Via le bombe

Pace e pugno di ferro,
se Trump si aggrappa
al mito di Reagan




Dopo l’incontro a Mar-a-Lago del mese scorso con il suo omologo cinese Xi Jinping, Donald Trump sembra aver gettato le basi della sua presidenza. Un dato fra tutti è emerso chiaramente: la potenza militare americana è tornata al centro della scena operativa internazionale, una situazione “nuova” rispetto agli anni della presidenza Obama, quando la forza operativa statunitense sembrava essersi sopita.
La prima azione militare è stata rivolta contro la Siria, proprio durante il vertice di Mar-a-Lago con il presidente cinese, poi è arrivato l’invio della portaerei “USS Carl Vinson” nella penisola coreana per contrastare il programma nucleare nordcoreano, infine il bombardamento dell’Afghanistan con la MOAB, l’ordigno più potente dopo l’atomica conosciuto anche con l’appellativo “Mother Of All Bombs” (che si sovrappone alla denominazione tecnica: Massive Ordnance Air Blast).

 

Queste azioni ci dicono molto sulla politica estera di Trump e su come l’inquilino della Casa Bianca concepisca le relazionali con gli altri contendenti del sistema internazionale. Tuttavia, per comprendere quale potrà essere la futura traiettoria della sua presidenza, c’è un precedente storico, molto rilevante, che può offrirci qualche spunto di riflessione in più: la presidenza Reagan e il reaganismo.

 

A livello strategico e operativo, il doppio mandato di Reagan si contraddistinse per l’inaugurazione, durante la guerra fredda, di una nuova stagione di riarmo, al punto che la sua presidenza segnò lo “scoppio” della seconda guerra fredda, le cui conseguenze si riflessero nel crollo del Muro di Berlino e poco dopo dell’URSS. Reagan era un outsider dell’establishment statunitense (anche se, prima di essere eletto presidente, fu governatore della California) che conquistò la Casa Bianca grazie alle debolezze e ai fallimenti dei predecessori, soprattutto della presidenza Carter.

Quest’ultima, infatti, si caratterizzò principalmente per i magri risultati ottenuti in politica estera, nonché per il fallimento puramente strategico-militare che la espose ad una ferma condanna da parte dell’opinione pubblica americana: nella primavera del 1980, Carter diede l’ordine di avviare l’operazione “Eagle Claw”, per liberare il personale diplomatico americano tenuto in ostaggio dagli studenti iraniani nell’ambasciata statunitense a Tehran. Un’operazione, avviata in gran segreto, che però fallì prima ancora di cominciare, facendo emergere tutte i deficit organizzativi non solo del sistema di sicurezza, ma anche di un presidente che non sembrava avere il controllo della situazione.

Nell'ex attore il campo conservatore vide la possibilità di tenere salda la barra dell'alleanza atlantica, The Donald, con le sue mosse avventate, appare piuttosto un acceleratore del declino Usa

Pure negli affari interni, infatti, Carter non brillò (anche se tra gli storici adesso si sta procedendo ad una rivalutazione della sua figura nel campo dell’ambiente e dei diritti umani). La sua figura politica, per esempio, venne associata al famoso malaise speech, un appello alla nazione a limitare i consumi domestici per rispettare l’ambiente. Il suo discorso cercava anche di risolvere quella “crisi di fiducia” che investì la società americana. Insomma, un presidente che sembrava non riuscire ad infondere sicurezza e ottimismo al sistema americano, profondamente provato dalla guerra in Vietnam, dall’assassinio di Kennedy, dallo scandalo Watergate e dalla brevissima esperienza Ford. Con Reagan, quasi come adesso, gli Stati Uniti tornarono di forza, sulla scena internazionale. The Ronald pose l’accento sulla strategia del “peace through strength”, un po’ come The Donald sta cercando di fare nelle ultime settimane. Anche sul piano della propaganda di questo slogan, entrambi si assomigliano dato che, come spesso è stato detto nei confronti di Reagan, egli, rovesciando il pensiero di Theodore Roosevelt, si mosse spesso applicando lo slogan “spoke loudly, but carried a very small stick” (che sembra perfettamente applicabile anche all’attuale presidente).

 

 

Anche il linguaggio politico sembra simile: Reagan, per esempio, si ostinò a definire l’Unione Sovietica “l’Impero del Male”, e Trump, sin dal giorno della sua nomination a candidato repubblicano per la presidenza, ha utilizzato diversi epiteti negativi nei confronti di molti Stati: Cina e Corea del Nord su tutti.
Reagan, inoltre, è ricordato per il massiccio riarmo americano. Ad esempio, egli accelerò il programma per la costruzione del missile Trident II, missile balistico in dotazione ai sottomarini, così come la costruzione del bombardiere stealth B-2. Ma in quest’ambito di Reagan è rimasto celebre soprattutto l’annuncio della costruzione della famosa Strategic Defense Initiative (SDI), ribattezzata “Star Wars”, un sistema attraverso il quale il presidente prometteva di riuscire a intercettare e distruggere qualsiasi missile diretto agli Stati Uniti (e che ricorda, con le dovute eccezioni, il sistema antimissilistico THAAD che, pur essendo stato implementato da Obama, non sembra essere stato messo in discussione da Trump).

