Internazionale

Da Mao a Mao, le sfide
della Cina nell’era globale




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Workers in metal industry, Taixing, Jiangsu Province, China. July 2015, ILO in Asia and the Pacific

 

Wang Hui è uno dei maggiori intellettuali critici in Cina. Figura principale della “nuova sinistra cinese”, nei suoi lavori prova a tracciare una rotta dell’evoluzione intellettuale e politica della Cina contemporanea. Contro la ristrutturazione in senso neoliberale del paese e i suoi propagandisti ufficiali, il lavoro di Wang resta fedele a una prospettiva di sinistra che tiene conto sia della storia, sia delle conseguenze della modernizzazione della Cina.

In questa intervista della rivista Foreign Theoretical Trends, originariamente in cinese e inclusa come appendice del recentemente pubblicato “China’s Twentieth Century”, Wang discute dello sviluppo in Cina e in tutti i sud del mondo, dell’eredità politica e intellettuale del maoismo e delle speranze di un nuovo movimento globale anti-capitalista.

 

 

Foreign Theoretical Trends: L’attuale grave crisi del capitalismo globale rappresenta un punto di svolta storico per la Cina e per il mondo intero. Quali cambiamenti ritiene che questa crisi apporterà all’ordine internazionale? Riguardo alle opzioni della Cina nel nuovo ordine mondiale, c’è chi ritiene che, dal momento che l’importanza della manifattura cinese continua a crescere, ciò potrebbe inserire Pechino nel club degli Stati capitalisti sviluppati. Altri invece sostengono che, a causa delle contraddizioni interne e di quelle globali, Pechino non potrà accedere a quel club ma, al contrario, dovrà affrontare una grave crisi. Di conseguenza, pensano che per la Cina sarebbe meglio aderire alla teoria dei “Tre mondi” degli anni Settanta e promuovere la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Quale strategia internazionale ritiene che il paese dovrebbe adottare in seguito alla crisi finanziaria globale? Quali vecchie e nuove risorse teoretiche dovremmo adottare per trovare nuove possibilità e direzioni relativamente al rapporto tra la Cina e il mondo?

 

Wang Hui: Le vostre domande sono incentrate su “la Cina”, piuttosto che sulle diverse regioni e classi e sui loro rapporti all’interno del paese. Esiste una relazione tra questi due elementi, ma formulare la domanda così come avete fatto presuppone la possibilità che la Cina intraprenda uno sviluppo autonomo, o che la questione sia come Pechino possa perseguire uno sviluppo autonomo. Le istituzioni finanziarie e quelle dei mercati cinesi hanno incontrato gravi difficoltà, che ci stanno costringendo a riconsiderare l’attuale modello di sviluppo. Questo ripensamento è iniziato da qualche tempo, ma non ha ancora prodotto risultati. Non si tratta di una questione intellettuale, al contrario il groviglio di interessi è tale che non c’è modo di tradurre il ripensamento in azioni politiche. Alcuni hanno proposto di accelerare i processi di globalizzazione, le aperture di mercato e le privatizzazioni; altri un socialismo democratico. A mio avviso, la questione fondamentale oggi è se potrà esserci una riforma in senso socialista, se è possibile muoversi in questa direzione. Se la discussione riguarda la direzione da prendere invece che semplici aggiustamenti tecnici, allora si porrà la questione di quali esperienze e pratiche potranno essere mobilitate per dare vita a un nuovo modello di sviluppo.

 

Ma questo è un punto che non riguarda soltanto la Cina. Ad esempio, molti criticano il movimento Occupy Wall Street perché non ha un programma concreto, mentre ciò dimostra proprio che questo movimento sta provando ad affrontare la questione fondamentale della direzione piuttosto che problemi puramente tattici. Il movimento riconosce che quelli di oggi sono problemi sistemici, non individuali (che possono essere risolti con soluzioni tecniche). Il movimento dichiara che noi rappresentiamo il 99% che combatte contro l’1%: in questo modo pone la questione del rapporto tra noi e i nostri avversari, propone un fronte unito e traccia una strategia politica. Ciò non significa che il movimento possa raggiungere rapidamente dei risultati, perché, anzitutto, se una società ha creato un sistema in cui il 99% è contro l’1%, cambiarlo comporterebbe necessariamente il ricorso a una rivoluzione; inoltre, anche se venisse presa in considerazione una rivoluzione, dopo le trasformazioni avvenute alla fine del XX secolo, condizioni, forme e premesse di una rivoluzione sono tutte cambiate completamente. In mancanza di un lungo periodo di preparazione e dell’emergere di una nuova situazione, sarebbe estremamente difficile ottenere una trasformazione fondamentale. Rispetto alle rivoluzioni del XIX e del XX secolo, ora noi viviamo in un periodo post-rivoluzionario. Come dobbiamo analizzare la nostra situazione e quali azioni dobbiamo intraprendere, alla luce dell’attuale crisi di sistema? Questo è il vero problema col quale in molti si stanno confrontando. È la prima volta dalla fine della Guerra fredda che la questione è stata sollevata così direttamente e su scala tanto ampia. Anche se il movimento è in un certo senso immaturo ed embrionale, è molto importante analizzarlo a fondo.

 

La transizione nello sviluppo della Cina attualmente viene formulata nei termini di “miglioramento e aggiornamento” e trasferimento industriale. Dalle primavere arabe a Occupy Wall Street, molti – da punti d’osservazione che esprimono aspirazioni politiche molto diverse tra loro – hanno previsto che una situazione simile si sarebbe verificata in Cina e hanno anche spinto affinché ciò accadesse. Ma, con grande delusione da parte di queste persone, l’attesa “rivoluzione” non si è ancora materializzata in Cina, mentre le rivolte di strada sono già diffuse nelle piazze europee e americane. Perché? Non è che in Cina manchino le contraddizioni sociali e i conflitti o che non ci sia alcun problema nel modello cinese di sviluppo. Piuttosto ciò si spiega con altre due ragioni: anzitutto, il fatto che il paese sia così grande e che le sue regioni si siano sviluppate in maniera diseguale ironicamente ha agito come un tampone nei confronti della crisi finanziaria. Disparità tra diverse regioni, tra città e campagna, tra ricchi e poveri: tutto ciò in Cina ha fornito spazi per dar luogo a degli aggiustamenti. Inoltre il paese si trova da dieci anni in un processo di costante adattamento. Cambiamenti che sono il risultato di una serie di pratiche sociali, tra cui manovre di potere, conflitti sociali, dibattiti pubblici, cambiamenti di politica e così via. Nella società cinese gli esperimenti sociali e i dibattiti sui diversi modelli di sviluppo continuano tuttora. Ciò indica che c’è ancora spazio per una riforma auto-diretta, autonoma. Ma, dal momento che la situazione sta cambiando così rapidamente, se azioni in questa direzione non vengono intraprese immediatamente, questa possibilità può rivelarsi passeggera, svanendo rapidamente. Ma ritengo che introdurre dall’esterno qualcosa di simile a una “rivoluzione colorata” possa portare soltanto il caos e che difficilmente produrrebbe risultati positivi.

