Africa

Trappola Sud Sudan
per i caschi blu di Pechino




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UNMISS and Partners Conduct Human Rights Community Awareness Programmme, United Nations Photo

 

Dopo poco più di due mesi dal rientro a Juba di Riek Machar – che a dicembre 2013 si era proclamato capo della ribellione contro il governo guidato da Salva Kiir – il 7 luglio scorso sono esplosi di nuovo violenti scontri che hanno messo a ferro a fuoco la capitale del neonato stato del Sud Sudan. Si tratta del secondo episodio di combattimenti su larga scala nella capitale dopo la secessione della regione dal Sudan nel 2011, proprio alla vigilia delle celebrazioni per il quinto anniversario dell’indipendenza.
La causa immediata sarebbe stata un diverbio a un posto di blocco dei militari governativi tra soldati dell’esercito regolare SPLA e membri del movimento ribelle SPLM/A-IO: nello scontro a fuoco sono rimasti uccisi cinque soldati dell’SPLA e sono finiti nel fuoco incrociato anche un convoglio dell’ambasciata statunitense e un veicolo dell’UNESCO. Il giorno successivo, durante una conferenza stampa congiunta del presidente Salva Kiir Mayardit e dei due vice-presidenti Riek Machar e James Wani Igga, nuovi scontri sono scoppiati all’esterno del palazzo presidenziale.

 

Questo episodio, così come quello del 2013, non arriva inaspettato agli occhi degli osservatori della regione. Nel 2013, dopo mesi in cui la tensione politica tra i due “uomini forti” del partito di governo SPLM, Salva Kiir (attuale presidente) e Riek Machar (ex vice-presidente, poi capo dei ribelli, oggi nuovamente vice-presidente) era andata crescendo attorno a una disputa di potere sulla leadership del partito, scontri violentissimi sono scoppiati prima a Juba e poi nel resto del paese tra l’esercito governativo, l’SPLA, e un gruppo variegato di milizie fedeli più che altro a leader militari locali che hanno opportunisticamente dichiarato fedeltà a Riek Machar per combattere contro il governo. A causa di una lunga storia di militarizzazione e politicizzazione dell’identità etnica, la guerra si è rapidamente trasformata in un conflitto etnico in cui i due leader hanno ampiamente fatto ricorso alle rispettive appartenenze (Kiir dinka e Machar nuer) nel reclutamento delle proprie milizie. Dopo due anni di guerra, 50.000 vittime, 2,5 milioni di sfollati e un numero imprecisato di cessate il fuoco disattesi, nell’agosto del 2015 i due leader hanno firmato un “accordo di pace” che era più che altro un accordo di spartizione del potere tra le due fazioni. Questa intesa, mediata dall’IGAD, è stata più il prodotto della pressione internazionale che non della reale volontà politica delle parti di cessare le ostilità: a conferma di ciò, la sua applicazione è stata lentissima e piena di intoppi, al punto che Riek Machar, nominato vice presidente proprio da questo accordo, è tornato a Juba solo il 28 aprile 2016.

 

 

Nonostante la firma di questo accordo di pace, gli scontri sono continuati in diverse aree del paese tra l’SPLA e milizie locali spesso collegate con l’SPLA-IO. A Juba si è invece riprodotta una difficile situazione in cui, nonostante lo stallo nell’applicazione delle disposizioni in materia di sicurezza dell’accordo di pace e la mancanza di accordo tra i due leader su molti punti cruciali dell’agenda politica, migliaia di uomini in armi si sono trovati a convivere in zone confinanti. La mancanza di fiducia reciproca, unita a un atteggiamento aggressivo da parte dei militari dell’SPLA nei confronti dell’SPLA-IO sembra aver fornito la causa scatenante della violenza di questi giorni.

