Via le bombe

Scontro strategico
Pechino/Washington
all’ombra della Cpa




Il 12 luglio scorso, la Corte Permanente di Arbitrato (CPA) dell’Aia, nel contenzioso tra Cina e Filippine, si è espressa con una sentenza di condanna nei confronti della Cina. Il contendere riguardava le isole Spratly, nonché la rivendicazione, da parte di Pechino, di sovranità su gran parte del Mar Cinese Meridionale, attraverso la cosiddetta formula della “Nine-dash line”.

Tutto ciò, oltre ad aprire un grosso dibattito nella giurisprudenza internazionale, ha puntato i riflettori sulla situazione geopolitica e militare della regione Asia-Pacifico.

Al di là del recente annuncio, da parte di Pechino, della possibilità si creare una ADIZ nel Mar Cinese Meridionale, e dell’implementazione del sistema THAAD da parte della Corea del Sud, ci sono tre punti su cui principalmente vale la pena soffermarsi: il processo di militarizzazione cinese; il pivot americano e il ruolo del Giappone; e, infine, il caso del Vietnam.

La militarizzazione cinese si è mossa, negli ultimi vent’anni, in una particolare direzione per soddisfare alcuni importanti requisiti strategici, fra cui l’Anti-Access/Area-Denial (A2/AD) coniugata con la recente ideazione di una completa dottrina strategica della guerra insulare; uno tra i tentativi militari più onnicomprensivi che la Cina abbia concettualizzato finora.

 

 

Sotto il profilo tecnologico, le grandi innovazioni in campo missilistico – come, ade esempio, il DF-21D – così come molti missili intercontinentali, dimostrano una propensione al loro impiego nella regione, specialmente contro potenziali portaerei in avvicinamento. Dunque la Cina non sarà disposta a rinunciare al controllo su fette importanti dell’Asia-Pacifico che ritiene essenziali, non solo per la propria sicurezza, ma per la sua stessa sopravvivenza. Il Mar Cinese Meridionale, al di là di ogni considerazione “storica”, rappresenta un asset strategico fondamentale per la Cina, perché è in grado di farle acquisire nuovamente prestigio e potenza in una regione che oggi guarda a Pechino con timore ma, nello stesso tempo, con grandi aspettative. Ma anche la sopravvivenza della Cina passa attraverso il Mar Cinese Meridionale e la capacità di controllarne le principali rotte marittime che dovranno garantire allo sviluppo economico del Paese approvvigionamenti di risorse essenziali. Uno degli incubi più spaventosi di Pechino è la sua totale, o quasi, dipendenza dalle rotte marittime che passano per lo stretto di Malacca; la chiusura (o interdizione) del quale strangolerebbe l’economia del paese.
Inoltre, in chiave strategica, vanno considerati altri due elementi della modernizzazione militare cinese. Da un lato, infatti, non va dimenticata l’importanza delle portaerei, che Pechino ha annunciato di voler potenziare, avviando la costruzione, a partire dall’inizio del 2016, di un secondo esemplare, da stanziare presso l’isola di Hainan dove, tra l’altro, il governo di Pechino ha implementato l’utilizzo della milizia marittima cinese (海上民兵 haishang minbing) che ha già dimostrato significative capacità operative.

La presenza militare Usa nella regione aumenterà, ma Pechino potrebbe compiere la prima mossa. Tra Pivot to Asia e Tattica del Salame, non va sottovalutato il ruolo di attori come il Vietnam

Il secondo elemento riguarda la cosiddetta “salami tactics”, ossia “la tattica del salame” che prevede la possibilità di conquistare, lentamente, fette crescenti di territorio; operazione che, per sua natura, non necessita di vistose operazioni militari. Questa condizione tattica, infatti, potrebbe continuare nonostante la sentenza del tribunale e potrebbe costringere gli USA ad adottare un comportamento squilibrato, minacciando l’uso della forza nei confronti di operazioni cinesi che, sulla carta, non risultano particolarmente gravi.
La seconda questione aperta e destinata a impattare sul futuro della regione è lo sviluppo del progetto americano di contenimento della Cina attraverso il “Pivot to Asia”. Quest’ultimo, nato come tentativo di controllare, più che limitare, la crescita economico-militare della Cina – creando un cordone strategico con i principali Stati che hanno dispute territoriali con Pechino – ha garantito l’incremento della presenza statunitense nella regione, grazie soprattutto all’utilizzo di basi militari localizzate in punti chiave dello scacchiere del Mar Cinese Meridionale, come Giappone, Filippine e Corea del Sud.
La sentenza del tribunale serve anche lo scopo degli USA di impedire, a tutti i costi, una potenziale costruzione cinese di una base militare presso la Scarborough Shoal la quale, per la sua posizione geografica – distante solo 180 miglia nautiche da Manila e vicinissima allo stretto di Luzon tra Taiwan e Filippine – garantirebbe alla Cina un’invidiabile vantaggio strategico nell’area. Tuttavia, le azioni americane hanno anche scatenato non poche preoccupazioni a Pechino, data la storica sensibilità della Cina nei confronti di qualsiasi tentativo, esplicito o meno, di accerchiamento del proprio territorio. Inoltre, la situazione potrebbe destabilizzarsi ulteriormente se la visione strategica americana troverà completa applicazione in campo militare con l’implementazione della dottrina della AirSea Battle che, per le sue caratteristiche militari, dovrebbe porsi come unica vera dottrina della flessibilità operativa contro la strategia cinese dell’A2/AD.

