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Sud Sudan, prima di spedire i caschi blu, Pechino tratta con i ribelli




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Le Nazioni unite, il 10 settembre scorso, hanno smentito l’avvio del dispiegamento in Sud Sudan di 700 caschi blu cinesi (il cui arrivo era stato annunciato a maggio). Ciononostante la crisi nel paese africano resta la prima occasione in cui la Cina si metterà in gioco, sul piano militare, in un contesto di guerra civile, e ciò segna una svolta storica nella sua politica di non ingerenza negli affari interni di altri Stati, il principio sancito all’articolo 2.7 dello Statuto delle Nazioni unite (Onu) che Pechino ha tradizionalmente applicato alla sua politica estera.

Il Sud Sudan è diventato indipendente nel 2011 dopo oltre mezzo secolo di guerra con il Sudan che ha lasciato divisioni profonde nella società sud sudanese. Neanche tre anni dopo, il 15 dicembre 2013, uno scontro tra le guardie del presidente Salva Kiir si è allargato a tutta la capitale e, nei giorni successivi, a diverse aree del Paese. La crisi politica interna al partito di governo (Sudan People’s Liberation Movement) che vedeva su fronti opposti il presidente e l’ex vice-presidente Riek Machar – deposto nel luglio 2013 per aver dichiarato di volersi candidare alle elezioni presidenziali nel 2015 – si è trasformata rapidamente in crisi militare con preoccupanti sfumature etniche. Riek Machar si è proclamato leader di un assai disorganizzato movimento ribelle, pur respingendo l’accusa di tentato colpo di Stato.

A quel punto la Cina, già reduce da un periodo di difficile “tango diplomatico” (definizione di Al Jazeera) nella gestione dei rapporti con i due Sudan, si è trovata stretta tra due nuove fazioni belligeranti che ancora una volta minacciano principalmente la zona petrolifera, dove le cinesi Sinopec e China National Petroleum Corporation controllano il 70% delle concessioni petrolifere, da cui deriva circa il 5% del totale delle importazioni di greggio cinesi.

 

Il petrolio non è però l’unico interesse cinese in Sud Sudan: secondo l’Istituto di ricerca sulla pace internazionale di Stoccolma, nel paese operano tra le 100 e le 140 imprese cinesi, che avrebbero stretto accordi col governo sud sudanese per circa 10 miliardi di dollari. Nel 2012, Pechino si è inoltre impegnata a donare 8 miliardi di dollari per opere infrastrutturali che verranno realizzate da imprese cinesi. La crisi sud sudanese arriva dunque in un momento di rafforzamento dei i rapporti commerciali e diplomatici con la Repubblica popolare cinese, caratterizzati anche da frequenti visite reciproche dei due governi.

All’inizio degli scontri, il ministero degli esteri di Pechino ha dichiarato la volontà della Cina di mantenere la propria neutralità rispetto alle parti in guerra. Poche settimane più tardi, Zhong Jianhua, l’Inviato speciale per gli affari africani, si è proposto come possibile mediatore tra le parti in conflitto, cominciando a partecipare agli incontri negoziali ad Addis Abeba mediati dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), ma continuando anche a fornire armi al governo sud sudanese, in cambio di petrolio.

A causa dei ripetuti fallimenti del processo di pace e del mancato rispetto dei due accordi di cessate il fuoco firmati a gennaio e maggio 2014, gli scontri sono continuati, colpendo principalmente la regione petrolifera del Greater Upper Nile e provocando una forte diminuzione della produzione di greggio.

 

La decisione cinese di partecipare alla missione di peacekeeping dell’Onu va inserita in questo quadro. Oltre un contingente militare ugandese che fin dai primi giorni della guerra ha fornito supporto all’esercito sud sudanese, la missione dell’Onu (UNMISS) è l’unica presenza militare straniera sul territorio. Il suo mandato viene rinnovato di anno in anno fin dal 2005, ma il numero delle unità dispiegate è aumentato da 7000 a 12.500 in seguito allo scoppio della crisi.

Per adempiere al proprio mandato di protezione dei civili, UNMISS ha aperto le porte delle proprie basi agli sfollati, e accoglie attualmente circa 100.000 persone fuggite a scontri armati o a vere e proprie operazioni di pulizia etnica. La missione è stata occasionalmente accusata da entrambe le parti di favorire la fazione opposta ma la nomina, nel luglio scorso, di un nuovo Capo missione, Ellen Margrethe Loj, è stata accolta con favore. Ciononostante, la relazione della missione di pace con i ribelli si fa più complicata in seguito all’abbattimento, a fine agosto, di un elicottero Onu che trasportava materiali e provviste verso la base di Bentiu, nel cuore della regione petrolifera sotto il controllo di una fazione ribelli che sembra agire indipendentemente dalle direttive di Riek Machar.

La partecipazione alla missione Onu da parte della Cina, già criticata dai ribelli per il suo ruolo di fornitore di armi al governo, pone dunque una sfida ancora maggiore per lo Stato asiatico che, forse proprio per questo, si è negli ultimi giorni impegnato a intessere relazioni diplomatiche anche con gli uomini di Machar, che si sono recati a Pechino per un incontro bilaterale col governo.

 

Sara De Simone è dottoranda in africanistica presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”



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