Via le bombe

Professionale e pronta
alla guerra, il Congresso
incorona l’armata di Xi




Il XIX Congresso del Partito Comunista ha inciso anche sulla riorganizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). Innanzitutto, la risoluzione adottata dal Congresso ha inserito nello Statuto del Partito il pensiero strategico di Xi Jinping, il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”.


Si tratta di una dottrina che si fonda essenzialmente su due elementi: da un lato, essa stabilisce e riafferma la centralità del Partito, nonché l’assoluta superiorità di quest’ultimo sull’esercito; chiaro segno della profonda continuità istituzionale che attraversa la storia del Pcc. Dall’altro versante – e questa è la parte più rilevante –, il pensiero di Xi evidenzia come la Cina sia ormai forte e destinata a giocare un ruolo centrale negli affari internazionali; per esempio, un’area dove Pechino comincia ad avvertire la necessità di svolgere un ruolo chiave, a livello strategico, risulta essere il progetto infrastrutturale della Nuova via della Seta (Belt and Road Initiative, BRI).


Al di là degli investimenti effettuati da Pechino in quest’ambito in Asia Centrale e in Africa, la presenza della prima base militare presso Gibuti, nel Corno d’Africa, manifesta il chiaro segnale di una Cina sempre più disposta a contribuire a plasmare gli eventi della politica internazionale, piuttosto che semplicemente adottare una politica attendista. Inoltre, un’altra area particolarmente rilevante che segnerà il destino della Cina e dell’Asia-Pacifico nel suo complesso riguarda il nuovo cambio di rotta strategico nei confronti di Taiwan. Dall’elezione di Trump in avanti, infatti, la Cina ha messo in piedi nuove visioni strategiche di riconquista dell’Isola, come attestato, tra l’altro, dal famoso volume Della Guerra Insulare, pubblicato dall’ex Generale Zhu Wenquan, proprio durante il primo mandato di Xi Jinping.

Ora Pechino investe su progetti di fusione e di coordinamento dei diversi sistemi d’arma, per un’efficiente conduzione della guerra e per una maggiore flessibilità operativa

E proprio su questo maggiore attivismo dottrinario e militare da parte cinese risiede un significativo cambiamento in termini di retorica. Contrariamente ai suoi predecessori che hanno sempre adottato un linguaggio più modesto e in linea con il pensiero di Deng Xiaoping, che sottolineava la necessità di nascondere le proprie potenzialità, mantenere un basso profilo e guadagnare tempo – la cosiddetta “Strategia dei 24 Caratteri” –,  Xi Jinping parla invece di un esercito in crescita, che dovrà raggiungere livelli avanzati di solidità strategico-operativa entro il 2050, anno del centenario della fondazione della Repubblica Popolare cinese.


Ma prima di raggiungere questo obiettivo, lo scopo di Xi Jinping è quello, innanzitutto, di consolidare – entro il 2020 – il processo di meccanizzazione dell’esercito, sviluppare la tecnologia informatica, e infine aumentare la capacità strategica dell’esercito affinché possa diventare pienamente operativo. La seconda fase riguarda il 2035, ossia l’anno in cui Xi desidera che l’esercito acquisisca assoluta padronanza nella conduzione della strategia di difesa nazionale. Come riferito dallo stesso presidente cinese durante il Congresso, “un esercito è costruito per combattere” e di conseguenza “il settore militare deve tenere in considerazione la crescita delle capacità operative e studiare le modalità per la vittoria quando esso verrà chiamato ad agire”.


Queste affermazioni, apparentemente molto forti, sono in linea con quanto esposto, a suo tempo, da Xi Jinping stesso all’indomani del XVIII Congresso del 2012, che l’aveva nominato nuovo presidente della Repubblica Popolare Cinese; in quelle fasi, infatti, egli evidenziò l’importanza – o meglio il sogno – di creare un esercito forte (qiang jun).