 

 

Sono necessarie iniziative decise, ma senza una chiara visione sociopolitica la questione della direzione nella quale andrebbero indirizzati i macro aggiustamenti diventerà sempre più urgente. I dibattiti sul “modello Chongqing” e sul “modello Guangdong” sono andati oltre questi due specifici esperimenti e i loro dettagli tecnici. E anche le discussioni su questi ultimi hanno raggiunto il livello politico. Si tratta di dibattiti nei quali l’interesse delle persone a teorizzare e sviluppare diversi modelli di riforma non mira a esagerare la necessità di applicarli nelle attuali condizioni, ma piuttosto quella di ristabilire gli obiettivi sociali che le riforme dovrebbero conseguire. Per quanto riguarda le strategie di sviluppo, differenti obiettivi provocheranno lotte sociali. Se vogliamo analizzare le opzioni della Cina per il futuro, dobbiamo prendere in considerazione le attuali contraddizioni primarie e secondarie del paese, gli aspetti primari e secondari di queste contraddizioni, come queste contraddizioni si manifestano diversamente all’interno del Paese e sullo scenario internazionale e le dinamiche e le possibilità di una loro evoluzione.

Nei prossimi 20 anni, il processo d'industrializzazione non si fermerà: la Cina è una potenza in ascesa nel capitalismo globale. Crisi e diseguaglianze sono effetti collaterali di questo sviluppo

Le attuali differenze tra le diverse aree del Paese e tra città e zone rurali, nonché le diseguaglianze di ricchezza, fanno sì che ci sia ancora molto spazio per l’aggiornamento e il trasferimento industriale e che i processi di urbanizzazione e industrializzazione possano andare avanti ancora piuttosto a lungo. In seguito alla crisi finanziaria, nell’apparato produttivo cinese è emerso un grande eccesso di capacità e, col restringersi dei mercati internazionali, ora ad essere alimentato è soprattutto quello interno. Nel complesso ritengo che il processo di industrializzazione non si fermerà. E penso anche che la Cina stia intraprendendo un’ascesa all’interno del sistema capitalistico globale destinata a proseguire per i prossimi 20 anni. Crisi, rallentamenti e l’acutizzarsi delle contraddizioni sociali non hanno cambiato la traiettoria del sistema ma, piuttosto, rappresentano suoi effetti collaterali.

 

Per questo motivo non sono d’accordo con chi prevede un crollo della Cina. Credo invece che il paese stia attraversando una fase di ascesa. Questo tuttavia non vuol dire essere d’accordo con l’idea sviluppista secondo la quale la crescita economica risolverà le contraddizioni sociali – io ritengo, al contrario, che l’ascesa della Cina provocherà un loro aumento. Anche se sono stati presi in esame e sperimentati diversi modelli di sviluppo, nonché alcune parziali rettifiche, la sostanza dell’attuale modello non cambierà: le trasformazioni sociali di massa favorite dall’urbanizzazione, lo sviluppo della manifattura con conseguenti conflitti e contraddizioni – soprattutto con riferimento alle differenze tra regioni e a quelle tra città e campagna – non rallenteranno.

In breve, la Cina si affermerà sempre più all’interno del sistema capitalistico mondiale, ma il suo sviluppo economico non implica che le contraddizioni spariranno da sole. Le diseguaglianze sociali permarranno a lungo. L’industrializzazione continua e la massiccia espansione delle aree urbane accresceranno la domanda di energia e di altre risorse e ciò provocherà un’acutizzazione dei conflitti internazionali. Infatti, l’intima relazione tra crescita economica e accumulazione di contraddizioni sociali è da sempre una caratteristica del capitalismo. Il periodo di rapido sviluppo del capitalismo nel XIX secolo e nella prima metà del XX secolo è stato infatti una fase di intensa lotta di classe in Europa e un’epoca storica segnata dai più distruttivi conflitti internazionali.

Dobbiamo studiare le caratteristiche dei conflitti sociali durante i periodi di ascesa e quelli di declino, le differenze tra la Cina e altre economie emergenti e quelle con i paesi euro-americani in termini di traiettorie di cambiamento. I conflitti sociali in Cina potranno aumentare, tuttavia ciò non significherebbe che il Paese sta per crollare, ma che sta migliorando la sua posizione all’interno del sistema mondo. L’acutizzarsi dei conflitti sociali è esattamente la conseguenza di questo processo.

 

 

Ho espresso questa visione oltre un decennio fa, in un momento in cui c’era chi sosteneva che la Cina sarebbe crollata in un futuro prossimo. Poiché la Cina è in ascesa, il suo modello di sviluppo – anche se potrà essere modificato in alcune aree – non subirà cambiamenti sostanziali e quindi è inevitabile che le contraddizioni sociali e di classe si intensificheranno. Se vogliamo cambiare questa situazione, dobbiamo discutere di come cambiare il modello di sviluppo. Senza un cambiamento di orientamento, l’attuale situazione non può cambiare. C’è chi mi giudica ottimista sulle questioni economiche e pessimista su quelle sociali, ma ritengo che sia fuorviante utilizzare i termini “ottimismo” e “pessimismo”. Infatti il cosiddetto “ottimismo” può equivalere a “pessimismo” e viceversa. Il capitale è forte e le relazioni tra interessi diversi sono aggrovigliate in una rete complessa. Pur mettendo l’accento sulle crisi inerenti questo modello, senza l’emergere di una nuova situazione, un cambiamento nella struttura è ancora piuttosto lontano.

 

D’altro canto, il capitalismo globale è caratterizzato da uno sviluppo diseguale che attribuisce un significato speciale alla crescita di alcune regioni. Ad esempio, lo sviluppo della Cina, dell’India, del Brasile e di alcuni paesi africani ha cambiato i rapporti diseguali all’interno del sistema internazionale e ridotto lo status egemonico dell’Europa e degli Stati Uniti. Paesi africani e latinoamericani hanno – finora – accettato con favore il nuovo ruolo della Cina proprio perché l’ascesa di quest’ultima ha destabilizzato la vecchia struttura egemonica. In base alla stessa logica, lo sviluppo di regioni periferiche all’interno della Cina facilita una relazione più equilibrata tra città e campagne e tra le diverse regioni. Lo sviluppo di regioni periferiche è in stretto rapporto col trasferimento industriale. Mentre ciò cambia la vecchia struttura dello sviluppo diseguale, tuttavia non necessita di un cambiamento del modello di sviluppo.

 

Mao Zedong colse le caratteristiche dell’imperialismo del XX secolo: la contraddizione tra il primo e il terzo mondo – che era diventata quella principale -, e la divisione internazionale del lavoro portarono a un cambiamento nella natura della classe sul piano internazionale. In seguito alla divisione internazionale del lavoro, in Cina sono peggiorate le disparità tra le classi e nella società nel suo complesso. Ma queste disparità rappresentano un prodotto della divisione internazionale del lavoro e, come tali, aspetti di più ampie contraddizioni sistemiche. Lo sviluppo diseguale sia a livello internazionale sia nazionale richiede che analizziamo attentamente le contraddizioni principali e la loro evoluzione.

