Via le bombe

Il missile balistico DF-41
e la dottrina nucleare
della deterrenza limitata




L’evoluzione tecnologica cinese in campo militare procede senza sosta. Anche nel settore nucleare, Pechino ha intrapreso un percorso di trasformazione del proprio assetto tecnologico che, se da un lato potrebbe lentamente portare a una modifica della propria dottrina nucleare, dall’altro – questo è il mio argomento -, potrebbe, in realtà, rafforzare quanto già deciso, a livello strategico, dal governo.

 

L’assetto tattico nucleare che ha conosciuto una particolare trasformazione è il Dongfeng-41 (DF-41), missile balistico intercontinentale nucleare con propellente solido e capacità di lancio da unità mobili che, per le sue capacità tecniche, sembra alterare la logica tattica e strategica nel campo nucleare. Il DF-41 è l’evoluzione del DF-31, precedente versione del missile balistico intercontinentale in dotazione all’esercito cinese. Il vecchio modello, a causa dei suoi limiti operativi, è stato rivoluzionato. Il DF-31, infatti, ha una gittata pari a circa 8.000 chilometri. Sicuramente una distanza significativa, ma dato che la Cina ha avviato una ricerca intensiva nel settore dei missili balistici intercontinentali, tale gittata rappresenta più la regola che un’eccezione. Inoltre, il DF-31 – missile tristadio – è in grado di trasportare solo una testata nucleare da un megatone, oppure un massimo di 4 testate nucleari MIRV (multiple independently targetable re-entry vehicles) con una potenza compresa tra i 20 e i 150 kilotoni per ciascuna, e con un’accuratezza nel colpire il bersaglio pari a 300 metri CEP (Circular error probable).

 

Il suo peso di lancio effettivo, infine, si attesta intorno alle 42 tonnellate e può essere lanciato da postazioni terrestri, oltre che da postazioni mobili. Inoltre, il prototipo del DF-31 ha dato vita a delle versioni più piccole parallele – i JL-2 – che invece possono essere utilizzati all’interno dei sottomarini. Nonostante la presenza di questi limiti operativi, la Cina ha comunque cercato di mantenere questo dispositivo all’interno della complessiva pianificazione militare, così da impiegarlo in contesti operativi più localizzati. Il DF-31, tuttavia, pur rimanendo nel calcolo strategico cinese, ha subito delle modifiche tecniche, attraverso la creazione delle varianti DF-31A e DF-31B, che presentano semplicemente gli stessi aspetti tecnici dell’originario DF-31, solamente potenziati.

La nuova arma iper tecnologica con cui Pechino potrebbe colpire gli Stati Uniti diventerà, con assoluta probabilità, l'elemento centrale della dottrina nucleare della Repubblica popolare

La storia dell’evoluzione del DF-41 parte proprio da queste componenti tecniche. Innanzitutto va precisato che il DF-41 non è stato ancora completamente testato, ma alcuni dettagli tecnici lo pongono già tra le misure tecnologiche più avanzate. Questo nuovo missile balistico intercontinentale è anche composto da un sistema tristadio. I primi due stadi ricalcano quelli del DF-31, mentre il terzo prevede una durata più lunga, in virtù del nuovo piano di sviluppo del missile. Il DF-41, infatti, con un peso di lancio di circa 80 tonnellate, avrà una gittata che oscilla tra i 12.000 e i 15.000 chilometri, ponendosi come l’ICBM più sofisticato all’interno del mondo militare, superando persino il potenziale del LGM-30 Minuteman III americano, che possiede una capacità di gittata non superiore ai 13.000km. Inoltre, per quanto riguarda il carico che il DF-41 avrà in dotazione, ancora una volta, il potenziale di fuoco sembra attestarsi su un’unica testata nucleare da un megatone, oppure su dieci unità MIRV con una potenza che può oscillare dai 20 ai 150 kilotoni per testata. La sua accuratezza, inoltre, è maggiore rispetto al suo predecessore, pari a 100-500 metri CEP.

 

In virtù di queste caratteristiche, che rendono il DF-41 l’arma con cui la Cina potrebbe, con facilità, colpire gli Stati Uniti, il nuovo missile diventerà, con assoluta probabilità, l’elemento centrale della dottrina nucleare cinese.

 

 

Ma la domanda più ovvia che sorge in questo contesto è se sia davvero la tecnologia a condizionare la natura della dottrina militare o se, in realtà, l’esistenza e la pianificazione di una determinata dottrina crei la direzione per lo sviluppo tecnologico necessario affinché la dottrina stessa trovi completa applicazione. La letteratura, al riguardo, è alquanto vasta e complessa, anche se, nel caso cinese, sembra prevalere la logica della dottrina militare prima, e la tecnologia poi.

