Via le bombe

In Cina non funziona:
gli Usa abbandonano
la dottrina dell’A2/AD




Ai primi di ottobre, la marina militare statunitense ha annunciato che non utilizzerà più la definizione “A2/AD” per descrivere la strategia impiegata da quegli Stati che operano militarmente da una posizione di inferiorità rispetto al potenziale americano. Come ha spiegato lo stesso Capo delle operazioni navali – ammiraglio John Richardson – il termine “A2/AD” è diventato ormai vago e ambiguo. Al suo posto è preferibile una definizione più dettagliata che prenda in considerazione le specificità del caso che si vuole analizzare. La marina militare cercherà valide alternative dottrinali che possano efficacemente descrivere il fenomeno di come uno Stato pensa e pianifica la propria struttura militare nelle acque limitrofe alle proprie coste.

 

Elaborato tra gli anni Novanta e Duemila, lo “Anti-Access and Area Denial” (A2/AD) è stato utilizzato per illustrare un particolare assetto strategico e operativo che alcuni Stati impiegano per contrastare possibili tentativi di invasione da parte di altri attori – militarmente superiori – o per rallentarne l’operato militare. L’A2/AD è stato spesso utilizzato per spiegare le operazioni militari giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, il piano militare dell’Unione Sovietica e, infine, le mosse dell’Iran e della Cina.

Il “Vento dell’Est”, uno scudo di missili sul Mar cinese meridionale →

 

Stando alla sua definizione generale, la natura dell’A2/AD rappresenta, in teoria, una misura militare puramente difensiva. Tuttavia, nelle fasi della sua attuazione, risulta più difficile derubricarla tra le mere misure difensive di uno Stato. Infatti, il nome stesso della dottrina è composto da due elementi operativi complementari: l’anti-accesso (anti-access) e la negazione d’area (area denial). Il primo termine si riferisce al tentativo militare volto a impedire l’utilizzo, da parte del nemico, di postazioni fisse terrestri in uno specifico teatro di operazioni. Queste postazioni – spesso definite “foward bases” (basi avanzate) – riguardano, nel caso specifico, le basi americane nell’Asia-Pacifico, come, ad esempio, quella presso l’isola di Guam. Per impedire l’utilizzo delle stesse, lo Stato interessato impiegherebbe strumenti quali: SRBM (short-range ballistic missiles), MRBM (medium-range ballistic missiles) e ASBM (anti-ship ballistic missile come il famoso DF-21D), dispositivi anti-satellitari (ASAT), sottomarini e, infine, anche se meno probabile, una portaerei per far decollare gli aerei da combattimento, preposti alla distruzione di navi e strutture nemiche. L’anti-accesso, in base alla sua strategia complessiva, mette in risalto come, appunto, l’A2/AD non possa definirsi un vero e proprio sistema di difesa, dato che intercettare il nemico nelle sue basi e attaccarlo per paura di essere attaccati per primi pone l’accento su sistemi di guerra preventivi, i quali, pur agendo secondo una logica puramente difensiva, esercitano, operativamente, azioni chiaramente offensive.

Con l'impiego della milizia marittima, degli ASBM e la progettazione di sottomarini silenziosi  Pechino si pone su un piano operativo e dottrinale diverso dall'Anti-Access/Area Denial 

Qualora lo Stato interessato non agisca preventivamente per impedire l’accesso del nemico nell’area ritenuta strategicamente importante, l’altro strumento a disposizione è la negazione d’area (area denial). Essa corrisponde a una visione strategico-operativa che dovrebbe entrare in azione molto prima che l’attore nella fase di attacco possa raggiungere le coste altrui. Affinché ciò si verifichi, lo Stato che desideri attuare la negazione d’area dovrebbe sfruttare al meglio mezzi e dottrine necessarie a impedire che le forze marittime di uno Stato possano liberamente muoversi nel teatro operativo, spesso localizzato vicino alle coste dello Stato interessato.

Nel caso specifico, l’AD è stato considerato l’elemento cruciale della strategia di Pechino, volto a rallentare le manovre americane nell’eventualità di una guerra con Taiwan. La negazione d’area, per essere implementata, quindi, si basa sui seguenti strumenti strategico-operativi: mine marittime, sottomarini, ASCM (anti-ship cruise missiles) e aerei da combattimento i quali, in questo secondo caso, aumenterebbero la propria capacità operativa, dato che l’eventuale operazione militare si verificherebbe vicino alle coste dello Stato che si considera essere il difensore.

