Internazionale

Tsai, esordio senza botto
con omesso Compromesso




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東海水族, m-louis .®

 

Come preconizzato in occasione delle proteste studentesche della primavera del 2014, confermato dal successivo tonfo del presidente Ma Ying-jeou e del Kuomintang (KMT) nei sondaggi, e sancito infine dalle elezioni presidenziali e legislative del 16 gennaio scorso, una nuova era nei rapporti tra Cina e Taiwan è iniziata oggi.

 

Di storico, oltre alla prima maggioranza del Partito democratico progressista DPP nello yuan legislativo, c’è la contemporanea elezione della presidente, prima donna a capo di una repubblica dell’area sinica. Tsai Ing-wen, economista ed esponente pragmatica e moderata del DPP, di cui ha preso le redini dopo il tracollo d’immagine e di voti a causa degli scandali dell’era Chen, è riuscita nell’impresa di portare il partito, quasi letteralmente, “dalle stalle alle stelle”, scalzando il KMT e succedendo lei stessa a Ma (presidente dal 2008, e che l’aveva sconfitta nel 2012), inizialmente molto popolare.

 

La vittoria di Tsai, considerata manifestazione della volontà dei taiwanesi né di diventare politicamente ed economicamente succubi della Cina né al tempo stesso di esser trascinati in pericolosi confronti frontali da esponenti indipendentisti radicali, pone vari interrogativi sul futuro delle relazioni tra le due sponde dello Stretto, rapporti entrati in una fase di relativa incertezza dopo la decisa spinta sull’acceleratore della politica del buon vicinato impressa da Ma nei suoi otto anni di governo (voli diretti, turismo, investimenti, e, da ultimo, la stretta di mano col presidente cinese Xi Jinping a Singapore del novembre scorso).
Nel suo discorso d’insediamento di stamattina, da un palco simbolicamente verde chiaro (a marcare la colorazione politico-ideologica del nuovo corso) Tsai ha parlato principalmente di questioni interne e dell’economia asfittica dell’Isola (l’altra principale ragione per cui è stata eletta), economia che dovrà riuscire a risollevare almeno in parte e a stretto giro di posta, pena una pericolosamente breve luna di miele con l’elettorato.
Tsai ha promesso politiche di sviluppo, occupazione per i giovani, e la riduzione dei prezzi degli alloggi, senza però tirare in ballo con i desiderata nessuna cifra o numero, probabilmente per evitare di far la fine di Ma, aspramente criticato per non aver raggiunto alcuni degli obiettivi che si era pubblicamente prefissato – quantificandoli – ad inizio mandato.

 

Risollevare l’economia non è cosa semplice, soprattutto se una delle premesse è l’emancipazione di Taiwan dall’ingente dipendenza dal mercato cinese. Diversificare, intensificare i rapporti con altri mercati o cercarne di nuovi: dipenderà anche dalla volontà della Cina di mettere o meno i bastoni tra le ruote, opzione a Pechino decisamente più appetibile che non lo scontro diretto e la “punizione” esemplare di Tsai, che alienerebbe ulteriormente l’opinione pubblica dell’Isola.

 

Nel suo discorso, Tsai non ha potuto evitare di parlare dei dirimpettai continentali, glissando però sulla vexata quaestio dell’accettazione o meno del Compromesso del ’92, tacito “accordo sul disaccordo” (esistenza di una sola Cina, ma riserva delle due parti di dare ognuna una propria definizione della stessa) che ha puntellato le relazioni informali tra le due sponde negli ultimi vent’anni.

 

Tsai ha definito più volte Taiwan come un “paese” (guojia) termine con ogni probabilità non molto apprezzato a Pechino, ma ha comunque blandito la Cina col pubblico riconoscimento del valore storico dell’incontro stesso del 1992 e della necessità di impegnarsi per l’accordo e del rispetto delle differenze (qiu tong zun yi).
Tsai ha quindi evitato di sconfessare apertamente il Compromesso del ’92 e insistito sulla necessità del rispetto (parola più volte ripetuta), in un discorso che non è sicuramente quello che la Cina avrebbe voluto sentire, ma che non è neanche il guanto di sfida che gli indipendentisti più o meno radicali, spina dorsale del DPP, avrebbero preferito.

 

Dal punto di vista dei rapporti con la Cina sembra questo il viatico di Tsai: evitare provocazioni e scontri verbali diretti cercando al contempo di assecondare il suo elettorato ed il partito; partito che però, in teoria, avendo la maggioranza allo Yuan legislativo, potrebbe inventarsi modi per soddisfare la base che finirebbero per imbarazzare la presidente ed irritare Pechino.
La Cina, dal canto suo, era rassegnata e preparata da tempo a una vittoria del DPP, e, visti gli attuali fronti di attriti (territoriali ed economici, con Giappone, Filippine ed altri paesi dell’Insulindia) non ha intenzione di aprirne uno nuovo con Taiwan, a meno di non esserci costretta.
Ergo, visto che a Tsai lo scontro conviene ancor meno, è ipotizzabile un raffreddamento delle relazioni a medio termine più che un riscaldamento delle tensioni a breve.

 

A proposito di raffreddamento delle relazioni, sarà interessante vedere come sia Taiwan che Cina continentale reagiranno all’invito che il governo di Panama (che ha relazioni formali con la Repubblica di Cina) ha inoltrato sia a Tsai che a Xi all’inaugurazione del 26 giugno (due anni dopo il centenario) dell’ampliamento del Canale (di cui Pechino, che ha grossi investimenti nel paese centramericano, è il secondo utente).
Panama, uno dei soli 22 Stati che riconoscono formalmente la RdC, potrebbe voler segnalare la volontà di passare presto alla Repubblica Popolare, e, quindi, l’occasione di visibilità internazionale per Tsai si trasformerebbe velocemente in un colpo al già debole status internazionale dell’isola.
Status che potrebbe ulteriormente indebolirsi se la lenta rotta di avvicinamento tra la Santa Sede sotto la guida di Francesco e Pechino dovesse approdare ad un riconoscimento formale reciproco.
Per Pechino sarebbe una boccata d’aria fresca – diplomaticamente parlando – stanti le tensioni nel Mar cinese meridionale e le varie critiche di bullismo, e la possibilità di fare contemporaneamente un dispetto al governo del DPP (la Santa Sede è l’unica entità europea che riconosce la RdC) fa sicuramente gola.

 

 

Manuel Delmestro è full-time assistant professor di lingua italiana, storia antica e cultura italiana, introduzione alla UE, presso la Fu Jen University di Taiwan

 

 



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