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Vertice Sco, la Nato dell’est alla prova del pantano afghano

breakfast, pamir highway (tajikistan), dieter zirnig

 

Mentre gli Stati membri dell’Ue e della Nato discutono di sanzioni alla Russia e di un eventuale sostegno militare all’Ucraina, per la Cina si presenta l’opportunità di cavalcare l’onda della crisi sul Mar Nero per rafforzare il suo potere nell’ambito della più importante organizzazione regionale centroasiatica, la Shanghai Cooperation Organisation (SCO).

Gli interessi di Pechino in Asia centrale sono rilevanti. Non solo risorse energetiche e mercati di esportazione: le ex repubbliche sovietiche rappresentano anche importanti partner nel contrastare i separatisti uiguri presenti nell’area, nonché destinazioni di investimenti cinesi in progetti infrastrutturali e industriali. Finora, la corsia preferenziale di Pechino è stata quella degli accordi bilaterali, ma la strategia prevede un ruolo sempre più centrale all’interno della Sco.

Pechino ha bisogno, ora più che mai, di accreditarsi come potenza affidabile e pacifica, per resistere alle pressioni della comunità internazionale che vorrebbe la Repubblica popolare più coinvolta in Medio Oriente, Iraq e, soprattutto, in Afghanistan (in vista del ritiro di 10mila militari americani impegnati nella International Security Assistance Force, Isaf).

 

Via i militari occidentali da Kabul, Pechino avrà un ruolo ma…

Poiché la Cina non persegue una politica di potenza militare, né è fautrice (come molti paesi occidentali) di interventi militari “umanitari” e, per il momento, non esistono lobby capaci di spingere il governo a un’azione militare nell’area, la Sco potrebbe essere la soluzione perfetta al vuoto che l’Isaf si accinge a lasciare. Anche perché l’altro paese membro con importanti interessi in Asia centrale è la Russia, che mai come ora – nel momento in cui si irrigidisce il suo isolamento internazionale – ha bisogno della Cina come alleata.

Un timing perfetto, quello del summit Sco che si apre domani nella capitale tagika Dushambe alla presenza dei capi di stato dei paesi membri (Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tagikistan e Uzbekistan).

Nata dalle ceneri della “Shanghai Five”, organizzazione regionale fondata nel 1996, la Sco si costituisce nel 2001 dopo l’inclusione dell’Uzbekistan tra gli Stati membri. Fortemente voluta dall’allora presidente Jiang Zemin per gestire l’interscambio commerciale tra Cina e Asia centrale, accaparrarsi le risorse energetiche di quest’ultima e fare fronte comune contro la minaccia di “separatismo, estremismo e terrorismo” (rappresentata dalla popolazione musulmana degli uiguri della regione cinese del Xinjiang, con forti legami in Asia centrale), la Sco si sta rivelando sempre più importate anche per la Russia. E per tutti gli altri paesi coinvolti: Afghanistan, India, Iran, Mongolia e Pakistan come Stati osservatori, Turchia, Belarussia e Sri Lanka come dialogue partner.

 

Rafforzare l’Istituzione, per renderla protagonista sulla scena internazionale

Il summit sarà l’occasione per rafforzare l’importanza dell’organizzazione in Asia centrale, legittimarla sempre più di fronte a una comunità internazionale scettica e critica, e per rivedere i rapporti tra gli stati membri, gli osservatori e i dialogue partner alla luce dei cambiamenti geopolitici. Un’anteprima di questo nuovo ruolo della Sco si è vista in occasione delle esercitazioni militari – “Peace mission 2014” – che si sono tenute in Mongolia Interna (Cina) dal 24 al 29 agosto scorsi. I media cinesi ci hanno tenuto a sottolinearne l’importanza, senza precedenti, sia per forze dispiegate e dimensioni di territorio coinvolto, sia per la tipologia di armamenti utilizzati.

Uno dei primi punti che si affronteranno è il miglioramento di leggi e norme che regolano il funzionamento dell’organizzazione per rafforzarne l’impianto giuridico. Inoltre, si valuterà la possibilità di integrare India e Pakistan tra gli stati membri, soprattutto grazie al riavvicinamento Cina-Russia (l’India è storicamente alleata della Russia e il Pakistan della Cina) e all’interesse di Modi per l’Organizzazione.

La Sco non può costituire una valida alternativa all’Isaf senza questi due paesi, e senza l’Iran. In questo ultimo caso, le sanzioni imposte dall’Onu impediscono la promozione di Tehran, e anche se gli stati membri deliberassero all’unanimità a favore dell’ingresso iraniano, l’intera organizzazione entrerebbe in conflitto diretto con gli Stati Uniti, e con le sanzioni relative al programma nucleare iraniano.

 

I guai della Russia di Putin e il protagonismo della Turchia di Davutoglu

Molto importante sarà la discussione sulla possibilità di far entrare la Turchia come Stato osservatore. Considerato il ruolo che il paese riveste come importante porta d’accesso all’Europa attraverso l’Asia centrale e occidentale, e le affinità culturali, religiose e linguistiche con parte dei paesi Sco, una Turchia sempre più Sco e sempre meno Nato non sarebbe incoerente.

Inoltre, nel quadro della nuova politica estera prospettata dal Presidente Recep Tayyip Erdogan, e ideata dal premier Davutoglu, un allontanamento della Turchia dal “sogno europeo” e un avvicinamento ai vicini orientali sarebbe del tutto coerente, nonostante le problematiche che la nuova situazione genererebbe, in particolare, nel rapporto con gli Stati Uniti.

Funzionale al progetto cinese di “Nuova Via della Seta, e a un Putin interessato a sviluppare i suoi rapporti con la Cina (si sono appena inaugurati, in Siberia orientale, i lavori per la costruzione del gasdotto di 4000 chilometri che nel 2019 comincerà a far arrivare gas alla Cina, mentre si stanno discutendo futuri accordi bilaterali quali un tunnel e una rete ferroviaria che dovrebbe attraversare lo Stretto di Kerch e unire Russia e Crimea, e la costruzione di un canale in Nicaragua che dovrebbe fare concorrenza a quello di Panama, controllato dagli Stati Uniti), nel futuro prossimo una Sco più forte “a guida cinese” potrà ridisegnare, in una prospettiva multilaterale che tenga conto dei molteplici interessi in gioco, i rapporti di potere in Asia centrale.

Con tutto questo Stati Uniti ed Europa dovranno confrontarsi.