 

Inoltre, le misure militari adottate durante l’epoca di Reagan – come per esempio un’esercitazione militare nel Pacifico della primavera 1983, che impensierì non poco l’Unione Sovietica – crearono i presupposti per la materializzazione dei classici errori strategici nel campo delle relazioni internazionali, al punto che a farne le spese furono circa 300 civili imbarcati in un volo di linea, KAL 007, abbattuto dall’URSS che lo scambiò per un aereo di ricognizione spia americano. Come se non bastasse, gli USA avviarono anche la simulazione di guerra Able Archer 83, che creò i presupposti per un possibile conflitto nucleare con l’Unione Sovietica.

 

 

Al di là dell’aspetto tecnologico, Reagan, inoltre, è ricordato per i suoi bombardamenti sulla Libia di Gheddafi, l’occupazione militare di Grenada del 1983, l’accordo siglato con Taiwan del 1982 (il terzo comunicato congiunto, conosciuto anche come “accordo delle sei garanzie”), attraverso il quale gli USA si impegnavano a sostenere militarmente l’Isola nonostante i rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese fossero stati normalizzati pochi anni prima dall’amministrazione Nixon.
Un’ulteriore similitudine riguarda il peso politico degli scandali internazionali: l’amministrazione Reagan fu investita dal famigerato Iran-Contra, che riguardava un traffico illecito di armi e denaro tra Iran, Stati Uniti e Nicaragua, che imbarazzò, non poco, il presidente Reagan; così come il Russia gate che ha colpito l’amministrazione Trump negli ultimi mesi al punto da far ipotizzare la procedura di impeachment nei suoi confronti. Tuttavia, il caso russo è alquanto rilevante nella comparazione con Reagan perché, per esempio, va ricordato che, a cavallo tra il 1982 e il 1983, i neocon presero le distanze da Reagan, per la sua politica mediorientale – nello specifico i rapporti con l’Arabia Saudita – e, ancor di più, per la sua apertura a Gorbachev.

 

Ovviamente le similitudini finiscono qui. L’epoca di Reagan, infatti, si contraddistinse anche per la sua enorme forza politica e diplomatica, al punto che durante la sua presidenza, oltre al confronto militare, vennero siglati importanti accordi per il disarmo, come il celebre START I. Considerazioni che hanno spinto alcuni storici a teorizzare l’esistenza di un’epoca reaganiana, durata almeno fino al 2008 (anno dell’elezione di Obama), il cui lascito spetterà agli storici considerare e valutare.

 

Infine, un’altra profonda differenza tra Trump e Reagan riguarda la personalità di questi due presidenti repubblicani. Nonostante Reagan rappresentasse il mondo dello spettacolo (prima di intraprendere la carriera politica faceva l’attore) – un elemento senza dubbio in comune con Trump – egli esprimeva la volontà americana di rispolverare il mito del modello americano. Con la sua presidenza, infatti, non solo gli americani, ma anche gli alleati europei videro in lui l’interlocutore forte che serviva all’Occidente per non perdere di vista la direzione politica dell’alleanza atlantica. Infatti, nello scenario internazionale, il “ticket” Reagan-Thatcher venne interpretato come un chiaro segnale della grande rinascita e trasformazione dell’Occidente.
Nella presente situazione, invece, le ombre dell’attuale inquilino della Casa Bianca sono molto visibili e minacciano di gettare confusione e caos nel sistema internazionale, già provato da anni di crisi e cambiamenti sistemici di grande rilevanza.
Infatti, Trump ha, sin da subito, dato prova della sua profonda contraddizione, passando da un linguaggio molto grossolano, poco diplomatico e, spesso, volgare, ad uno incentrato su promesse impossibili da mantenere e ad azioni più dettate dalla propria egoistica visione della politica internazionale, che da una concreta interpretazione della stessa.

 

Tutti questi elementi, quindi sembrano suggerire la presenza di una continuità tra il mito di Reagan e Trump, dove il secondo sembra aggrapparsi al primo per cercare di dare un senso e una direzione alla propria politica estera. I successivi quattro anni, quindi, azzardando una previsione, potrebbero essere caratterizzati da uno scontro frontale tra gli USA e gli altri attori che ne contestano la leadership (come per esempio la Cina e la Russia).
Resta solo da capire se questo atteggiamento porterà The Donald alla conquista del secondo mandato, alla rinascita di un nuovo modello internazionale, caratterizzato da un altro evento simbolico come il crollo del Muro di Berlino, oppure addirittura ad una fine prematura della propria presidenza attraverso una formale pratica di impeachment o, nel peggiore dei casi, allo scoppio di una guerra dalle conseguenze catastrofiche.

 

 

 

Si ringrazia il Professor Mario del Pero, docente di Storia degli Stati Uniti presso l’Università di SciencesPo, per i suoi preziosi commenti e spunti di riflessione

 



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