Via le bombe

Nella parata di Kim
la dottrina nucleare
della Corea del Nord




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a parata militare che si è svolta il 15 aprile scorso a Pyongyang non simboleggia semplicemente la commemorazione del 105° anniversario della nascita di Kim Il-sung, fondatore della Repubblica Democratica Popolare di Corea, nonché nonno di Kim Jong-un, ma esplicita anche un altro elemento destinato a condizionare le valutazioni strategiche future: l’esistenza di una dottrina nucleare nordcoreana, attestata ulteriormente dalle ultime dichiarazioni del viceministro degli esteri, Han Song-ryol, il quale ha annunciato la volontà di ricorrere ad attacchi preventivi nucleari secondo “lo stile e metodo nordcoreano”, se il paese asiatico verrà minacciato direttamente dagli Usa.

 

Il 15 aprile, quindi per Kim era necessario che il mondo, per una volta, avesse gli occhi puntati sul suo “Regno eremita”. Non a caso, infatti, i precedenti test nucleari (2006, 2009, 2013, 2016), al fianco delle azioni militari (2002, 2010), sono quasi sempre serviti a un unico scopo: ottenere attenzione da parte della comunità internazionale.
Nell’ultimo anno, tuttavia, si sono registrati molti più test (due nucleari e svariati di tipo convenzionale) con intensità ed efficacia di gran lunga superiori al passato. Ciò impone una riflessione sui dispositivi militari adottati da Pyongyang e sul loro valore strategico.

 

Sfila la tecnologia “made in DPRK”

La settimana scorsa, il regime di Kim ha fatto sfilare i propri dispostivi missilistici più importanti, quasi tutti trainati da Trasporter Erector Launcher (TEL), ossia i veicoli preposti al trasporto di missili (sono comparsi sulla scena anche importanti pezzi di fanteria e artiglieria, come carri armati, lanciarazzi ecc., che però, a causa della loro obsolescenza, non rappresentano nulla di particolarmente rilevante).

 

Uno dei primi a sfilare è stato lo Scud/Nodong; un missile balistico a corto raggio (circa 300 metri), efficace nell’eventualità di una guerra con la Corea del sud. La presenza di questi tipi di missili non sarebbe particolarmente rilevante se non fosse che gli stessi montano delle pinne stabilizzatrici nell’ogiva (la parte anteriore del missile). Questi nuovi dispositivi tecnologici garantiscono al vettore maggiore pericolosità e accuratezza in caso di attacco.
Al fianco di questi dispositivi figurano anche altri modelli, già vecchie conoscenze dell’Occidente: i missili balistici a media gittata Musudan (Hwasong-10), con raggio d’azione pari a 3.500 chilometri, in grado di colpire, oltre al Giappone, anche le installazioni americane nell’Isola di Guam.
Un altro elemento rilevante è il KN-11 (Pukkuksong-1), un missile balistico sub-lanciato (submarine-launched ballistic missile – SLBM), con un raggio di circa 2.000 chilometri, testato, per la prima volta, nell’estate 2016.

 

Degno di nota è anche il KN-15 (Pukkuksong-2), un missile balistico con le stesse caratteristiche tecniche del KN-11, con la differenza che non viene lanciato da un sottomarino.
Ma il pezzo forte riguarda la presenza dei possibili KN-08 e KN-14 (simili alle versioni del Topol-M russo e del DF-41 cinese), ossia ICBM (missili balistici intercontinentali) che si pensava fossero dei dispositivi militari non ancora alla portata della Corea del Nord. Va specificato che al momento si può solo speculare sulla vera natura di questi dispositivi, dato che quelli mostrati non erano i missili veri e propri, ma solo i contenitori (“canister”), con la funzione principale di inviare all’esterno un chiaro e forte messaggio politico.

 

La natura della dottrina nucleare di Pyongyang

Fino a non molto tempo fa, la dottrina nucleare nordcoreana veniva considerata come un puro e semplice strumento diplomatico, al punto che si è spesso parlato di “bargaining-chip strategy”, ossia l’idea secondo la quale il governo di Pyongyang investisse sull’arma atomica essenzialmente per estorcere aiuti umanitari agli altri Paesi dietro la minaccia di un attacco nucleare. Questa teoria si intreccia con la logica del “brinkmanship”, l’adozione di un comportamento, solo in apparenza, folle e irrazionale, così da spingere gli altri attori coinvolti ad assecondare il volere dello Stato agente, per paura che questi possa davvero agire in maniera sconsiderata qualora i suoi desideri non venissero soddisfatti.

 

Tuttavia, ad uno sguardo veloce agli eventi chiave che hanno caratterizzato la politica internazionale degli ultimi 15 anni, è inevitabile che adesso coesistano altri elementi fondamentali per spiegare quello che sta succedendo in Corea del nord. Questa seconda spiegazione risiede nel semplice desiderio di investire nelle armi nucleari perché ritenute – a ragione – l’unico strumento di salvaguardia della sovranità nazionale. Il caso della Libia e dell’Iraq vengono utilizzati come esempi tipici di Stati occupati a causa dell’arresto prematuro dei rispettivi programmi nucleari. Infatti, oltre ai casi citati, il progetto, ormai non troppo velato, di abbattere il regime nordcoreano, accresce le apprensioni di Pyongyang.

