deng. Ma tutto questo non è nulla se lo paragoniamo a ciò che è considerato blasfemo quando si parla o scrive di Mao. Posso dire di aver raccolto nuove prove, mentre ero a Roma, di questa situazione, cosa in parte dovuta al fatto che Xi ha portato all’esasperazione l’esaltazione di Mao: la notizia di un anchorman della televisione di stato cinese, finito sotto inchiesta per aver insultato il Grande timoniere durante una cena, in un modo che, come Chris Buckley del New York Times ha fatto notare, è abbastanza comune in privato ma è assolutamente proibito in qualsiasi tipo di occasione pubblica.

 
Visitando Città del Vaticano, ho notato una serie di cose che mi hanno portato a paragonarla ai siti considerati laici, ma in realtà sacri, del centro di Pechino. Per esempio, piazza San Pietro e piazza Tiananmen si trovano entrambe vicine a musei. Sono due ampi spazi dove le folle si riuniscono periodicamente in momenti che hanno un importante significato rituale – Pasqua, per esempio, in un caso, e la festa nazionale nell’altro. Nello specifico, le statue di santi allineate sopra piazza San Pietro, che sembrano guardare in basso verso l’obelisco centrale, sono in qualche modo i corrispondenti, decostruiti, delle decorazioni del Monumento agli eroi del popolo di Tiananmen. La differenza principale sta semplicemente nel fatto che, nel caso del monumento pechinese, le immagini dei santi sono scolpite nel marmo sui lati, e non sono fisicamente separate da esso. Forse ciò che più mi ha impressionato, però, è “La scuola di Atene”, una famosa opera di Raffaello nonché uno dei più importanti tesori dei Musei Vaticani. In questo conosciutissimo affresco, che i visitatori si trovano davanti poco prima di entrare nella Cappella Sistina, Raffaello celebra i successi dei grandi pensatori del passato, inclusi i filosofi Socrate, Platone e Aristotele, tutti vissuti secoli prima della nascita di Cristo.
Per capire il perché di questa profonda sensazione che il dipinto ha suscitato in me, devo precisare che due giorni prima di vederlo mi è capitato di pensare alla relazione tra il Pcc e Confucio, vissuto un secolo prima di Socrate. Il saggio cinese era nei miei pensieri per una presentazione che ho fatto sul Movimento degli Ombrelli di Hong Kong presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove sono stato ospitato dal Dipartimento di Studi Orientali. La Sapienza è attualmente sede del più vecchio Istituto Confucio (IC) in Europa, un titolo acquisito recentemente, in seguito alla chiusura del primo IC aperto nel continente, quello di Stoccolma. Essendo arrivato un po’ in anticipo, ho avuto modo di passeggiare nel cortile dell’Istituto di Studi Orientali e di vedere una grande statua di Confucio, una di quelle che si trovano spesso, fuori dalla Cina, dove sono stati aperti gli IC, e qualche volta anche in Cina, per esempio nei campus universitari, vicino alle biblioteche pubbliche, e, anche se solo per un breve periodo, nella stessa piazza Tianamen.

 

 

Avendo visto la statua, ho deciso di cominciare la mia presentazione con una digressione sul mio ultimo libro, “China in the 21st Century: What Everyone Needs to Know”, che comincia con un’analisi dei pensieri di Confucio. Dopo averne parlato, ho continuato il discorso ponendo una domanda, se per caso il Saggio fosse sempre stato riverito in Cina. Non lo è stato. Mao, in realtà, – il leader più famoso e nello stesso tempo più scellerato di quel medesimo Partito Comunista che ora finanzia con orgoglio gli IC in giro per il mondo – era un critico severo di Confucio. Quando era un giovane radicale, ha scritto parole amare su ciò che vedeva come aspetti misogini delle visioni confuciane sulla vita familiare; più tardi, come Presidente della Repubblica popolare cinese, lanciò campagne mirate a far sì che il paese si liberasse di tutto ciò che ancora rimaneva vivo dell’antico spirito confuciano.

 

“La Scuola di Atene” ha modificano la mia prospettiva sul rapporto tra il Pcc e Confucio. Non ci sono state campagne contro Aristotele, simili a quelle che Mao ha lanciato contro Confucio, nella storia della Chiesa, ma ci sono state situazioni in cui la Chiesa antica proibì alcuni dei suoi scritti. Il dipinto di Raffaello ci ricorda, comunque, che durante il Rinascimento proibizioni come queste potevano essere ignorate, così come lo sono le critiche di Confucio da parte di Mao nella Cina di oggi. Il mio tour ai Musei Vaticani mi ha fatto pensare che la mitizzazione di Mao da parte di Xi da una parte, e il suo citare Confucio con approvazione dall’altra, potrebbe in realtà non essere così strano come avevo originariamente pensato.

 

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Al mio ritorno da Roma, ho continuato a pensare a come il Pcc e la Chiesa cattolica venerano i loro rispettivi leader, e se Francesco si sia poi dimostrato all’altezza delle prime aspettative, che lo presentavano con un grosso potenziale riformatore. Ho trovato degli articoli che mi hanno ricordato i modi simili in cui il Papa e il “Presidente di tutto” siano stati concepiti come figure pubbliche. Per esempio, un editoriale del 23 marzo apparso sull’edizione online di The National Catholic Reporter aveva una titolo che si sarebbe potuto facilmente adattare per un pezzo su Xi: “Che tipo di riformatore è Francesco?”. L’articolo comincia con una frase che potrebbe funzionare per un saggio sulla Cina piuttosto che sul Vaticano, semplicemente cambiando un paio di parole: “Qualsiasi valutazione di Papa Francesco, a due anni dalla sua elezione a Papa, dovrebbe ragionevolmente partire dalle aspettative non realistiche e dalla disillusione che spesso nutrono la discussione sul suo essere o meno un vero riformatore”. L’editoriale va avanti spiegando che, mentre Francesco ha fatto dei passi coraggiosi nell’attuare un controllo della burocrazia, parlando invece di questioni come lo status delle donne nella gerarchia ecclesiastica, le sue politiche ci ricordano che i leader sono spesso sia riformatori che difensori della tradizione.
In “Two years into Xi Jinping’s presidency”, un articolo del 2 marzo 2015 apparso su Freedom House, ci si esprime con gli stessi termini sul leader cinese, cominciando così: “Tutte le speranze che il nuovo leader cinese potesse trasformarsi in un riformatore liberale sembra siano svanite”.

 

 

Questo articolo è stato scritto per la pubblicazione simultanea in lingua inglese, sulla Los Angeles Review of Books, e in italiano, su cinaforum