Visto da Pechino

Catalogna, lo strappo
che risveglia nella Cina
l’incubo delle secessioni




La crisi spagnola, legata alla “secessione” della Catalogna, è uno dei sintomi visibili dei problemi di salute di cui è affetta quest’Europa, da sempre a metà strada tra unione e divisione, tra l’ideale di un continente federale, magari su base regionale, e la dura realtà dei legittimi egoismi degli Stati. Specialmente ora che la globalizzazione tradisce in Occidente parte delle sue promesse e su questo i movimenti populisti giocano la via del nazionalismo.

Il populismo mette a nudo una mancanza di leadership delle istituzioni e una loro incapacità di ricollocare equamente le risorse: è questa la diagnosi dei cinesi.

 

Il primo ottobre, proprio mentre i cinesi celebravano, come ogni anno dal 1949, l’anniversario dell’indipendenza e della ritrovata unità del loro Stato multietnico, in Spagna, nella regione della Catalogna, si svolgeva un referendum per l’indipendenza della regione, considerato “illegale” dal governo di Madrid. Con un’affluenza di solo il 43%, anche se il 90% ha votato a favore della secessione, non si può certo parlare di plebiscito secessionista.
Lo stesso presidente catalano Puigdemont, dopo aver affermato di aver ricevuto dai risultati del referendum il mandato per avviare l’indipendenza della Catalogna, fino ad oggi chiedeva ai parlamentari catalani di sospenderne la proclamazione, a favore di negoziati da aprire col governo centrale spagnolo.

Pechino vede rispecchiato nella situazione iberica un suo disagio latente, che riguarda il tessuto connettivo del suo popolo, diviso in 56 etnie

 

Solo la ferma intransigenza di quest’ultimo, che domani dovrebbe attiverà l’art. 155 della costituzione per annullare del tutto l’autonomia concessa alla Catalogna, ha costretto Puigdemont a minacciare come immediata conseguenza proprio la proclamazione dell’indipendenza. Il bubbone catalano potrebbe scoppiare proprio sabato, con il rischio di contagiare altre parti del continente europeo, dove le divisioni potrebbero riemergere in tutta la loro carica di emotività e di risentimento. La medicina tradizionale cinese da millenni insegna come prendere il polso ai pazienti, per definirne i disturbi e cercarne la cura. Non ci troviamo però di fronte a un medico cinese che misura le pulsazioni a un malato spagnolo. Anzi, i cinesi vedono rispecchiato nella situazione spagnola un loro disagio latente, non privo di periodiche eruzioni cutanee, che riguarda il tessuto connettivo della loro popolazione, divisa in 56 etnie diverse, con problemi anche recenti di spinte secessioniste, o ritenute tali dal governo di Pechino, in regioni come il Xinjiang e il Tibet. 

 

Per non parlare del pericolo concreto, anche se non imminente, che il governo di Taiwan, dichiarando l’indipendenza come stato sovrano autonomo, allontani per sempre la prospettiva di un’unica Cina, spingendo in un angolo il Partito comunista, che da sempre sulla “reconquista” dei territori perduti – si pensi anche al Mar cinese meridionale e alle isole Diaoyu – consolida e legittima il suo potere.
 
Con queste premesse si può capire l’appoggio che Pechino sta dando a Madrid. Poiché in questo frangente storico per i cinesi sono fondamentali la stabilità e la pace. Le uniche capaci nell’immediato e in prospettiva di garantire l’ambiente internazionale, privo di contrapposizioni e protezionismi, più adatto al loro espansionismo economico. Le secessioni sono viste dai cinesi come espressione di un pericoloso egoismo locale, che rischia di mandare in frantumi anche le più ampie architetture diplomatiche. Tuttavia Pechino non afferma che uno Stato unitario non si possa dividere; semmai sostiene che ogni divisione deve essere consensuale e mai imposta illegalmente da forze secessioniste autoctone o straniere.

 

Come ci ricorda He Zhigao – ricercatore dell’Istituto di Studi Europei dell’Accademia cinese delle Scienze Sociali – “Lo Stato nazionale è l’istituzione politica più moderna, quella che facilita meglio l’ottenimento della fedeltà collettiva, la protezione dei deboli e l’allocazione equilibrata delle risorse”. Nonostante gli errori del governo centrale, la Spagna si presenta al mondo come una monarchia costituzionale, in cui la regione della Catalogna, in quanto etnicamente connotata, gode comunque a livello legale di un suo grado di autonomia, sul piano linguistico, culturale ed economico.

 

Tuttavia, al di là di queste considerazioni, ciò che strategicamente sta avendo un peso decisivo sono i numeri. I catalani sono il 16% della popolazione spagnola, contribuiscono al 20% della produzione di beni e servizi e al 25% delle esportazioni. E come ci ricorda ancora He Zhigao, “perdere la Catalogna è inimmaginabile per la Spagna”. Questa affermazione chiude definitivamente ogni via consensuale alla secessione. Per questo Pechino, coerentemente con la sua visione istituzionale dei rapporti tra regioni e Stato centrale, non può che appoggiare Madrid. Cosa che per altro stanno facendo anche l’Unione europea e il resto della comunità internazionale.

 

La prognosi del paziente spagnolo resta riservata, ma probabilmente verrà sciolta a breve. Le previsioni non volgono all’ottimismo. Ma anche se il paziente iberico si rimetterà, questa crisi, come le malattie gravi, lascerà comunque gravi cicatrici, che non sarà facile rimarginare in tempi brevi.



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