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Tutte le incognite della TPP




 

 

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Dopo cinque anni di negoziati, con l’accordo siglato la settimana scorsa la Trans Pacific Partnership (TPP) non ha ancora tagliato il traguardo. L’intesa infatti dovrà, a partire da ora, affrontare un difficile percorso di ratifica nei 12 paesi membri, in ognuno dei quali si manifesteranno ostacoli politici nazionali, tra i quali probabilmente l’anno elettorale del Congresso statunitense e del senato australiano.

Nell’articolo di apertura di questa settimana Richard Katz esamina le trappole che la legislazione incontrerà nel Parlamento Usa. Il tempo è scaduto per correggere qualsiasi difetto nell’accordo sulla TPP – sottolinea Katz – e il Congresso dovrà o approvarlo in blocco, o respingerlo. Anche se i termini dell’intesa devono ancora essere resi pubblici, per i parlamentari di tutti i paesi coinvolti la questione è se i benefici superino o meno i suoi difetti.

“Sul dibattito nel Congresso statunitense aleggia lo spettro dell’immenso potere di veto di lobby variegate, ben collegate tra loro e ben finanziate. Troppi tra coloro che dichiarano di sostenere il “libero commercio” non intendono più costruire una strada a doppio senso nella quale gli Stati Uniti aiutano a promuovere la loro prosperità stimolando quella dei loro partner. Piuttosto rincorrono un sistema nel quale gli altri aprano i loro mercati a settori favoriti dell’imprenditoria a stelle e strisce, ma nel quale agli Stati Uniti non è richiesto di ricambiare”.

 

È evidente che il presidente Obama vuole traghettare la TPP nel Congresso il prima possibile, e punta ad aprile del 2016. Ma Già si parla di un possibile rinvio a causa delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo nelle quali Hillary Clinton – che ha fatto dietrofront e ora si oppone alla TPP – sarà probabilmente la sfidante del partito democratico alla presidenza. Una possibilità è quella di provare a effettuare un passaggio attraverso la sessione del Congresso “anatra zoppa” del dicembre dell’anno prossimo dopo l’elezione. Sembra che il rappresentante del commercio statunitense Michael Froman negli ultimi giorni abbia appoggiato questa tattica.

 

Il ministro australiano per il commercio e gli investimenti, Andrew Robb, ha affrontato apertamente la USTR e la lobby farmaceutica statunitense sulla possibilità di ridurre la protezione sulle informazioni relative ai farmaci biologici – medicine fabbricate a partire da cellule e organismi vivi – a cinque anni invece dei 12 pretesi dagli Stati Uniti, facendo presente che ciò renderà più facile l’approvazione della TPP da parte del Senato australiano. In effetti è difficile giustificare l’estensione di un monopolio sulla proprietà intellettuale che graverebbe sui consumatori australiani e bloccherebbe l’innovazione. Se l’Australia dovesse cambiare la sua legislazione sui brevetti, sul copyright e più in generale sulla protezione della proprietà intellettuale, ciò andrebbe fatto in seguito a un dibattito e un accordo all’interno delle sue istituzioni nazionali.

 

In situazioni in cui si registra consenso politico tra la maggior parte dei paesi sull’allargamento degli scambi, ma interessi di parte bloccano possibili benefici più ampi per un’economia, la TPP fornisce alcuni vantaggi reali. Ad esempio, i produttori australiani, neozelandesi e di altri paesi avranno maggiore accesso ai mercati agricoli giapponesi, al di là di quello ottenuto con l’accordo di partnership economica bilaterale dell’anno scorso. Il mercato dello zucchero statunitense non è mai stato messo in gioco, ma una piccola quota riservata all’importazione è raddoppiata ed è aumentato l’accesso ad altre aree importanti della manifattura e dei servizi.

 

Un accordo “segreto”, con tanti problemi ancora irrisolti

Mentre le questioni relative all’accesso ai mercati si sono rivelate tra le più controverse nel corso dei negoziati, i principali vantaggi arriveranno dalle nuove regole e dagli standard per promuovere il commercio nel XXI secolo. Assicurarsi che le informazioni circolino liberamente, che i mercati siano più contendibili, il miglioramento della trasparenza rappresentano tutti nobili obiettivi: ne sapremo di più quando saranno resi pubblici i dettagli dell’accordo. Se risulterà che l’esito è stato determinato principalmente dagli interessi imprenditoriali a scapito dei consumatori, il percorso di ratifica e l’ulteriore apertura alla competizione globale si riveleranno più complicati.

