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Un esercito di internet-dipendenti che spaventa il Pcc

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un graffito dedicato al videogame “bullet bill” su un muro di pechino, NotLiz

 

Decine di giovanissimi, seduti su comode sedie girevoli in un ambiente buio e pieno di fumo, hanno gli occhi fissi sugli schermi dei computer, contenitori di agili figure che si muovono in ambientazioni fantastiche. Chiunque abbia avuto la possibilità di passeggiare in una città cinese può aver notato i 网吧 wangba (equivalenti ai nostri internet point), stanzoni che si affacciano sui marciapiedi, file di computer che attirano giovani cinesi tra i 10 e i 25 anni. Si distraggono raramente, per fumare, o per rispondere al cellulare, il loro sguardo è fisso sullo schermo, catturato dalla realtà parallela dei videogame. Una parte di loro viene chiamata 网瘾 wangyin, “tossici di internet”, e manifesta depressione, insonnia, irritabilità e, quando si allontana dallo schermo, crisi di astinenza.

Prima al mondo per numero di netizen 网民 wangmin il “popolo di internet”, la Cina è stato il primo paese a considerare l'”assuefazione da internet” una patologia clinica.  Nel 2004 apre il primo centro di riabilitazione per persone dipendenti da internet, cui è dedicato un documentario presentato all’ultima edizione del Sundance Film Festival: situato nel quartiere di Daxing, alla periferia di Pechino, la struttura viene gestita da militari e personale medico. Dal 2004 al 2009, più di 3.000 adolescenti e giovani sono stati affidati al centro per seguire la terapia di disintossicazione. Durante la permanenza,i teenager, soprattutto maschi, vivono una quotidianità di disciplina e rigore: si svegliano tutti i giorni 6:30, lasciano le spoglie camerate con letti a castello (nelle quali vengono rinchiusi con lucchetti dietro sbarre per evitare che scappino quando hanno le crisi di astinenza) e cominciano la terapia, un mix di esercitazioni militari e cure farmacologiche. Infine, alle 21:30, tutti a nanna. I genitori, ritenuti corresponsabili della malattia dei figli, sono incoraggiati a frequentare il centro durante la cura, e spronati a partecipare alle sessioni di terapia. Il ciclo completo di disintossicazione costa 10.000 yuan (circa 1.200 euro) e dura dai tre ai quattro mesi, quando i ragazzini lasciano il centro e, se tutto va bene, si possono considerare disintossicati.

 

Gioventù comunista contro eroina elettronica: in cura 24 milioni di tossici della rete

Nel 2007 la Lega della Gioventù Comunista denuncia che più del 17% dei teenager cinesi dai 13 ai 17 è dipendente da internet, nel 2008 il Ministero della Salute classifica la “dipendenza da internet”, 网瘾 wangyin, una malattia psichica, che si manifesta quando una persona passa più di sei ore al giorno navigando in rete per motivi che non riguardano il lavoro o lo studio. I centri specializzati nella disintossicazione sono più di 400 in tutto il paese, e hanno in cura 24 milioni di giovani. Nel 2013, al 4% degli studenti di scuola media pechinesi viene diagnosticata la “dipendenza da internet”. Tra i casi curati nel centro di Daxing vi sono ragazzini che giocavano ai videogame per 200 ore di fila, interrompendo solo per rapidi pisolini (senza allontanarsi dal computer) e, in alcuni casi, indossavano un pannolone per non essere costretti a recarsi al gabinetto. I medici specializzati in questo tipo di dipendenza sostengono che la rete sia “eroina elettronica” (电子海洛英 dianzi hailuoying) per i giovani pazienti, che possono giocare a un videogame per mesi e mesi, senza pensare o fare altro. Numerosi i casi di ragazzi che riescono a passare il difficilissimo esame di accesso all’università, il 高考 gaokao, ottenendo punteggi tali da poter studiare nelle prestigiose università cinesi di Beida, all’Università di Pechino, e all’Università Qinghua, per diventare poi dipendenti da internet non appena cominciano a vivere nei campus, dove rimangono chiusi in camera davanti ai computer, saltano le lezioni, e curano esclusivamente la “vita sociale digitale”.