 

Non molto tempo fa, mentre mi preparavo per una discussione sui cambiamenti politici in Cina dopo la Rivoluzione del 1911, ho riletto l’articolo di Mao Zedong del 1926 sulla questione contadina e quello del 1936 sulla guerra anti-giapponese e ho notato che tra i due c’è un’importante differenza. Negli anni ’20, si riteneva generalmente che le guerre tra Stati avessero messo in ombra le guerre civili, vale a dire la lotta di classe. Oggi c’è chi continua ad avere questa visione nazionalista. Mao Zedong non era d’accordo e riteneva che la Prima guerra mondiale avesse dimostrato che il significato della guerra tra Stati impallidisse se paragonato ai conflitti interni agli Stati: la Rivoluzione d’ottobre rappresentava l’esempio migliore di come i conflitti interni potessero determinare eventi internazionali. Mao dunque enfatizzò l’importanza della lotta di classe durante il suo attivismo nel movimento contadino nel 1926. Negli anni ’30, nel pieno di una situazione globale nella quale era imminente un’invasione della Cina da parte del Giappone e si era fatta molto più seria la minaccia del fascismo internazionale, la visione di Mao cambiò ed egli ritenne che la contraddizione si fosse spostata dalla lotta di classe ai conflitti tra nazioni e che, di conseguenza, il Partito comunista avrebbe dovuto impegnarsi non soltanto nella lotta di classe ma anche nella costruzione di un fronte unito. Quindi, all’interno, la cosiddetta “borghesia nazionale” e i proprietari terrieri furono inclusi nel fronte unito. A livello internazionale, i paesi capitalisti impegnati a lottare contro il fascismo vennero inseriti all’interno del fronte unito. Mao non interruppe l’analisi di classe ma ritenne che la contraddizione principale fosse mutata sotto l’impulso di quelle condizioni storiche particolari.

 

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China, tompullen

 

Non è quest’analisi strategica per sé, ma questa metodologia che può tuttora contribuire a spiegare l’ascesa dell’economia cinese. Gli intellettuali cinesi – sia quelli di destra sia quelli di sinistra – non hanno spiegato in maniera soddisfacente questo punto. Mi avete chiesto se la Cina può inserirsi nel club delle nazioni sviluppate seguendo il vecchio percorso di sviluppo. Si tratta di una domanda alla quale è difficile rispondere. Anzitutto, il club dei paesi capitalisti avanzati si fonda su una relazione diseguale tra il Nord globale e il Sud. Per quale motivo la Cina – un paese che ha sofferto a lungo il colonialismo e l’imperialismo e per un certo periodo ha attraversato la strada del socialismo – dovrebbe volersi inserire nel club della classe dominante globale? Non dovrebbe essere questo l’obiettivo dello sviluppo cinese che, al contrario, dovrebbe aiutare a cambiare il rapporto diseguale tra il Nord e il Sud.

Inoltre il club dei paesi capitalisti avanzati è un club economico ma anche politico e per esservi ammessi è necessario superare un “test politico”.

In Russia il sistema politico ha già subito una trasformazione secondo il modello occidentale, ma non ha ancora superato l’esame degli standard occidentali e dunque il paese non ha potuto entrare nel club. La Cina, per quanto riguarda il suo sistema politico e sociale, è diversa dall’Occidente ed è anche un paese asiatico. Nessun paese occidentale pensa davvero che la Cina possa essere ammessa nel suo club. Inoltre, se Pechino possa entrare a farvi parte dipenderà non soltanto dalla situazione interna, ma anche da quella internazionale. Allo “International North South Media Forum” di Ginevra (10-14 ottobre 2011) l’economista indiano Gopalan Balachandran ha sostenuto che lo sviluppo economico dei paesi del gruppo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina, ndt) è molto inferiore a quello dei paesi avanzati. L’Occidente ha iniziato a esagerare enormemente il significato dello sviluppo dei BRIC con l’obiettivo di sottrarsi agli obblighi internazionali che dovrebbe assumersi nei loro confronti. Se la globalizzazione ha cambiato la precedente struttura del Pianeta al punto che la Teoria dei tre mondi non può ritenersi più del tutto adeguata, tuttavia la lotta tra i paesi del Primo mondo e quelli del Terzo mondo – o tra il Nord e il Sud – rappresenta ancora la principale contraddizione quando prendiamo in considerazione i cambiamenti climatici, i problemi energetici e altri negoziati su obblighi internazionali.

 

Certo, diversamente da prima, questa grande contraddizione si sviluppa attorno alla questione di come cambiare il modello di sviluppo a livello globale. La crisi della diseguaglianza nel mondo di oggi ha le sue radici nella relazione Nord-Sud e nella diseguaglianza strutturale inerente a questa relazione. Ci sono pochi dubbi sul fatto che la Cina diventerà la prima economia globale nei prossimi 20 o 30 anni, ma bisogna considerare seriamente le implicazioni di questo evento. Ci sono stati grandi cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro e nella struttura economica globale. Per esempio, gli Stati Uniti rappresentano la maggiore economia mondiale, ma sono un paese debitore. La Cina è povera, ma è un paese creditore. Anche se l’economia cinese diventasse la più grande, i più generali mutamenti strutturali apportati da questo cambiamento potrebbero non essere del tutto vantaggiosi per Pechino.

 

Lo “International North South Media Forum” nell’International Conference Center di Ginevra di quest’anno si è concentrato sui paesi BRICS. Il primo giorno si è discusso di Cina, il secondo di Brasile, il terzo di India, il quarto di Russia e Sudafrica (io ho preso parte alle prime tre sessioni). A ogni paese è stata assegnata una tematica. Quella della Cina era “la fabbrica del mondo”, quella del Brasile “il paniere del cibo del Pianeta” e quella dell’India “l’ufficio del mondo”. Si tratta di tematiche che descrivono una nuova tendenza nella divisione globale del lavoro e l’industrializzazione della Cina rientra davvero bene in questa suddivisione. Contrariamente ad altri paesi che si sono sviluppati tardi, la Cina non è mai stata colonizzata completamente, ha una lunga tradizione agricola e ha esperienza di sviluppo autonomo nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. La sua struttura economica è molto più diversificata di quella di molti paesi in via di sviluppo. In seguito all’indipendenza, molte ex colonie hanno mantenuto economie incentrate su un’unica materia prima, ad esempio il caffè, lo zucchero o il petrolio. Alcuni di questi paesi originariamente avevano un’economia maggiormente diversificata, ma specializzandosi hanno potuto crescere più rapidamente che nel periodo coloniale. Il Brasile e l’Argentina, ad esempio, sono diventati molto rapidamente esportatori agricoli. La loro agricoltura è controllata da aziende monopolistiche ed è diventata parte della divisione globale del lavoro e soggetta al mercato globale. Rispetto ai casi appena citati, l’economia della Cina è diversa e un po’ più stabile e dunque, in caso di crisi dei mercati globali, non crollerebbe immediatamente. Tuttavia l’appellativo “fabbrica del mondo” segnala una tendenza non necessariamente vantaggiosa per la Cina.

L’industrializzazione è necessaria. Ma se verrà legata alla nuova divisione globale del lavoro, allora la Cina – rispetto all’industrializzazione tradizionale – pagherà un prezzo maggiore per quanto riguarda l’esaurimento delle risorse energetiche, lo sfruttamento della manodopera a basso costo, i danni all’ambiente e lo smantellamento delle tutele dei lavoratori.