 

La TPP non è l’obiettivo finale, ma dovrebbe essere considerato come un passo avanti nella direzione dell’integrazione economica, che contribuisca ad aumentare i redditi e a creare posti di lavoro. Ci sono ancora molti altri mercati che trarrebbero beneficio dall’ingresso nella competizione internazionale, sia all’interno della TPP che oltre. E la TPP crea alcuni problemi che bisognerà affrontare.

 

Per il Vietnam, ad esempio, il maggior beneficio economico arriverà da un maggiore accesso al mercato statunitense dell’abbigliamento e del tessile, un importante mercato di esportazione per il paese asiatico: in questo caso i benefici appaiono così grandi da sommergere qualsiasi svantaggio associato all’adesione a nuove regole apparentemente favorevoli alle economie avanzate. Ma al diritto all’accesso al mercato Usa corrisponde l’obbligo di reperire all’interno dei paesi membri della TPP i materiali e i fattori di produzione: non dalla Cina, dall’Indonesia, dall’India o da qualsiasi altro paese non-TPP. E questo problema non riguarda soltanto il settore tessile ma qualsiasi commercio. Ma deviare il commercio da paesi non membri a paesi membri della TPP vuol dire semplicemente che gli scambi vengono spostati, mentre non si creano nuove opportunità.

 

Il calcolo per aree come la Cina e l’Europa lasciate fuori dalla TPP non è lo stesso del Vietnam. Mentre la Cina e altri paesi in via di sviluppo aspirano ad alti standard ambientali e istituzioni migliori – con i riformisti che spingono per una maggiore trasparenza e per ridurre l’influenza delle aziende di Stato – nessuna di queste questioni può essere risolta semplicemente grazie alle regole imposte da un accordo internazionale. Questi problemi richiedono un duro lavoro di riforma, come ha dimostrato la lunga marcia di 15 anni della Cina per accedere, nel 2001, all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). I riformisti in Cina possono legare alcune delle loro priorità nazionali di riforma alla TPP per provare a sfruttare quest’ultima da catalizzatore, ma ciò richiederà tempo.

 

L’alternativa c’è, si chiama RCEP e include anche Pechino

Sia l’Asia, sia i membri della TPP non possono ignorare il peso economico e commerciale raggiunto dalla Cina. Non esiste alcuna grande impresa nella regione – Giappone incluso – che possa permettersi di non tener conto della Cina. E con la Cina fuori dalla TPP nel futuro prossimo, ci saranno più incentivi ad intensificare i legami economici asiatici.

 

I paesi dell’ASEAN+6 prendono parte ai negoziati della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che non ha ancora attirato la stessa attenzione della TPP ma che tuttavia da un punto di vista economico potrebbe rivelarsi ancora più significativa. La RCEP mira a stabilire un accordo tra l’ASEAN (Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico, ndt) e Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda, e rappresenta una porzione molto più ampia degli interessi economici dell’Asia rispetto alla TPP, incorporando gli elementi più dinamici dell’economia globale.

 

Far funzionare la RCEP, in modo che riduca l’effetto di commerci deviati dalla TPP e altri accordi, e aiuti l’India, la Cina, l’Indonesia e altri paesi asiatici a sostenere le loro riforme e aperture, rappresenta al momento la principale priorità. E, se tutto va per il verso giusto, gli accordi dell’Asia orientale saranno aperti alla partecipazione statunitense prima che la TPP possa eventualmente aprirsi alla Cina.

Tutti gli accordi economici e commerciali hanno la potenzialità di aumentare (rendendo i mercati più contendibili) o di danneggiare (spostando le aziende verso fonti di approvvigionamento preferenziali più costose) l’economia. La TPP non fa eccezione, e presenta caratteristiche economiche sia positive, sia negative. Ciò che conta è l’equilibrio tra costi e benefici, e questo dipenderà dai dettagli. La redistribuzione dei commerci procura favori politici, non soltanto tra i paesi membri, ma anche nei rapporti politici internazionali. Si tratta di accordi che influiscono su chi ne rimane fuori quanto su chi ne è promotore.

 

Ma ciò che sappiamo finora della TPP è che – più di ogni altra cosa, si tratta di un accordo molto importante per gli Stati Uniti e per il Giappone – come ha scritto Robert Mann, funge da surrogato di un accordo bilaterale di libero scambio che eleva la partnership tra questi due paesi a un nuovo livello. Sappiamo anche che se l’accordo dovesse fallire, perché respinto dal Congresso o per altri motivi, si tratterebbe di un grande disastro per i rapporti di alleanza tra gli Stati Uniti e il Giappone e, più in generale, nell’Asia e nel Pacifico.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Peter Drysdale e Shiro Armstrong sono i direttori di EASTASIAFORUM

 

 



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