 

Infatti, la Cina, almeno a partire dagli anni Sessanta, ha adottato una dottrina militare nucleare che si basa su due principi generali abbastanza speculari: la No First Use (NFU) policy e la deterrenza limitata – youxian he weishe – che però è stata sviluppata a partire dagli anni Ottanta, allo scopo primario di fortificare il primo principio. Per ciò che riguarda il primo punto, la NFU, come dice la parola stessa, pone l’accento sull’idea che la Cina debba sviluppare una logica militare e una narrativa politica che enfatizzino la riluttanza di Pechino a impiegare le armi nucleari per scopi preventivi; in altre parole, l’obiettivo è quello di non attivare, per primi, un conflitto nucleare. Di conseguenza, a livello sia strategico che tattico, la NFU si basa sull’idea che non sia necessario possedere un vasto arsenale nucleare, bensì risulterà più efficiente essere in grado di possedere una solida capacità di secondo colpo (second-strike capability, hou fa zhi ren) che possa dimostrare all’avversario che si dispone di armi nucleari sufficienti e sofisticate per poter avviare una ritorsione nucleare nel caso in cui si subisca un attacco preventivo.

 

Per quanto riguarda il secondo principio – la dottrina della deterrenza limitata – che si riallaccia al primo, essa si riferisce alla costruzione di un arsenale militare variegato e ottimale per scoraggiare possibili guerre convenzionali, di teatro e guerre strategiche nucleari. Inoltre, l’obiettivo è anche quello di controllare e sopprimere l’escalation militare durante una potenziale guerra nucleare. Di conseguenza, l’impiego di questa dottrina dovrebbe garantire al settore militare cinese la capacità di rispondere efficacemente a qualsiasi tipo e livello di attacco; da quello tattico a quello strategico.

L'atomica cinese mira alla conservazione della sovranità e dell'integrità territoriale e alla preparazione militare di guerre regionali e fortemente militarizzate

Questi aspetti distinguono chiaramente questa dottrina da quella della deterrenza minima o da quella massima. Mentre la prima si riferisce alla costruzione di un arsenale minimo sufficientemente valido per scoraggiare l’avversario dall’avviare operazioni d’attacco nucleare, la seconda, diametralmente opposta, si basa su una semplice logica quantitativa, e si riferisce all’idea di costruire un vasto arsenale militare e nucleare che superi, ovviamente, quello a disposizione del nemico. Nel mezzo, quindi, si piazza la dottrina della deterrenza limitata, che, inoltre, si caratterizza per un altro elemento abbastanza rilevante, che si esplica durante le fasi del conflitto: l’obiettivo strategico ultimo, infatti, non è quello di raggiungere la vittoria militare sull’avversario, bensì infliggergli un controvalore e una controforza sufficienti per distruggere il suo morale e impedirgli la vittoria. Per raggiungere quest’ultimo scopo, tuttavia, è necessario che lo stato interessato colpisca le capacità militari dell’avversario prima che vengano impiegate. Ciò, però, si pone in aperta antitesi con il principio cardine della dottrina nucleare cinese, che pone l’accento sulla politica del no-first-use. Negli ultimi vent’anni, infatti, la crescita tecnologica in campo militare da un lato – che sembra porre l’accento su manovre offensive piuttosto che difensive –, e i vari documenti ufficiali del governo dall’altro, sembrano entrare in conflitto dottrinale. Pechino, infatti, continua a sostenere la politica del no-first-use, tuttavia, il linguaggio di riferimento, nei vari White Papers della Difesa, sembra, a volte, scoprire il fianco ad ambiguità linguistiche.

 

 

I nuovi missili ICBM cinesi rappresentano, inevitabilmente, il futuro della tecnologia cinese e della potenziale traiettoria del suo apparato militare – sempre più strutturato secondo una chiara logica tecnologica. Tuttavia, nonostante le ambiguità dottrinali in rapporto allo sviluppo tecnologico in campo militare, nel caso cinese sembra plausibile poter asserire che sia la dottrina a creare i contorni all’interno dei quali si muove lo sviluppo tecnologico nazionale. In questo senso, di conseguenza, è evidente che le armi nucleari cinesi vengano sviluppate tenendo in considerazione un’unica direzione strategica: conservazione della sovranità e integrità territoriale contro possibili attacchi e soprattutto preparazione militare per quelli che vengono considerati i maggiori rischi che la Cina dovrà affrontare nel medio e lungo periodo: guerre regionali e fortemente militarizzate.



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