 

Tuttavia, passando dalla dottrina agli aspetti più pragmatici, si intuisce subito che la Cina adotta, per la propria difesa, un sistema operativo – ma soprattutto dottrinale – che presenta alcune diversità rispetto ai postulati dell’A2/AD. A livello operativo, infatti, l’utilizzo della milizia marittima pone l’accento su un diverso modo di concepire le operazioni militari in mare. Inoltre, la Cina sta sviluppando una serie di sottomarini diesel di nuova generazione – quindi silenziosi – che dovrebbero pattugliare l’area e attaccare preventivamente – puntando sull’effetto sorpresa – il nemico in avvicinamento. Infine, un altro elemento che differenzia il modello cinese rispetto ai postulati dell’A2/AD è l’impiego degli ASBM, come il famoso DF-21D, capace di colpire navi in movimento in mare.

Spiegare la peculiarità cinese attraverso l’A2/AD, quindi, non risulta più adeguato. Eppure questa riconsiderazione dottrinale non dovrebbe sorprendere, dato che alcuni studiosi avevano già messo in discussione il principio dell’A2/AD. I professori Fravel e Twomey, infatti, all’inizio del 2015 pubblicarono, sul Washington Quarterly, un articolo in cui si evidenziava l’assoluta mancanza, tra le pubblicazioni accademiche e governative cinesi, di riferimenti alla dottrina e agli elementi operativi dell’A2/AD in campo marittimo.

La milizia marittima e la guerra di popolo nel Mar cinese del Sud →

 

Di conseguenza, risulta necessario riconsiderare la dottrina dell’A2/AD in chiave cinese, così da elaborare un modello che metta in risalto le peculiarità operative di Pechino alla luce delle ragioni storiche che governano tuttora il pensiero strategico cinese.

 

Una possibile risposta a questo problema potrebbe essere quello di prendere in considerazione il modello cinese della guerra locale in condizioni di alta tecnologia – gao jieshu tiaojianxia jubu zhanzheng (高技术条件下局部战争). Questa visione strategica cattura meglio quali sono le condizioni geografiche del teatro delle operazioni e soprattutto qual è l’approccio cinese alla strategia. La guerra locale in condizioni di alta tecnologia, infatti, mette in evidenza uno dei problemi geopolitici centrali di Pechino: il Mar Cinese Meridionale e Orientale. In queste aree la Cina cerca di esercitare il pieno controllo, sia in vista anti-americana – a causa del progetto di accerchiamento noto come “Pivot to Asia” – che per ragioni storiche attraverso le quali la Cina cerca di ricreare il proprio perimetro di sicurezza. Inoltre, a livello operativo, la guerra locale in condizioni di alta tecnologia pone l’enfasi sulla capacità di avviare operazioni asimmetriche per la difesa del proprio territorio; nel caso specifico – ed è questa una delle principali caratteristiche del pensiero strategico cinese – Pechino sta già avviando la pianificazione di quella che è stata definita come la guerra di popolo in mare haishang renmin zhanzheng (海上人民战争), proprio in virtù della natura della propria cultura strategica e l’importanza che il maoismo ha esercitato anche – e soprattutto – a livello militare.

 

Questa condizione favorirebbe, di conseguenza, l’impiego di mezzi convenzionali d’arma, come i missili balistici, a fianco di mezzi asimmetrici, come la milizia marittima e la squadre di cyber combattenti, dove questi ultimi figurano tra i componenti più rilevanti. Ciò è dovuto, infatti, dalla progressiva centralità che riveste la flessibilità strategica, nonché la capacità di coniugare, operativamente, tutti e quattro i principali settori militari (terra, mare, aria e cyber), per una efficace implementazione di sistemi C4SIR (comando e controllo, comunicazioni, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione). Questa condizione operativa complessiva è, inoltre, confermata dalla ricerca, da parte di Pechino, di quella che è stata definita la mazza dell’assassino shashoujian (杀手锏), ossia un’arma, o un sistema d’armi, in grado di piegare il nemico con un solo colpo

 

Di conseguenza, in un contesto particolarmente complesso come quello cinese, la dottrina dell’A2/AD non riesce a spiegare, nella sua interezza, l’approccio strategico di Pechino, soprattutto se calato in una prospettiva marittima. Una conclusione che adesso sembra essere condivisa anche dal mondo militare americano. Nel caso cinese, infatti, flessibilità strategica e l’attuazione di operazioni congiunte sono i due pilastri di quella che i cinesi hanno definito come guerra di popolo in mare e che sembra rappresentare la visione strategica principale delle operazioni militari marittime cinesi.



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