A livello operativo, il XIX Congresso rafforza gli assunti enunciati all’indomani della riforma del settore militare del 2015. Ossia, l’idea di continuare la riorganizzazione dell’esercito affinché diventi più professionale. Allo stesso tempo, l’obiettivo è quello di rafforzare i centri regionali militari che sono passati, a partire dal 2015, da sette a cinque. Infine, un ulteriore elemento, enunciato all’epoca della riforma, e adesso centrale per il secondo mandato di Xi, è la così definita junmin ronghe, ossia fusione – o interdipendenza – tra il settore civile e quello militare, così da potenziare la flessibilità strategico-operativa, nonché l’immediato trasferimento di tecnologie da un settore all’altro, con l’obiettivo ultimo di aumentare l’efficienza complessiva dell’esercito in caso di conflitti.


Questa necessità si intreccia al mutamento della natura della guerra che diventa sempre più onnicomprensiva in tutti i suoi aspetti. Pechino comprende benissimo l’utilità di investire su progetti di fusione e di coordinamento dei diversi sistemi d’arma per un’efficiente conduzione della guerra e per una maggiore flessibilità operativa. La riforma cinese, ribadita durante il XIX Congresso, oltre a rispondere inevitabilmente ai principi culturali cinesi che hanno sempre dato molta importanza alla fusione tra mondo civile e militare, riflette anche il cambiamento tecnologico promosso dagli Stati Uniti, attraverso il cosiddetto Third Offset Strategy. Questo approccio normativo americano inquadra l’evoluzione dell’esercito in chiave innovativa, ossia stabilire i nuovi assetti di guerra sulla base dei progressi tecnologici e sfruttare i medesimi durante le fasi operative.

Scontro strategico Pechino/Washington all’ombra della Cpa →


Al di là degli assunti strategico-operativi brevemente enunciati durante il congresso e che quindi verranno approfonditi e sviluppati nei prossimi anni, il Congresso ha svolto la funzione primaria di riorganizzare l’apparato militare, inserendo nuove figure e ritirando altri dalla scena. I personaggi illustri a cui è stato chiesto di fare un passo indietro sono: il Gen. Guo Boxiong e Xu Caihou. Queste due figure militari hanno rivestito importanti ruoli all’interno dell’apparato militare.  Di recente, invece, due membri del Commissione Militare Centrale (CMC), Fang Fenghui and Zhang Yang, sono stati accusati di corruzione e quindi rimossi dal loro incarico. L’epurazione di queste due figure è molto significativa, considerato che Fang era a capo del Dipartimento di Stato Maggiore del CMC, nonché prossimo a diventarne il vice segretario. Dall’altro versante, Zhang guidava il Dipartimento dell’attività politica del CMC, la cui funzione riguardava l’istruzione ideologica all’interno del settore militare.

 

Alla rimozione di figure chiave ha fatto seguito la nomina di giovani ufficiali a capo dell’esercito. La loro selezione segue un preciso disegno politico in relazione alla mutata natura della guerra, soprattutto per ciò che riguarda l’avanzamento tecnologico in campo informatico e in campo cyber. L’importanza di intrecciare più settori tra di loro nelle fasi di guerra, specialmente per ciò che riguarda il progetto dell’interdipendenza tra il settore civile e quello militare – junmin ronghe – ha spinto Xi Jinping a nominare ai vertici dell’esercito quei nuovi ufficiali che hanno ottenuto un’istruzione militare più aggiornata e al passo coi tempi. Queste nuove figure, di conseguenza, risultano essere più istruite rispetto ai loro predecessori, sull’arte e la scienza della guerra, così da garantire all’Esercito Popolare di Liberazione l’elaborazione di nuove dottrine di guerra, senza però annullare la tradizione militare cinese.


Il XIX Congresso, oltre a sviluppare le nuove dinamiche politiche ed istituzionali all’interno della governance del partito, ha posto le basi per quella che sarà la trasformazione dell’esercito. Al di là della continua ricerca della professionalizzazione dei principali apparati operativi – attestata, appunto, dall’obiettivo di raggiungere, entro il 2035, uno sviluppo avanzato dell’esercito e, entro il 2050, la leadership a livello globale (o quantomeno la parità con gli USA) –, la recente Assise ha posto anche in essere l’essenza dottrinaria della nuova Cina: un paese ormai disposto a sottolineare il proprio coinvolgimento negli affari internazionali, nonché la propria centralità negli affari strategici dell’area e non solo.



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