Il paese africano fornisce a Pechino il 5% del suo fabbisogno di greggio, le imprese della Repubblica popolare hanno interessi per decine di miliardi, mentre “uomini d’affari” sono attivissimi nel contrabbando dell’avorio e nel traffico di armi. Nessuna evacuazione di cinesi in vista: Juba ormai è diventata troppo importante

 

Nonostante dichiarazioni poco convinte da parte di entrambi i leader che invitato alla calma e sostengono la propria estraneità all’accaduto, tra giovedì 7 e lunedì 11 luglio il bilancio ufficiale delle vittime è salito a 272, inclusi due peacekeeper cinesi (un altro casco blu cinese era rimasto ucciso nei giorni precedenti). I tre facevano parte di un contingente militare cinese di 700 uomini inviato in Sud Sudan a dicembre 2014 per partecipare alla missione di pace sotto l’egida dell’ONU. Nonostante la Cina inviasse da tempo personale civile presso varie missioni di pace, quello in Sud Sudan è stato il primo contingente di fanteria schierato a sostegno dei caschi blu: una scelta considerata un chiaro segnale della volontà della Cina di rafforzare il suo ruolo di potenza internazionale, operazione sempre più necessaria al fine di proteggere i propri interessi economici e il numero sempre crescente di cittadini cinesi residenti all’estero.
peacekeeper uccisi in Sud Sudan mentre pattugliavano l’Unità di Protezione dei Civili della base UNMISS dove risiedono dal 2013 circa 30.000 persone, tentando di impedire l’accesso dei militari, non sono le prime vittime di questo espansionismo geopolitico cinese: tuttavia, quanto accaduto riapre la questione del prezzo che Pechino è disposta a pagare per affermare la potenza cinese in stati africani altamente instabili.

 

 

D’altra parte, gli interessi cinesi in Sud Sudan sono troppo importanti perché Pechino possa rinunciare a proteggerli, anche militarmente. Non soltanto si stima che più di 100 imprese cinesi abbiano firmato accordi col governo sud sudanese per circa 10 miliardi di dollari in vari settori produttivi; il Sud Sudan gioca anche un ruolo fondamentale nell’approvvigionamento energetico cinese. La compagnia di stato cinese National Petroleum Corporation detiene infatti il 40% del consorzio che controlla i pozzi petroliferi, soddisfacendo in questo modo il 5% del fabbisogno energetico della madrepatria. Tuttavia, con lo scoppio della guerra nel 2013, la produzione di greggio è calata da 245,000 a 163,000 barili al giorno, circostanza che non può non aver giocato un ruolo nello spingere il governo cinese a cercare un ruolo anche politico e militare più incisivo sulla scena sud sudanese. D’altra parte, la guerra non sembra aver ridotto il giro d’affari cinese: nonostante l’assenza di dati ufficiali, si stima ad esempio che uomini d’affari cinesi siano sempre più attivamente coinvolti nel contrabbando di avorio, che ha nei pozzi di petrolio controllati dal gigante cinese i propri snodi principali. Inoltre, la Cina è diventata, nel 2014, il principale fornitore di artiglieria pesante e di armi di piccolo taglio del governo del Sud Sudan, un giro d’affari che secondo un rapporto del Panel di Esperti ONU sul Sud Sudan ammonta a più di 20 milioni di dollari. Nonostante il governo cinese abbia dichiarato che in realtà il rapporto commerciale tra il governo sud sudanese e la China North Industries Group si è interrotto dopo l’inizio della guerra del 2013, di fatto è quasi impossibile stabilire la provenienza esatta delle armi in circolazione nel paese, e l’evidenza suggerisce comunque una forte presenza di artiglieria cinese.

 

Insomma, da un lato la Cina non può fare a meno di difendere i propri ingenti interessi economici nel neonato stato africano; dall’altro una parte delle minacce è provocata proprio dal giro di affari cinese in un contesto in cui è evidente che né il governo né la sedicente leadership ribelle hanno il controllo di ciò che accade sul territorio. Se in un certo senso questa strategia di azione alza il costo da affrontare per affermare il proprio peso politico (costo che può includere quello di vite umane, come nel caso dei due peacekeeper), d’altra parte il governo cinese non sembra spaventato da questa eventualità, come testimonia la reazione piuttosto blanda all’accaduto: dichiarazione di condanna, cordoglio alle famiglie, ma nessuna azione sanzionatoria nei confronti del governo sud sudanese né piano di evacuazione per cittadini cinesi (piano di evacuazione che è invece stato approntato da altri paesi, come India e Giappone).

 

 

Sara De Simone è dottoranda in africanistica presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”



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