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Tramonto Kuomintang,
è l’ora della signora Tsai

wsifrancis

 

Dopo domani (16 gennaio) Taiwan eleggerà il nuovo presidente e la nuova assemblea legislativa. I candidati alla presidenza dei due partiti principali sono Eric Chu per il Kuomintang al governo e Tsai Ing-wen per il partito democratico progressista (DPP) all’opposizione. I sondaggi stimano in oltre il 20% il vantaggio di Tsai su Chu: a meno di una clamorosa rimonta del Kuomintang, Tsai conseguirà una vittoria schiacciante. Con la conquista della presidenza che sembra un risultato scontato, il DPP proverà ad assicurarsi per la prima volta anche la maggioranza in parlamento, dando così a Tsai e al partito un’influenza senza precedenti sulle politiche dell’Isola.

 

L’attuale forza di Tsai e del DPP non sorprende, se si tiene presente il profondo malessere manifestato negli ultimi anni dall’elettorato nei confronti del KMT. L’attuale amministrazione di Ma Ying-jeou, al potere dal 2008, ha fatto della relazione con Pechino il centro delle sue politiche e delle sue prospettive socio-culturali. E ciò ha dimostrato di avere un costo politico.

 

L’economia taiwanese ha tratto beneficio della crescita cinese. Ma, nel momento in cui quest’ultima ha rallentato, non è stato più possibile nascondere l’incapacità del governo di Ma nell’affrontare i suoi problemi strutturali. La Cina non ha rappresentato una soluzione per il crollo dei salari reali, né per il costo insostenibile degli alloggi, né per l’aumento delle disuguaglianze di reddito, né per sussidi energetici consolidati così massicci da distorcere la struttura economica dell’Isola. Così nel 2015 Taiwan è sprofondata nella recessione.

 

Il Kuomintang pagherà la sua linea politica “controsenso”

 

L’enfasi da parte del governo Ma sulla relazione bilaterale con la Cina si è mossa in maniera contraria rispetto a potenti narrative politiche e culturali che si sono sviluppate nell’Isola rispetto alla sua identità e alla sua democrazia che hanno motivato gli sviluppi politici di Taiwan fin dalla colonizzazione giapponese (1895-1945) e la rivolta del 1947. Oggi l’identità di Taiwan e la sua aspirazione all’autodeterminazione sono determinanti nella politica locale. E sono state galvanizzate dal focus – che ha generato divisione – del Kuomintang sulla Cina continentale e dalla sua incapacità di relazionarsi a Pechino in maniera trasparente. Ciò ha generato timori sull’eredità dell’autoritarismo a Taiwan, sul clientelismo del KMT e sull’influenza della Repubblica popolare cinese.

 

La crisi del Kuomintang ha raggiunto l’apoteosi nel 2014, con l’occupazione studentesca dell’assemblea legislativa. Durante il Movimento dei girasoli, centinaia di giovani taiwanesi hanno riaffermato la centralità dell’autodeterminazione democratica nella vita politica taiwanese. Gli obiettivi del movimento sono stati corroborati dalle elezioni locali e municipali della fine del 2014. E quella disfatta elettorale del KMT ha dato il tono al voto del 16 gennaio 2015.

 

 

Anche l’incontro tra Ma e il presidente cinese Xi Jinping, nel novembre scorso a Singapore, ha confermato l’opinione che ormai l’elettorato si è fatto del KMT. Per Ma, la (storica) stretta di mano con Xi ha rappresentato il culmine della sua presidenza. Per la maggior parte degli elettori ha rappresentato invece l’esito di negoziati opachi e di un linguaggio acquiescente utilizzato in loro vece nei confronti di Pechino.
La performance del governo Ma è stata giudicata diversamente all’estero. Se l’incontro Ma-Xi ha confermato l’opinione degli elettori secondo la quale il Kuomintang ha abbandonato gli ideali democratici di Taiwan e le loro preoccupazioni quotidiane, a livello internazionale la stretta di mano è stata valutata come un momento storico per le relazioni tra le due sponde dello Stretto e un passo avanti verso la risoluzione di uno dei conflitti ideologici più lunghi della storia contemporanea.

 

 

Questa distanza tra il punto di vista interno e quello internazionale rappresenta una delle sfide di Taiwan. Se Tsai sarà eletta presidente, gestire queste due prospettive così diverse costituirà uno degli impegni principali del nuovo governo. Come presidente, Tsai dovrà fare attenzione al punto di vista internazionale su Taiwan e spiegare i motivi per i quali l’elettorato ha optato per un rapporto più cauto con Pechino.

 

Stati Uniti e Giappone scommettono sul cambiamento a Taipei

 

Il compito di Tsai sarà reso più difficile dalla memoria dell’ultimo presidente del DPP, Chen Shui-bian, che tuttora irrita i ministeri degli esteri di mezzo mondo. Nello stesso tempo, gli Stati Uniti e il Giappone sono diventati entrambi maggiormente diffidenti nei confronti dell’assertiva politica regionale della Cina e un governo taiwanese meno accomodante verso Pechino può essere funzionale alle loro risposte politiche e all’inclinazione delle loro leadership.

 

 

Quando Tsai, nel 2015, ha visitato gli Stati Uniti e il Giappone, ha trasmesso un messaggio di continuità nelle relazioni tra le due sponde dello Stretto. Ma non ha appoggiato apertamente la politica dell’attuale governo, che si attiene al cosiddetto “Consenso del 1992” sul principio di “Una sola Cina”. Tsai ha ricevuto una calda accoglienza sia a Washington sia a Tokyo. E anche a Pechino i politici sembrano aver accettato come inevitabile un governo guidato dal DPP.

 

Nel contesto delle manovre Cina-Stati Uniti e dello spazio internazionale estremamente ristretto a disposizione di Taiwan, un governo guidato da Tsai proverà a rafforzare le sue relazioni con gli altri Stati della regione per bilanciare quelle tra le due sponde dello Stretto. Taiwan potrebbe trovare un terreno comune con le molte economie della regione che stanno provando a contrastare gli effetti deleteri del rallentamento della crescita cinese. Accordi di libero scambio regionali bilaterali e l’adesione di Taiwan alla Trans Pacific Partnership (TPP) rappresentano aree politiche che potrebbero ricevere un’attenzione maggiore.

 

Ma le scelte di un governo Tsai saranno condizionate dalla politica interna. L’elettorato nutre grandi aspettative di trasparenza e rigoroso controllo democratico delle relazioni con la Cina continentale e il resto della regione. Una quantità di giovani attivisti ben organizzati e ben informati controllerà l’operato di Tsai: il panorama altrimenti opaco della politica estera e commerciale sarà sottoposto a uno scrutinio senza precedenti.

 

Da un punto di vista internazionale, politiche che a Taipei fondino la propria legittimità sull’apertura al dibattito pubblico e all’attivismo politico possono apparire meno rassicuranti, dopo anni di politiche accomodanti da parte di Ma. Tuttavia si tratta di un approccio in linea con la traiettoria della storia politica moderna di Taiwan. E i risultati politici alla fine produrranno fondamenta di legittimità politica più solide.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Mark Harrison è senior lecturer in Chinese Studies presso la University of Tasmania e Adjunct Director dello Australian Centre on China in the World della Australian National University