 

Denominato CONPLAN 5015, questo piano militare d’emergenza (contingency plan) – oltre ad essere stato testato durante una delle esercitazioni militari tra USA e Corea del Sud dell’anno scorso – mira ad effettuare azioni di intervento non convenzionali – quali per esempio il “targeted killing” (applicato su vasta scala in Medio Oriente contro Al Qaeda) – miranti, ovviamente, a decapitare il vertice nordcoreano.
Quindi, la dottrina nucleare nordcoreana si basa principalmente sul principio della “deterrenza esistenziale” o deterrenza minima (definita anche come deterrenza primaria o strategia del porcospino) che riguarda l’implementazione di una credibile capacità nucleare.
Sviluppata durante la guerra fredda, la deterrenza esistenziale rappresenta una strategia impiegata da quegli Stati che sono provvisti solo di una potenza nucleare embrionale, il cui obiettivo ultimo è la sopravvivenza politica. Inoltre, l’adozione della deterrenza esistenziale ha indotto la Corea del Nord ad abbandonare l'”ambiguità strategica” – che passava attraverso la “neither confirm nor deny (NCND) strategy” (strategia del non confermare né smentire) – che ha caratterizzato per decenni la politica nordcoreana.

 

Tuttavia, va sottolineato che pur aumentando la chiarezza strategica, la deterrenza esistenziale contribuisce anche all’aumento della pericolosità, perché per limitare il più possibile l’insicurezza del regime, Pyongyang potrebbe decidere di attaccare preventivamente secondo la logica del “use it or lose it” che sta alla base della dottrina nucleare preventiva.

 

Inoltre, la deterrenza esistenziale, per essere funzionale, collega importanti segmenti dell’apparato politico con quello militare. Uno degli elementi ideologici principali è la dottrina del juche, che ha contribuito a plasmare la strategia nucleare della Corea del Nord, soprattutto a partire dagli anni Sessanta. Essa evidenzia la necessità di sviluppare e, quindi, produrre localmente gli elementi fondamentali per la difesa. L’ideologia del juche, infatti, è costituita da una componente interna – il jawi – che esprime il principio militare di autodifesa.
Ma l’elemento di maggiore rilevanza che ha contribuito alla creazione della strategia nucleare è l’ideologia del songun. Operante al fianco del juche, essa pone al centro della politica lo sforzo militare, considerato come il bene superiore della nazione.

 

 

Lungo la strategia della minima deterrenza, la Corea del Nord ha dichiarato più volte di voler adottare la tattica del non primo colpo, indirizzandosi verso una capacità nucleare di secondo colpo che si concentrerebbe sul controvalore (countervalue) militare, ossia l’impiego di attacchi missilistici (che non richiederebbero alti livelli tecnologici) contro quelle postazioni del nemico ritenute vitali per il prosieguo delle attività belliche (aeroporti, hangar, ecc.).
Eppure, anche se in questi giorni stiamo assistendo ad una continua accelerazione della tensione, anche a causa dell’atteggiamento statunitense, l’eventualità che la Corea del nord adotti la dottrina della deterrenza minima è stata confermata anche dalla comunità di intelligence statunitense, che ha confermato l’eventuale impiego delle armi nucleari da parte di Pyongyang sono in casi eccezionali, come per esempio nel caso in cui percepisse di essere sull’orlo della sconfitta militare. Inoltre, a causa di un arsenale nucleare molto debole, la Corea del Nord potrebbe far affidamento sulla tecnica del launch-on-warning (LOW), al fine di garantire la sopravvivenza del proprio potenziale nucleare.

 

Considerazioni conclusive

In base a quanto delineato è evidente che la Corea del nord si stia muovendo su un altro livello strategico, che non si basa necessariamente sull’utilizzo delle armi nucleari come semplice “merce di scambio”. Ciò è dovuto al fatto che, in generale, perseguire lo sviluppo di ICBM o armi nucleari non si traduce necessariamente nella ricerca dei soli strumenti utili ai fini di un’efficace diplomazia.

 

Pertanto, non è più il momento di considerare se il programma nucleare nordcoreano possa essere smantellato: come hanno fatto notare alcuni storici, immaginiamo la reazione di Mao all’ipotetico annuncio del presidente Nixon della necessità di raggiungere un disarmo nucleare prima che i rapporti con Pechino venissero normalizzati nel 1972.

 

Tra l’altro, in quel periodo, in termini di analogie storiche, anche la Cina si muoveva verso l’adozione della strategia della deterrenza minima/esistenziale e della policy del non primo colpo, a dimostrazione di quanto comune sia l’adozione di queste misure nelle fasi iniziali dello sviluppo nucleare di un Paese che cerca di plasmare un proprio ruolo all’interno della comunità internazionale.
In questo contesto, quindi, al fianco della deterrenza esistenziale, la Corea del nord sembra perseguire l’obiettivo della riconoscimento del proprio status di Stato nucleare, pur non avendo mai ratificato il TNP; proprio come il caso dell’India, che esercita una certa influenza sui dirigenti nordcoreani.



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