In Occidente, molti considerano il consumo energetico della Cina, i suoi problemi ambientali e con i lavoratori migranti, lo sfruttamento della manodopera a basso costo, nel contesto dei diritti umani e di una serie di protocolli internazionali, ma non hanno mai indagato la relazione tra questi problemi e il trasferimento dell’industria internazionale. Eppure il legame tra la de-industrializzazione dell’Occidente e l’ascesa della Cina come “fabbrica del mondo” dovrebbe apparire evidente. Cambiamenti climatici, problemi energetici, manodopera a basso costo e anche i meccanismi di oppressione statale sono tutti aspetti integranti della nuova divisione internazionale del lavoro. Il trasferimento dell’industria globale comporta il trasferimento delle contraddizioni sociali verso i paesi in via di sviluppo.

 

Il cambiamento internazionale nell’industria e il cambiamento internazionale nelle relazioni di classe sono molto importanti anche per spiegare i conflitti sociali in Cina. In passato, la lotta di classe si manifestava nelle relazioni capitale-lavoro all’interno di ogni singolo paese. Ma il capitale transnazionale è molto flessibile e gli Stati sono diventati i suoi agenti e comitati. L’aumento della mobilità del capitale e la trans-nazionalizzazione della produzione hanno prodotto questo cambiamento nella forma di una contraddizione tra lavoro e capitale. La relazione tra i due elementi è fortemente influenzata dagli sforzi da parte degli Stati di attrarre capitale e il conflitto tra loro di conseguenza diventa un conflitto tra il lavoro e lo Stato. Nelle condizioni del capitalismo globale, analizzare i conflitti sociali prodotti dal cambiamento internazionale dei rapporti tra le classi implica un riesame dei meccanismi di repressione statale. A differenza del passato, la repressione statale è inestricabilmente legata ai cambiamenti industriali e alla nuova divisione internazionale del lavoro. Esiste una continuità nelle forme di repressione statale, ma il contenuto di quest’ultima è cambiato profondamente. In queste circostanze, analizzare lo spazio della politica e la questione della democrazia rappresenta un problema nuovo.

Produzione, consumo e lavoro sono internazionalizzati. L'autonomia che gli Stati avevano durante la Guerra fredda non è più pensabile: emerge l'esigenza di esplorare nuove forme di autonomia

Torniamo un attimo alla questione della crescita economica e dell’aumento delle contraddizioni sociali. L’ascesa della Cina ha rafforzato la capacità dello Stato di controllare l’intensità dei conflitti sociali. Inoltre, l’entità della crescita economica ha spinto l’intera società ad avere fiducia nel fatto che la situazione attuale si protrarrà nel lungo termine, generando così una percezione di stabilità tra la popolazione. Il collegamento sempre più stretto tra stabilità e crescita implica però una logica pericolosa: se l’economia smettesse di crescere, o nel caso emergessero condizioni nuove, una crisi politica sarebbe a quel punto impossibile da evitare. Più lo Stato dipende dalla crescita per la stabilità, più diventa difficile trasformare il modello di sviluppo. In questo senso, ritengo che affrontare la questione menzionata sopra, ovvero le prospettive di cambiamento sociale in Cina, sia veramente molto urgente.

 

Qual è la strategia che la Cina dovrebbe adottare nel contesto della crisi finanziaria internazionale? Secondo il mio punto di vista dovremmo concepire una strategia di sviluppo autonoma, e liberarci una volta per tutte dalla divisione del lavoro imposta dall’egemonia del capitale. Senza autonomia, non ci può essere alcuna strategia. Ma il concetto di “autonomia” in un contesto globale assume un significato complesso. Produzione, consumo e lavoro sono tutti internazionalizzati. Il tipo di autonomia che gli Stati-nazione potevano ritagliarsi in un contesto di Guerra fredda non è più pensabile, per questo è emersa l’esigenza di esplorare nuove forme di autonomia.

 

Avere una strategia internazionale implica l’elaborazione di una metodologia per gestire i rapporti con Stati Uniti, Europa, America Latina, Africa, e con i paesi confinanti con la Cina, nonché una certa capacità di manovra politica in un mondo dominato dal capitale. Le teorie sulla giustizia sociale, sia da una prospettiva socialdemocratica che da una liberale, sono piuttosto vaghe e incapaci di fornire programmi d’azione. La teoria della dipendenza, così come quella dei Tre mondi, hanno perso la loro efficacia come prospettive generali per analizzare il contesto globale. Per esempio, i rapporti tra Cina e Africa così come quelli di Pechino con i paesi del Sud-est asiatico non possono più essere spiegati attraverso la lente della Conferenza di Bandung. La teoria dei Tre mondi di Mao Zedong ha preso forma nel contesto della Guerra fredda. È soltanto per la presenza di due campi contrapposti dominanti che esisteva una spazio “di mezzo” nel quale i paesi non socialisti del Terzo mondo potessero creare un fronte unito anti-imperialista e anti-egemonico insieme ai paesi socialisti. Questa situazione non esiste più. Sarebbe però un errore ignorare che questa teoria è per noi oggi un’importante fonte di ispirazione.

 

L’opportunismo e il cinismo politico possono solo portare a una perdita di autonomia. Ed è nel rapporto tra la Cina e i paesi sviluppati e in via di sviluppo che la questione dell’autonomia si impone come tema centrale da affrontare. L’indebolimento dell’autonomia ha fatto sì che Pechino mancasse di una strategia internazionale forte e flessibile. Negli ultimi trent’anni l’Occidente è stato al centro di tutte le preoccupazioni: da quelle relative allo Stato a quelle sulla conoscenza. Di conseguenza, a volte le previsioni sono state pessimistiche, altre volte ultra-ottimistiche; in alcuni momenti la Cina è stata considerata impazzita, in altri una realtà in forte espansione. Dopo l’inizio del nuovo secolo, abbiamo vissuto in un’atmosfera di autocompiacimento: c’era chi sosteneva che poiché la Cina era diventata il maggiore paese creditore, gli Stati Uniti non si sarebbero mai permessi di danneggiarla.

 

Oggi, le operazioni degli Stati Uniti nel Mar cinese meridionale hanno fatto sì che i sostenitori di questa visione abbiano dovuto prendere atto del fatto che esiste non soltanto un conflitto di interessi con gli Usa, ma che ci sono anche forti tensioni tra Pechino e i paesi confinanti. Vari paesi del terzo mondo hanno già assunto una posizione critica nei confronti della Cina, proprio a causa dell’egoismo e dell’opportunismo politico cinese. D’altro canto, il comportamento economico di Pechino ha mantenuto l’influenza di alcune pratiche del periodo precedente. Per esempio, diversamente da alcune società occidentali o imprese private in cerca di profitti immediati, le aziende di Stato cinesi generalmente operano in una prospettiva di lungo termine e sono spesso benvenute in Africa e in America Latina. Recentemente un regista inglese ha girato “When China Met Africa”, un docufilm sulle relazioni tra Cina e Zambia. Ho discusso a lungo con lui, e ci siamo trovati d’accordo sul fatto che le imprese di Stato cinesi sono disposte a investire nelle infrastrutture a livello locale – lo stesso non si può dire per quelle europee e statunitensi – e che, anche in termini di profitti, hanno visioni molto ampie e di lungo termine. Questo è impossibile per i paesi occidentali e le loro imprese. Già negli anni ’70 l’Occidente decise che investire nelle infrastrutture di quelle zone avrebbe significato dover affrontare rischi troppo elevati. In questo contesto, il rapporto strategico che la Cina può costruire con i paesi in via di sviluppo è qualcosa su cui varrebbe la pena di riflettere molto bene.

