Home About Us Archivio



Trump dribbla la Cina
e prepara l’attacco a Kim

È stato vagliato parola per parola a Pechino il primo discorso sullo stato dell’Unione del presidente Donald Trump, pronunciato la scorsa notte a Capitol Hill davanti al Congresso in seduta comune.

 

Un’attenzione, quella di leader e analisti cinesi, giustificata sia dalle strette relazioni che il capitalismo globale ha intrecciato tra le prime due economie del pianeta, sia dall’esigenza di comprendere quale direzione l’Amministrazione repubblicana imprimerà nei prossimi anni all’ex superpotenza unica in campo economico e diplomatico.

 

Dopo aver tessuto le lodi dei provvedimenti varati durante il suo primo anno alla Casa Bianca (riforma fiscale, abolizione dell’Obama care, rimpatrio di alcune industrie, etc.), Trump ha riservato il cuore del suo atteso intervento alle ferite dell’America: la disoccupazione, il terrorismo, l’immigrazione illegale, la droga, gli effetti devastanti di disastri naturali.

 

Coerentemente con lo slogan “America first”, quella dell’Amministrazione repubblicana sembra confermarsi un’America meno aperta al mondo, e ciò non può che suonare come musica per le orecchie della Cina di Xi Jinping che potrebbe avere sempre più voce in capitolo nella governance globale, politica, economica e finanziaria.

Preoccupazione in Asia per il discorso presidenziale. Pechino non ci sta a essere definita rivale da Washington, ma tace in maniera sospetta sulla retorica di The Donald contro Pyongyang

Iniziative come la nuova via della Seta (BRI) lanciata da Xi o la riforma della governance finanziaria internazionale promossa dalla Cina attraverso l’istituzione della Asian Infrastructure Investment Bank e della New Development Bank, grazie all’isolazionismo di Trump sembrano destinate a viaggiare col vento in poppa. Eppure Trump ha Citato la Cina soltanto en passant, brevemente e quando il presidente parlava ormai da circa 50 minuti. In linea con quanto indicato nell’ultima strategia di sicurezza nazionale Usa, The Donald ha definito la Cina (e la Russia) un “rivale” che “minaccia i nostri interessi, la nostra economia e i nostri valori”. Secondo Trump – che attinge a piene mani alla retorica reaganiana – “nell’affrontare questi pericoli sappiamo che la debolezza rappresenta la via più rapida per il conflitto, mentre una forza insuperabile è il mezzo più sicuro per difenderci”. È, né più né meno, che la vecchia “peace through strength” teorizzata da Ronald Reagan.

 

Ma l’esercizio da parte di Washington della “pace attraverso la fermezza” può funzionare oggi, con l’influenza degli Stati Uniti – perlomeno quella morale e politica – in evidente declino e la contemporanea ascesa – pur tra mille contraddizioni – della Cina?
Secondo il presidente sì, continuando a rafforzare quelli che in un passaggio Trump ha definito “i nostri guerrieri”: “Chiedo al Congresso di porre fine al pericoloso sequestro della difesa e di finanziare pienamente il nostro grande esercito”.

 

Non solo, Trump mette in agenda anche la “modernizzazione e la ricostruzione del nostro arsenale nucleare che speriamo di non dover mai usare ma di rendere così forte e potente che scoraggerà qualsiasi tentativo di aggressione”.
Poco prima che Trump arringasse il Congresso, il quotidiano ufficiale dell’Esercito popolare di liberazione invocava l’upgrading delle atomiche cinesi. “Per accrescere le capacità di risposta strategica della Cina nella regione e mantenere lo status di grande potenza del Paese e proteggere la sicurezza nazionale, la Cina deve rimpolpare e sviluppare un’affidabile capacità di deterrenza nucleare” sostiene un editoriale pubblicato ieri dal PLA Daily.

 

Dopo questo rapido passaggio sulla Cina, nel mirino di Trump – che ha chiesto che il lager di Guantanamo rimanga aperto, minacciato la Repubblica islamica dell’Iran e ribadito la giustezza di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele – è finita la Corea del Nord, in quello sembrerebbe un ulteriore passaggio della preparazione – politica e mediatica – di una campagna militare contro il regime di Kim Jong-un.

 

Davanti a deputati e senatori Trump tuona che quella di Pyongyang è “una dittatura crudele che ha oppresso il suo popolo in maniera totale e brutale, come nessun altro regime”. Un regime che – grazie all’accelerazione ai programmi di sperimentazione atomica e missilistica impressa da Kim – “potrebbe molto presto minacciare il nostro territorio nazionale”.

 

Sugli scranni di Capitol Hill ci sono i genitori di Otto Warmbier – lo studente arrestato in Corea del nord e rispedito agonizzante negli Stati Uniti, dove è morto – e l’ex militare nordcoreano Ji Seong-ho – ferito gravemente mentre scappava dal suo paese – chiamati a confermare (con le lacrime i primi, sollevando una stampella di legno sgangherata il secondo) “il carattere depravato del regime nordcoreano, per capire la natura della minaccia nucleare che potrebbe porre all’America e ai nostri alleati”.

 

Nelle ultime ore la Casa Bianca ha cancellato, all’ultimo momento, la nomina di Victor Cha come ambasciatore statunitense a Seoul: Cha si era detto contrario a un attacco contro Pyongyang.

La Cina – e tutta l’Asia orientale – non possono aver seguito il discorso di Trump che non con grande preoccupazione.

Le prime reazioni da Pechino – affidate al tabloid nazionalista Global Times – giudicano “allarmante e provocatorio” il fatto che Trump abbia definito la Cina “rivale” e che il presidente promuova un aumento massiccio dei finanziamenti per il complesso militare-industriale.

Silenzio invece (e non è la prima volta), sospetto e preoccupante, per quanto riguarda la retorica infuocata di The Donald contro la Corea del nord.