Le storie di questi ragazzi mettono in luce un mondo di adolescenti che ha perso il contatto con la realtà che lo circonda. Un mondo parallelo fatto di videogame sempre più complessi e lunghi da completare (alcuni possono richiedere anni di gioco). I genitori, da parte loro, non sanno affrontare il problema se non in modo passivo o violento, e a un certo punto si vedono costretti a somministrare sonniferi ai figli per riuscire finalmente a consegnarli, addormentati, nei centri di cura. Il 18 febbraio, nella contea di Xinhua, provincia dello Hunan, un quattordicenne ha accoltellato il padre in un internet cafè, dove il genitore si era recato per persuadere il figlio ad andare a scuola dopo una lunghissima assenza dovuta alla dipendenza da internet. Casi come questo sono riportati spesso dai media cinesi, e preoccupano sempre più genitori e opinione pubblica.

La “dipendenza da internet” non è un fenomeno nuovo nei paesi occidentali, mentre in Cina è relativamente recente. I fattori individuati come scatenanti della patologia sono: famiglie troppo presenti nelle vite di figli unici, i quali riescono a liberarsi dal controllo genitoriale tramite un’immersione nella realtà virtuale; una società in cui individualismo e consumismo stanno erodendo i valori collettivi tradizionali, generando una ricerca di nuovi modelli e di antidoti alla crescente solitudine; l’aumento della competizione in una società sempre più complessa, che impone, in modo quasi ossessivo, lo studio e il raggiungimento di obiettivi professionali ambiziosi. Durante le sessioni di terapia, i genitori vengono invitati a evitare di criticare, accusare e rimproverare i figli: gli psicologi dei centri di riabilitazione cercano di far comprendere quanto la solitudine – in una società in cui socialità, stimoli costruttivi e modelli positivi hanno sempre meno peso – giochi un ruolo primario nella situazione di questi ragazzi, uno dei quali dichiara: “quando mi sento solo, mi connetto a internet e so che dall’altra parte dello schermo trovo un’altra persona sola”.

 

Prigionieri tra l’individualismo occidentale e il mianzi confuciano

Un americano misura il proprio valore sulla base dell’affermazione personale, fin da bambini si insegna a essere indipendenti e a fare affidamento sulle proprie forze, perché indipendenza, individualismo e fiducia in se stessi sono considerati valori chiave della società. Per gli psichiatri e gli psicologi americani la “personalità dipendente” dagli altri è un vero e proprio disturbo, classificato con il numero di riferimento 301.6 nel manuale diagnostico e statistico della American Psychiatric Association. Si tratta dunque di uno stato patologico che necessita di cure: chi ne è affetto deve curare la sua mancanza di autonomia, e viene aiutato a perseguire il valore dell’indipendenza. La riservatezza, secondo la quale i figli in età da matrimonio eleggono un proprio domicilio privato, è un altro valore chiave delle società avanzate.

La società cinese tradizionale invece si basa su un sistema di valori centrati sulla famiglia estesa, e il valore dell’individuo si misura in base ai risultati raggiunti dalla famiglia estesa cui si appartiene. Il concetto confuciano di 面子 mianzi, “faccia”, è ancora centrale in Cina: la “faccia” è ciò che si mostra agli altri di se stessi, e corrisponde allo status della famiglia d’origine, alla posizione lavorativa, alle conoscenze e amicizie, a quanto si viene rispettati in contesti pubblici. A questo concetto è strettamente connessa la gerarchia sociale cui i cinesi tengono molto: chi ha più mianzi si posiziona a un livello superiore rispetto a chi ne ha meno. Le rapide trasformazioni che hanno interessato la società cinese negli ultimi trent’anni non hanno aiutato a far sì che il passaggio da una società tradizionale a una moderna fosse graduale, e ancora oggi le due diverse concezioni sociali si scontrano, ponendo i valori tradizionali collettivi in netto contrasto con quelli individuali del nuovo corso storico. È tra questi due sistemi di valori che i giovani intossicati da internet si trovano prigionieri, da una parte legati alle famiglie e alla società secondo il concetto di mianzi, dall’altra desiderosi di trovare una propria strada nella nuova società individualista e consumista.