 

 

Foreign Theoretical Trends: Prima dell’attuale crisi internazionale, lei aveva già parlato in modo approfondito di come il capitalismo contemporaneo sia soggetto a crisi – per esempio, molti dei suoi saggi riguardano le contraddizioni inerenti il mondo globalizzato e il neoliberalismo. Quello che lei ha sottolineato è che la tendenza alla depoliticizzazione generata da questi processi ha portato a crescenti diseguaglianze. C’è una connessione logica interna tra le crisi da lei discusse precedentemente e la crisi finanziaria ed economica, ma anche sociale e politica, che il mondo capitalista sta attraversando oggi?

 

Wang Hui: Il processo di globalizzazione neoliberale e la tendenza alla depoliticizzazione in Cina sono connessi con le attuali crisi finanziarie e politiche del capitalismo. In primis, per quanto riguarda la dimensione economica, l’intero sistema capitalista diede il via alla sua svolta neoliberale alla fine degli anni ’70, mentre la stessa tendenza cominciò ad apparire in Cina a metà degli anni ’80 – in particolare in seguito al lancio delle riforme volte a favorire l’urbanizzazione -, si rafforzò dopo il 1989 e ha continuato a manifestarsi fino all’attuale crisi finanziaria. Secondo, se parliamo di sfera politica in senso stretto, il neoliberalismo ha portato con sé un cambiamento importante del significato di “fare politica”, abbattendo la situazione precedente. La politica, sia nei paesi socialisti sia nei sistemi liberal democratici – in particolare quella che ha al centro lo Stato e il partito – sta attraversando, quasi senza eccezioni, una profonda crisi. Questa crisi è caratterizzata principalmente dal collasso della rappresentatività. A causa di ciò, sono finiti in crisi diversi sistemi partitici.
La mancanza di rappresentatività è ormai una caratteristica comune nel contesto politico contemporaneo. Il 18 novembre del 2011 ho partecipato a un dibattito pubblico con il presidente del Partito socialdemocratico tedesco, Sigmar Gabriel, nella sede centrale del Partito. In quell’occasione ho sottolineato che nonostante la grande differenza tra il sistema politico della Cina e quelli dei paesi europei, tutti questi stati stanno attraversando non solo la stessa crisi economica, ma anche la stessa crisi politica, fondamentalmente a causa del crollo della capacità dei loro partiti di rappresentare il popolo. La mia prospettiva è che dovremmo modificare il modo in cui esaminiamo le crisi che le istituzioni politiche stanno attualmente attraversando.

 

Le forme precedenti di analisi politica erano basate su un’opposizione tra due sistemi politici, ovvero un sistema veniva analizzato sulla base delle caratteristiche dell’altro. Ma se esaminiamo le radici della crisi di legittimità, la situazione attuale non può essere più interpretata basandosi sulla differenza tra un sistema e l’altro. L’analisi va portata avanti tenendo conto di un contesto in cui sistemi politici diversi condividono lo stesso problema della crisi di rappresentatività. Il fatto che il crollo della rappresentatività sia comune a tutti i sistemi politici non significa che la vecchia opposizione tra due sistemi sociali sia scomparsa, ma che la trasformazione globale ha portato a un cambiamento nel significato di questa opposizione. L’origine della crisi di rappresentatività va cercata nella sfera politica del neoliberismo, in quanto è una conseguenza della de-politicizzazione, e ha a che fare con la trasformazione fondamentale nella struttura della politica all’interno del contesto capitalista in quanto tale. Gabriel ha sottolineato che il mio porre Europa e Cina sullo stesso piano in termini di analisi critica ha colto di sorpresa molte persone, poiché questa critica è andata dritta al cuore della crisi intellettuale e politica in Europa.

 

Foreign Theoretical Trends: Il capitalismo sta attraversando una crisi molto seria, ma sembra che il movimento anti-capitalista abbia perso la bussola già dagli anni ’70 e ’80. Dopo i cambiamenti radicali in Unione Sovietica e in Europa orientale, non è emersa nessuna prospettiva di lavoro teorica seria ed esaustiva su come analizzare e interpretare la storia del socialismo, né su come trattare i sistemi capitalisti democratici e i loro mercati. Come lei ha più volte sostenuto, il ruolo dell’impianto teorico è estremamente importante. In ogni caso, sembra che le forze anti-capitaliste, dal movimento contro la guerra in Iraq fino a Occupy Wall Street, non sappiano a chi veramente si oppongono, né per cosa stanno combattendo. Si trovano in una sorta di limbo: non credono più nel socialismo tradizionale ma nello stesso tempo la loro resistenza è debole e inefficace nel contesto della democrazia capitalista e del mercato. Lei ha fatto delle profonde riflessioni su queste sfide teoriche, molto serie, che il mondo della sinistra sta affrontando. Come pensa che i movimenti anti-capitalisti possano uscire da questo limbo, esiste un’alternativa ad essi?

 

 

Wang Hui: Non è più possibile per il movimento anticapitalista rimanere fedele al modello di socialismo tradizionale basato sullo Stato-nazione. Di questo dovremmo prendere coscienza una volta per tutte. L’attuale fase della globalizzazione, in particolare la trans-nazionalizzazione della produzione, ha reso minime le possibilità di ritornare alla logica dei vecchi Stati. Lo Stato è un’entità spaziale nel quale le lotte si esprimono, e anche la questione dell’autonomia si esplicita a livello di Stato. Se osserviamo la situazione dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, realtà che soffrono di ingerenze esterne, possiamo capire che la questione dello Stato non può essere assolutamente considerata irrilevante, al contrario di quanto molti hanno sostenuto. È per questo motivo che sostengo che bisogna analizzare il concetto di autonomia e di stato nel contesto della globalizzazione.

