Via le bombe

Il “Vento dell’Est”,
uno scudo di missili
sul Mar cinese del Sud




Il missile balistico di media gittata (MRBM) DF-21D ha suscitato enorme curiosità tra gli esperti militari e di strategia a causa delle sue caratteristiche tecniche e tattiche, per non parlare del valore strategico di un suo eventuale impiego. Assetti tecnici che hanno spinto molti politologi a definire il DF-21D una “game-changing weapon” o anche una “carrier-killer weapon”.

 

A partire dagli anni Ottanta, ma soprattutto dopo la fine della prima Guerra del Golfo del 1991, la Commissione Militare Centrale (CMC) del Partito comunista cinese ha adottato nuove dottrine militari, al fine di ripristinare il valore di deterrenza di missili nucleari che Pechino possedeva già, ma che avevano raggiunto un elevato stadio di obsolescenza. Di conseguenza, la SAF (Seconda Forza d’Artiglieria) dell’esercito, che risponde direttamente alla CMC, ha ampliato il raggio di ricerca per raggiungere un nuovo modello tecnologico che potesse ricalibrare l’assetto militare cinese nel Pacifico: si dimostrò necessario, quindi, potenziare l’assetto tattico delle testate nucleari.

 

L’idea di questo rafforzamento passava attraverso il concetto della flessibilità operativa, che avrebbe reso i missili cinesi più agili e quindi più facili da trasportare. Il DF-21D appartiene alla famiglia dei DF, ossia Dongfeng (Vento dell’Est); termine cinese utilizzato per descrivere i missili superficie-superficie, conosciuti con l’acronimo CSS. Originariamente il suo precursore fu il DF-2, una tipologia di missile di media gittata che montava delle testate nucleari, più difficile da controllare e munito di propellente liquido.

 

Il vettore DF-21 D cambia le regole del gioco nel Pacifico

 

I nuovi DF-21 – tra cui emergono le categorie A, B, C e D – montano tutti un propellente solido, necessario per garantire stabilità e, soprattutto, durata della traiettoria del vettore, dato che i DF-21 rientrano nella categoria dei missili a media gittata (in grado di coprire una distanza di circa 1.000 km). Le categorie A, B e C sono il risultato dell’aggiornamento tecnologico dei più vecchi DF-2, mentre il DF-21D è particolarmente importante, perché, oltre a rappresentare un missile di nuova generazione convenzionale – e quindi non nucleare –, rientra nella categoria degli ASBM (missili balistici antinave).

 

In altre parole, questo nuovo dispositivo, grazie alle sue caratteristiche innovative, è in grado di colpire, da lunga distanza, portaerei in movimento. Inoltre, la sua agilità, espressa dalla presenza di una testata manovrabile in grado di colpire fino a 1,500 km di distanza, gli permette di attaccare quelle navi nemiche che dovessero iniziare manovre ostili nei confronti della Cina anche al di là della prima catena di isole (quella più vicina alla costa).

 

Siamo di fronte a un fattore geopolitico significativo, che illustra la natura strategica cinese che ha condizionato il progressivo mutamento tecnico e tattico degli ultimi trent’anni. La infatti Cina ha sviluppato, a livello strategico, due forti assunti, uno dei quali si riallaccia alla natura strategica (e non tattica) della guerra di popolo di Mao: la teoria della guerra locale e la dottrina della doppia deterrenza e doppie operazioni.

 

La teoria della guerra locale, che affonda le sue radici nella guerra di popolo di Mao, prevede che la Cina debba potenziare il proprio assetto militare e agire quindi in maniera asimmetrica e, preferibilmente, preventivamente (proprio come ai tempi di Mao), per proteggere non solo la Cina come entità politico-istituzionale, ma anche i suoi annessi interessi geopolitici legati all’area del Pacifico, ossia il Mar Cinese Meridionale, rivendicato dalla Cina come propria are d’influenza. La visione strategica complessiva che delinea l’approccio cinese all’area del Pacifico risponde ai dettami della A2/AD (“anti-access and area denial”). Attraverso l’A2/AD, infatti, il governo di Pechino cerca di impedire l’accesso alle portaerei americane e di altri Stati – tra i quali il Giappone – , dato il suo crescente interesse a sviluppare una costante influenza sul Mar Cinese Meridionale.

 

Doppia deterrenza… ma a che prezzo?

 

Il secondo assunto strategico, quello della doppia deterrenza e delle doppie operazioni, proprio come suggerisce il nome stesso, prevede il potenziamento parallelo di due sistemi d’arma (convenzionale e nucleare) per garantire alla Cina, non solo un diversificato assetto militare, ma anche la capacità di sviluppare un efficiente deterrente contro potenziali aggressioni. La doppia deterrenza, qualora la sua funzione primaria dovesse fallire, garantirebbe, inoltre, l’applicazione delle doppie operazioni; ossia, la possibilità di ritorsione attraverso l’impiego della capacità del “secondo colpo”, che consiste nella capacità di uno Stato di sviluppare un arsenale missilistico sufficientemente solido da permettergli di rispondere militarmente contro quell’attore che, preventivamente, avesse attaccato il primo stato con l’obiettivo di distruggere il suo arsenale, al fine di impedirgli di azionare successive operazioni belliche.

 

Il “Vento dell’Est”, di conseguenza, sembra portare alla Cina grandi vantaggi strategici. Ma a che prezzo? Il dilemma della sicurezza, tanto caro al realismo, sembra aver spiegato chiaramente come azioni, in natura difensive, come per esempio lo sviluppo del DF-21D, possano essere percepite in maniera offensiva dalla controparte, incoraggiando una spirale militare senza controllo che potrebbe portare, inevitabilmente, e quasi involontariamente, all’esplicazione di operazioni militari che andrebbero a ledere proprio quell’obiettivo primario per il quale l’arsenale era stato sviluppato: la sicurezza. Il politologo americano Aarn Friedberg ha dichiarato che il presente dell’Estremo Oriente sembra il passato dell’Europa, quando ancora la guerra svolgeva un ruolo istituzionale nel rapporto tra gli Stati. Bisogna solo sperare, se ciò fosse vero, che non ci sarà un Gavrilo Princip in grado di aprire i cancelli di Marte.

 



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