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Taiwan, Sao Tomé si sfila
A riconoscere
la “Repubblica di Cina”
restano solo in 21




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Student studying for his exam. STP, Os Putos

 

 

Sao Tomé e Principe ha annunciato oggi di non riconoscere più la Repubblica di Cina, cioè Taiwan così come viene chiamata da ormai soltanto 21 governi che – oltre alla Santa Sede – negli ultimi decenni hanno stretto relazioni diplomatiche ufficiali con l’Isola dove, dopo la vittoria dei comunisti a Pechino nel 1949, i nazionalisti si rifugiarono e diedero vita al loro Stato de facto.
L’arcipelago dell’Africa occidentale ha deciso di chiudere immediatamente la sua ambasciata a Taipei dopo che – secondo quanto riferito dal ministero degli esteri di Taipei – Taiwan aveva rifiutato la richiesta di Sao Tomé di 200 milioni di dollari di aiuti. “Si tratta di un sostegno finanziario molto significativo in favore di un paese di 150.000 abitanti”, ha sottolineato in conferenza stampa il ministro degli affari esteri taiwanese David Lee.

 

Non è dato sapere se/quando, in seguito alla rottura con Taiwan, la Repubblica popolare cinese instaurerà relazioni diplomatiche con Sao Tomé. Quello che è certo, come è stato ammesso dallo stesso Lee, è che Taiwan ora teme l’effetto domino, che cioè altri tra i 21 staterelli che riconoscono la Repubblica di Cina possano voltarle le spalle.

“Non si tratta di una rottura di relazioni diplomatiche isolata – ha dichiarato a Voice of America Liu Yi-jiun, docente alla Università Fo Guang di Taiwan -. Altri tre/cinque paesi seguiranno”.

Da quando è entrata in carica nel maggio scorso, la leader taiwanese Tsai Ing-wen non ha ancora riconosciuto il principio “Una sola Cina”, quello in base al quale sia Taipei sia Pechino riconoscono che esiste una sola Cina, pur dandone interpretazioni differenti.

 

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La mossa di Sao Tomé potrebbe essere stata favorita da promesse di aiuti economici cinesi di entità maggiore rispetto a quelli taiwanesi e potrebbe rispondere a una tattica di Pechino per esercitare pressioni su Taipei minacciandola di sottrarle ulteriori alleati se Tsai non riconoscerà pubblicamente il principio “Una sola Cina”.

Nei giorni scorsi, anche il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva dichiarato di non sentirsi legato alla politica di “Una sola Cina” (fatta propria da tutte le amministrazioni Usa a partire dal 1979) se non in cambio di accordi economici e commerciali con Pechino vantaggiosi per gli Usa.

 

Il ministero degli Esteri di Pechino si limita per ora a far sapere che ha “apprezzato” la scelta e che “dà il benvenuto a Sao Tomé e Principe tra coloro che seguono la strada corretta del rispetto del principio di ‘Una sola Cina’”.
Dura la reazione di Tsai, portata al potere da un elettorato che chiedeva anche maggiore autonomia da Pechino e costretta a constatare che l’Isola da oggi è un poco più isolata. “Ignorare e schiacciare deliberatamente i taiwanesi nell’arena internazionale li farà sentire soltanto più umiliati e infuriati” ha protestato dal suo account Facebook la leader del Partito democratico progressista (DPP).

 

 



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