 

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Zebra Crossing Yunshan Road, Jinqiao, Pudong, Shanghai, China, hans-johnson

 

Il movimento anti-capitalista sta attraversando una fase di cambiamenti. Il movimento Occupy Wall Street ha sollevato la questione della natura sistemica della crisi in modo onesto ma, allo stesso tempo, ha mostrato la propria debolezza, non avendo ancora elaborato una strategia efficace. Possiamo dunque riassumere la situazione soffermandoci su alcuni punti: prima di tutto, dopo il fallimento di una serie di movimenti volti a riformare il neoliberismo, è emersa un’ondata di protesta che si oppone al sistema in quanto tale, un movimento che si è mostrato come globale e incostante allo stesso tempo. Il suo essere globale è chiaro nel momento in cui si è espresso in Medio Oriente, Nord Africa, America Latina, Asia, Stati Uniti ed Europa. È incostante poiché i vari movimenti, nonostante siano collegati, variano nella forma, a seconda delle condizioni sociali, regionali, economiche e politico-culturali. Per esempio, in Egitto le proteste sono esplose in un contesto di alti tassi di disoccupazione causati dalla crisi finanziaria globale, una povertà diffusa e prolungata nel tempo, e un alto grado di corruzione: fenomeni diffusi e di vecchia data, comuni a varie regioni. Ma, a parte questi fattori, il movimento in Egitto era anche diretto contro un sistema politico caratterizzato da decenni di dittatura poliziesca e da un ordine imposto da Stati Uniti e Israele, così come dall’esistenza di un movimento islamico, ed è per tutto questo che può essere definito un movimento anti-sistema. Il movimento emerso nelle società musulmane ha stimolato ed esplicitato un’energia religiosa che, anche se non rappresenta una nuova forza politica, può trasformarsi in una nuova energia politica.

 

Il riemergere della religione nella sfera politica è qualcosa che non riguarda esclusivamente il mondo arabo, ma anche l’Africa e l’Europa. In realtà anche la Cina sta affrontando un problema complesso che ha a che fare con le religioni, ma la maggiore contraddizione sociale è ancora di natura economica e politica. Attraverso un lungo processo di rivoluzione e costruzione, la Cina ha dato vita a un sistema economico nazionale relativamente indipendente e autonomo e, anche in seguito al processo di riforme e apertura dell’epoca di Deng Xiaoping – che ha permesso a Pechino di affacciarsi al mondo globale – la sua relativa indipendenza (così come i suoi squilibri interni) è ancora evidente. Alcuni giorni fa il movimento Occupy Wall Street ha mobilitato da venti a trentamila persone che hanno marciato da New York a Washington DC. Il tentativo di questo movimento sembra essere quello di rendere esplicita la relazione tra le istituzioni economiche e quelle politiche, in un sistema capitalista. La retorica dell’opposizione tra il 99% e l’1% della popolazione mondiale sottintende anche un elemento di classe sociale, ma ovviamente il vecchio modello dei movimenti di classe non è più adeguato per analizzare Occupy Wall Street. La mia opinione è che dobbiamo porre una questione concettuale sull’orientamento generale che il movimento intende dare alle sue analisi sul sistema. Nello stesso tempo, è molto importante porre la massima attenzione alle diseguaglianze che esistono nel mondo, sia tra regioni che all’interno dei vari paesi.

 

La Cina sta attraversando un processo di industrializzazione e urbanizzazione su larga scala, e le differenze tra mondo urbano e mondo rurale, nonché le contraddizioni di classe, rimangono caratteristiche molto importanti del panorama sociale ed economico nazionale. Se vogliamo veramente arrivare ad attivare i “cinque meccanismi di coordinamento”, dobbiamo cambiare il modello di sviluppo, cambiare la direzione delle riforme e rafforzare la capacità della società e dello Stato di concepire una strategia di sviluppo per la Cina. Con l’urbanizzazione su larga scala collegata all’industrializzazione, e le relazioni città-campagna collegate alla formazione di una nuova classe di lavoratori, diventa cruciale considerare come risolvere la contraddizione città-campagna in un contesto di urbanizzazione di massa. Come ho già accennato prima, l’espansione dell’economia cinese è collegata alla nuova divisione globale del lavoro. La sua profonda dipendenza dal consumo di energia e dal lavoro a basso costo non può essere spiegata esclusivamente dalle dinamiche del contesto cinese, ma indubbiamente contribuirà all’incremento di conflitti interni. Se la posizione cinese nel contesto della divisione globale del lavoro non cambia, il conflitto sociale e la mancanza di eguaglianza non possono essere risolti.

 

Come è possibile concepire una strategia di sviluppo indipendente all’interno di un sistema globalizzato? Nel contesto del capitalismo globale e della divisione globale del lavoro, non possiamo ideare una strategia veramente efficace se dimentichiamo le condizioni peculiari che riguardano ogni società e il relativo posizionamento internazionale. Nel suo lavoro “Sulla guerra di lunga durata”, Mao sostiene che per vincere una guerra si deve necessariamente considerare queste tre situazioni: quella del nemico, la nostra, e quella del campo di battaglia. Qual è la situazione del nemico, quale la nostra situazione, e quali sono le condizioni obiettive del campo di battaglia? Solo rispondendo a queste domande possiamo capire quale strategia dovremmo adottare.

 

Partendo da questa prospettiva, prima di tutto dovremmo analizzare il capitalismo finanziario e la nuova divisione globale del lavoro, nonché le relazioni internazionali, quelle regionali, di classe e sociali prodotte dalla nuova divisione del lavoro. Per quanto riguarda i nostri avversari, possiamo dire che i paesi sviluppati sono in grado di avviare un processo di re-industrializzazione? In caso di risposta affermativa, che cosa significherebbe questo per noi? E se la risposta fosse invece “no”, a quale tipo di situazione ci troveremo di fronte? In un contesto di crisi, quali cambiamenti ci dobbiamo aspettare nelle relazioni politiche e militari? La Cina è un paese in via di sviluppo che sta crescendo in modo diseguale, e i suoi rapporti con gli altri paesi nella regione sono complessi. Che rapporto c’è tra questi squilibri e la sostenibilità della sua crescita? Le zone costiere del paese stanno subendo, più delle altre, un profondo contraccolpo a causa della crisi internazionale. Molte attività industriali si stanno spostando verso le aree interne, e in questo senso si può dire che la crescita delle regioni interne è stata di grande aiuto nell’alleviare gli effetti della crisi economica. Basti pensare che i tassi di crescita della Mongolia Interna e di altre regioni e province cinesi sono ora più alti di quelli delle aree costiere. Questo è un effetto dello sviluppo diseguale. Ma con il trasferimento delle industrie, la crisi ha raggiunto anche queste aree. Le diseguaglianze che permangono in Cina fanno sì che il paese abbia più carte da giocare, rispetto a economie minori, nel momento in cui è necessario far fronte a una crisi economica. Le ampie zone rurali e la numerosa popolazione che le abita rappresentano uno spazio per lenire gli effetti della crisi.

 

 

Il lavoro di Philip Huang sul valore dei terreni a Chongqing sottolinea proprio questo. Secondo la sua analisi, non c’è dubbio sul fatto che i prezzi dei terreni a Chongqing aumenteranno più velocemente dei salari. Molti a sinistra potrebbero non essere d’accordo e considerare questa analisi come propensa a sostenere un modello di sviluppo basato sull’urbanizzazione. Ma questo lavoro è basato sulle diseguaglianze nello sviluppo della Cina e ha un certo significato per la nostra metodologia. Questo non significa che gli squilibri regionali possano assicurare, naturalmente, la sostenibilità. Penso che dovremmo analizzare la situazione come fece Mao, studiando il periodo della guerra, molti anni fa: esaminare l’entità e la sostenibilità dello sviluppo cinese nel contesto del capitalismo globale, nonché esplorare le tendenze e lo sviluppo delle contraddizioni sociali e di classe. In questo modo possiamo spiegare la situazione nazionale cinese e la sua strategia di sviluppo.