 

A complicare ulteriormente il quadro si inserisce il fattore Giappone. La terza economia del Pianeta, con il risultato delle ultime elezioni politiche favorevole ai nazionalisti, ha messo in campo il desiderio di modificare l’articolo 9 della costituzione che bandisce l’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali. Tra l’altro, a prescindere da come il successo delle urne verrà davvero tradotto in un effettivo cambiamento dell’assetto strategico-militare giapponese, un elemento sembra già emergere con forza: il revisionismo storico, che alimenta costantemente profonde ferite tra gli Stati della regione. Al cospetto delle misure revisioniste che il Giappone è determinato ad applicare, si possono già registrare, in questa direzione, i primi forti segnali da parte di Pechino, che ha subito bollato la sentenza dell’Aia come un ulteriore lascito del “secolo dell’umiliazione”.

 

Infine, il terzo ed ultimo punto riguarda il caso del Vietnam, spesso sottovalutato. Hanoi in questo scenario gioca un ruolo fondamentale. A differenza di altri Stati con i quali la Cina ha dei forti contenziosi regionali, il Vietnam rappresenta uno dei pochi attori in grado di contrastare Pechino a livello strategico e operativo. Infatti, questi due paesi si sono recentemente confrontati militarmente, come attestano la famosa guerra del 1979 e, per rimanere in tema, la battaglia delle isole Paracel del 1974, avvenuta proprio in una delle isole contese tra i due Stati. Inoltre, negli ultimi anni, il Vietnam è tornato a far parlare di sé per tre importanti elementi politici e strategici: il primo riguarda la feroce protesta dell’estate del 2014 contro l’ingerenza di Pechino nell’economia del paese; il secondo caso riguarda il recente riavvicinamento strategico tra il Vietnam e gli Stati Uniti che ha destato non poche preoccupazioni a Pechino. Infine, a livello operativo, non va dimenticato che il Vietnam è l’unico stato in Asia Orientale a possedere, al pari della Cina, una sofisticata milizia marittima, che potrebbe avviare operazioni irregolari in mare aperto, proprio specularmente all’uso della stessa da parte di Pechino.

 

In conclusione, non è affatto facile prevedere ciò che potrebbe verificarsi nella regione all’indomani del giudizio dell’Aia. Tuttavia, guardare con spirito critico gli elementi appena citati permette di comprendere la pressione che questi esercitano sulle relazioni interstatali. E da ciò emergono due condizioni storiche da non sottovalutare. Da un lato la storia militare cinese, che ha dimostrato che valutare le azioni strategiche in chiave costi/benefici non è così scontato. La Cina, infatti, durante la guerra di Corea del 1950, sorprese tutti per il suo coinvolgimento militare, quando, in realtà, la logica costi/benefici evidenziava, con una certa sicurezza, che Pechino non avrebbe mai preso parte al conflitto. Tradotto nel caso in questione – nonostante l’avvicinarsi del G20 di settembre che si terrà proprio in Cina – Pechino, pur partendo da un assetto aereo inferiore, potrebbe sfruttare preventivamente le nuove piste costruite nelle isole Spratly per far decollare i suoi nuovi jet fighter per scopi dimostrativi, così anche da scoraggiare altri paesi come il Vietnam e l’Indonesia dall’avanzare ricorsi simili a quello filippino.
Dall’altro versante, l’altra condizione storica è il ruolo degli Stati Uniti. In una regione, sempre più decisiva per gli equilibri mondiali, il ruolo, nonché la presenza, di Washington tenderanno ad aumentare sia per regioni puramente economiche che geopolitiche. Di conseguenza, il coinvolgimento americano, parallelamente alle pressioni storiche con le quali il governo di Pechino è costretta a convivere, rappresentano due variabili geopolitiche altamente delicate che hanno la forza di condizionare profondamente, in una direzione o in un’altra, l’assetto politico regionale nel suo complesso.



Commenti


Articoli correlati