 

Foreign Theoretical Trends: Una volta lei ha parlato di un paradosso alla base del potere statale in Cina. Da una parte, rispetto a quello di altri paesi, al governo cinese viene riconosciuta la sua capacità di governare. A dimostrazione di ciò si può citare: la mobilitazione dei reparti di soccorso seguita al terremoto di Wenchuan (il 12 maggio del 2008); la pronta elaborazione di progetti per la gestione di stati di crisi dopo la crisi finanziaria; il successo nell’organizzazione delle Olimpiadi del 2008; l’emergere di una evidente capacità organizzativa dei governi locali nel gestire progetti di sviluppo e nell’affrontare le crisi. Questi eventi hanno mostrato i punti di forza dello Stato cinese. Se vediamo la cosa da un’altra prospettiva, vari sondaggi evidenziano che il livello di soddisfazione del pubblico rispetto all’operato del governo è piuttosto basso. A fasi alterne, i conflitti governo-cittadini sono diventati incandescenti. C’è anche chi ha dei dubbi sulle competenze operative e sulla corruzione a vari livelli del governo cinese. Questi conflitti sono il sintomo di una crisi di legittimità del governo? 

 

 

Wang Hui: In un contesto dominato dal capitalismo globale, il fulcro della crisi di legittimità di un sistema politico sta nella crisi di rappresentatività della politica dei partiti. Il rischio che i sistemi politici stanno affrontando oggi, nel mondo globalizzato, è il cambiamento da un sistema che non rappresenta nessuno a un altro altrettanto non rappresentativo, e questo cambiamento privo di senso è meramente funzionale alla legittimazione di un processo sociale che in realtà contribuisce ad aumentare le diseguaglianze. Un esempio di ciò sono le cosiddette “rivoluzioni colorate”: in apparenza avanzano istanze di democratizzazione, ma in sostanza legittimano le ridistribuzioni sociali più irragionevoli ed espropriazione del welfare.

 

La chiave per superare questa crisi politica sta nell’accettare una sfida: come evitare il cambiamento da un sistema non rappresentativo a un altro altrettanto non rappresentativo? Il presupposto essenziale è la “ri-politicizzazione”. Questa è una sfida molto importante quanto complessa. Ritengo che sia urgente articolare questo problema teoreticamente, poiché molti ancora non comprendono quanto ampiamente e profondamente la crisi di rappresentatività incida sulla società, e potrebbero pensare che questo problema in Occidente non esista. Creare uno spazio per una reale discussione pubblica, inaugurando un vero dibattito politico e teoretico è molto importante per la trasformazione politica in Cina. È molto difficile assistere a discussioni politiche serie trasmesse dai mass media, e questa situazione è pericolosa. Sarebbe importante far sì che la gente capisse la vera natura e le caratteristiche della crisi politica nel contesto del capitalismo globale attraverso discussioni sull’autonomia.

 

Molti osservatori hanno discusso la questione del potere dello Stato in Cina. La vera domanda è perché, nonostante il suo forte potere, lo Stato non sia in grado di superare la sua crisi di legittimità. Il potere dello Stato deriva anzitutto dalla sua capacità di rispondere ai bisogni della società. A questo proposito, il potere statale cinese ha un doppio volto: è molto forte in alcune circostanze eccezionali ma molto carente in altre situazioni. Di recente Francis Fukuyama ha scritto che la capacità della Cina di rispondere ai problemi è più forte non solo di quella dei paesi confinanti, ma anche di molti paesi sviluppati come il Giappone, la Corea del Sud e molti paesi europei. Durante il dibattito con Gabriel, ho notato che se il sistema politico di uno Stato ha una forte capacità di rispondere ai problemi, ciò indica che la società ha in sé elementi e un potenziale democratici. Ma poiché le nostre teorie sulla democrazia sono così fortemente focalizzate sulla sua forma politica, queste non prendono in considerazione questo potenziale. Comunque, il come sviluppare questo potenziale in pratiche più istituzionalizzate non è ancora chiaro. Se potessimo delineare in modo chiaro le condizioni teoriche e istituzionali per l’esprimersi di questo potenziale, saremmo probabilmente in grado di trovare il percorso che ci porti al cambiamento democratico. Se un governo è in grado di rispondere con prontezza alle domande della società, il sistema politico ha il potenziale di una democrazia sostanziale. In che modo e a che livello incanalare e sviluppare questo potenziale richiede però un’analisi concreta.

 

Un altro aspetto del potere statale è la sua capacità di coordinamento politico, ovvero di coordinare i diversi interessi e istanze sociali attraverso politiche pubbliche e amministrative. Fukuyama, in un suo recente articolo, ha affrontato la crisi della democrazia occidentale proponendo una “dittatura democratica, non una vetocrazia”. Nonostante abbiamo visioni della storia molto differenti, i temi che lui ha affrontato in questo suo lavoro hanno qualcosa in comune con i punti sull’integrazione politica che ho discusso in “Rivoluzione, compromesso e innovazione permanente”. Il potere amministrativo delle istituzioni governative, insieme alle istituzioni parlamentari e ai partiti politici, rappresentano strumenti di coordinamento e integrazione politica. Ma quando la rappresentatività politica viene meno, la capacità di uno Stato di impegnarsi nel coordinamento e nell’integrazione politica è fortemente ridotta. Il potere è generalmente suddiviso tra parlamento, organi giudiziari e organi amministrativi, ma con il crollo della capacità dei partiti politici di rappresentare la popolazione, e con la crescente burocratizzazione dei governi e le crisi all’interno dei sistemi giudiziari, la capacità degli Stati di rispondere alle crisi sociale diminuisce. Questa è la principale caratteristica dell’attuale crisi politica.

In Europa, l'esperienza ricca e complessa del socialismo è messa sullo stesso piano del dispotismo. L’eredità del pensiero di Mao è un metodo da adottare per riflettere sulle nostre pratiche politiche

Questo tema ha una rilevanza particolare per la vostra pubblicazione. Il lavoro di Mao Zedong costituisce una tra le più importanti eredità della Cina del XX secolo. Per quanto riguarda l’influenza sull’Occidente e sui movimenti del Terzo mondo, la Cina non ha prodotto idee in grado di superarlo. Il noto filosofo francese contemporaneo Alain Badiou è un esempio importante di ammirazione intellettuale per il lavoro di Mao: ha analizzato in modo approfondito i testi maoisti, e la sua spiegazione della storia della filosofia europea è in accordo con la sua interpretazione del pensiero di Mao. Alla fine degli anni ’70, Badiou ha scritto un opuscolo in risposta a un testo su Hegel scritto dal professore dell’Università di Pechino Zhang Shiying, nel quale ha sviluppato una sua interpretazione della dialettica maoista. Secondo lo studioso italiano Alessandro Russo, quel libro ha segnato un importante punto di svolta nella traiettoria intellettuale di Badiou e riflette l’influenza di quell’epoca sul suo pensiero. A causa della sconfitta delle forze progressiste avvenuta dopo il 1968, l’intera scena teoretica, in particolare il pensiero di sinistra, è stato caratterizzato dal pessimismo politico. Ma la teoria di Alain Badiou ha qualcosa dell’ottimismo rivoluzionario maoista. Quello che voglio dire è che anche in un periodo di “bassa marea”, lui è comunque intento a elaborare una teoria della storia basata su ciò che Mao ha chiamato “la logica del nemico” – “lotta, fallimento, nuova lotta, nuovo fallimento , nuova lotta ancora, e ciò fino alla vittoria” – e la logica della rivoluzione popolare, “di vittoria in vittoria”.

 

Alla Twentieth-Century China Conference di Bologna nel 2007, Badiou presentò una lettura approfondita dell’articolo scritto da Mao Zedong nel 1928, “Why Is It That Red Political Power Can Exist in China?”. Ho trovato la sua relazione particolarmente stimolante e ispiratrice. In condizioni estremamente difficili, Mao proponeva una chiave di lettura originale per analizzare come il potere politico rosso avrebbe potuto esistere in Cina, e sosteneva che una singola scintilla avrebbe potuto dare inizio a un incendio. Il suo metodo di analisi sull’esistenza del potere politico rosso è, di fatto, esattamente lo stesso adottato nella sua analisi successiva su come la Cina avrebbe vinto la battaglia finale nella guerra contro il Giappone. Mao integrava tre dimensioni di analisi: militare, filosofica e politica. Il pensiero militare di Mao non si è mai basato esclusivamente sulla strategia e sulla tattica militare, ma era una combinazione di politica, filosofia e strategia militare. Il pensiero strategico espresso nel lavoro “Sulla guerra di lunga durata” rappresenta sia la sua filosofia espressa nel campo politico, che il suo pensiero politico applicato al campo della strategia e della tattica militare. Come le due tipologie di fronte unito si sarebbero potute formare, se si sarebbero potute formare, e se una rivoluzione – nel contesto del mondo imperialista – sarebbe potuta esplodere, erano tutte tematiche di strategia e analisi nel senso più ampio, non erano questioni di semplice tattica militare. Il punto forte del pensiero di Mao sta nel mettere insieme diverse dimensioni di analisi, nonché il suo orientamento verso la pratica e la sua costante preoccupazione di analizzare la realtà. La realtà non è né passiva né statica, ma è uno spazio dove l’azione interagisce con le condizioni oggettive. Nell’analisi della realtà, ciò che possiamo vedere sono tendenze vive e mutevoli di forze storiche che interagiscono tra loro.

 

 

La frase “basta una scintilla per far divampare un incendio” ha importanti implicazioni metodologiche. Al tempo Mao stava affrontando il “terrore bianco” e c’era una profonda disparità tra le forze rivoluzionarie e quelle controrivoluzionarie. Ma, in questo contesto, Mao sviluppò un’analisi di come il potere politico rosso cinese potesse esistere nelle basi rivoluzionarie delle campagne. Questa è un’analisi politica di grande valore, e può anche essere considerata come base per un manuale di strategia militare. Mao aveva capito che la rivoluzione era giusta, ma non era stato accecato da questa convinzione. Piuttosto, aveva combinato il suo senso di giustizia con l’analisi strategica. La forza della piccola armata rossa successivamente si espanse in un breve periodo di tempo. Quando l’Armata rossa arrivò nello Shaanxi settentrionale, era costituite da non più di qualche migliaio di membri. Ma già nel 1936 Mao aveva capito che l’aggressione giapponese avrebbe oramai inevitabilmente condotto al conflitto, che sarebbe scoppiata una guerra mondiale e come si sarebbe sviluppata la Guerra di resistenza contro il Giappone. Non sarebbe stato possibile avere questa consapevolezza se Mao non fosse stato in possesso di un alto grado di abilità teorica rivolta all’astrazione e all’interpretazione olistica della realtà delle relazioni sociali in senso ampio.

 

 

Quando, circa dieci anni fa, iniziammo questa nuova discussione intellettuale, il dibattito era puramente accademico. Era una battaglia solitaria, non avevamo potere politico, mediatico, né seguaci di rilievo. Ma il nostro intento era quello di iniziare una discussione intellettuale. Nonostante fossimo privi di una nostra piattaforma mediatica, il nostro approccio critico si è comunque costruito una audience. Abbiamo subito ogni tipo di attacco, incluse diffamazioni da parte dei media, ma questo non ha impedito la diffusione della nostra posizione critica. Perché? Abbiamo necessità di portare avanti un’analisi obiettiva e dinamica sulla situazione interna ed internazionale cinese, e trarne lezioni teoriche e strategiche.

 

 

Un certo numero di concetti avanzati da Mao, per esempio quello di costruire un fronte unito in tempi di guerra, la filosofia dell'”uno divisibile per due” e la sua spiegazione della democrazia popolare, hanno avuto un’influenza notevole. Sia la concettualizzazione di politica e potere di Foucault che la discussione di Jameson sul Terzo mondo sono state influenzate dal pensiero di Mao. A destra, la “teoria del partigiano” di Carl Schmitt e la sua concettualizzazione politica della distinzione nemico-amico hanno assorbito riferimenti del pensiero politico e militare di Mao. Il recente movimento Occupy Wall Street è in qualche modo collegato a quello precedente chiamato Occupy University. Con lo sviluppo di Internet, molti hanno di nuovo proposto l’idea di una università aperta e hanno mosso critiche profonde all’attuale sistema universitario. Non è chiaro se tutto ciò abbia qualche collegamento diretto con il pensiero di Mao, è certo però che sia necessario fare delle comparazioni e delle analisi. Mao ha fornito delle spiegazioni e ha proposto una serie di metodi analitici con i quali possiamo interpretare la relazione tra conoscenza, potere, politica ed economia capitalista, così come le maggiori contraddizioni sociali derivanti da queste interazioni e i principali soggetti sociali coinvolti.

 

 

Nella risposta che mi ha dato, Gabriel ha sostenuto che la sinistra europea non ha mai veramente affrontato le questioni che ho sollevato sull’eguaglianza e il crollo della rappresentatività politica. Ha detto che quando visitava le fabbriche in passato, i lavoratori lo presentavano come un socialista; ora, quando va nelle fabbriche, i lavoratori si limitano a presentarlo come un politico. Un giovane socialdemocratico mi ha riferito che dopo la Guerra fredda, l’idea di socialismo non può più essere menzionata. Ma se non va verso il socialismo, la socialdemocrazia in quale direzione dovrebbe allora andare? Durante il dibattito, ho sottolineato due tendenze problematiche: la prima è quella di equiparare il socialismo e il comunismo alle pratiche del socialismo di Stato del passato; la seconda è il trattare le pratiche del socialismo del passato come un’unica entità, rifiutandosi di fare una vera analisi politica e storica di quelle stesse pratiche. In Europa, il socialismo è messo sullo stesso piano, in modo semplicistico, del dispotismo e dei regimi totalitari violenti. Tutto questo è molto negativo. L’eredità del socialismo è ricca e complessa, e abbiamo il dovere di fare un bilancio critico. L’eredità del pensiero di Mao Zedong è sia l’oggetto del nostro pensiero che un metodo che possiamo adottare per riflettere sulle nostre pratiche politiche. È da questa prospettiva che dobbiamo partire per far rivivere questa eredità.

 

 

Tratto da Verso blog

 

 



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