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Sud Sudan, la difficile via
verso la pacificazione
di una leadership divisa




In questi giorni, due anni fa, iniziava in Sud Sudan una guerra civile che ha spaccato il paese, causando indicibili sofferenze alla sua popolazione. Nonostante gli accordi di pace voluti dalla comunità internazionale e firmati senza entusiasmo alla fine dello scorso agosto dai due contendenti, il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Rieck Machar, a Juba si respira ancora una pesante aria di crisi.

 

Passano sul filo del telefono raccomandazioni a fare attenzione, a stare in casa il più possibile. Si dice che nuovi contingenti militari saranno stanziati nelle vicinanze della capitale, sottintendendo che non si sa come potrebbe andare a finire. Per dire la verità, le stesse preoccupazioni venivano espresse l’anno scorso di questi giorni, e nulla per fortuna è successo a Juba nell’ultimo anno. Però, quando all’improvviso riecheggiano slogan scanditi da un gruppo di giovani diretti verso la zona della residenza presidenziale, il respiro si ferma per un istante. Potrebbero essere giovani della tribù sud sudanese dinka che esprimono la loro fedeltà a Salva Kiir, qualcuno commenta immediatamente. Certamente non può trattarsi di oppositori, che mai potrebbero avvicinarsi al palazzo, davanti al quale, a due anni dai disordini che hanno insanguinato Juba, è ancora piazzato un carro armato. Non è tanto importante che cosa stiano davvero facendo i giovani dinka. È importante che si sia pensato come prima ipotesi che possa trattarsi di una dimostrazione dai connotati politici, e che questo abbia fatto correre un leggero brivido tra la gente uscita sulla strada per seguire l’accaduto.

 

Leadership divisa

Salva Kiir sarebbe di nuovo sotto pressione, questa volta per dissidi nel circolo dei suoi stessi sostenitori. Per forti divisioni interne sulle convocazioni e sull’agenda da dibattere, sarebbe stato costretto a spostare sine die l’assemblea straordinaria dell’Splm programmata per lo scorso fine settimana. Alcune battute dell’ultimo discorso farebbero inoltre pensare che ci siano problemi anche con il Consiglio degli anziani dinka (i clan della sua zona d’origine, Warrap e Bahr el Gazal Settentrionale), che ha influenzato pesantemente le decisioni di Kiir negli ultimi mesi. Se fosse vero, ci si troverebbe di fronte ad un altro braccio di ferro all’interno della leadership al potere, proprio come successe nel 2013, nei mesi che precedettero il precipitare della crisi. E questo gli abitanti di Juba non l’hanno dimenticato.

 

 

Ci sono diversità di opinioni anche sul provvedimento che riorganizza la governance del paese in 28 stati, invece dei 10 stabiliti dalla costituzione e sulla base dei quali è stato discusso il complicato capitolo della divisione dei poteri tra governo e opposizione negli accordi di pace. Il decreto presidenziale, che avrebbe dovuto entrare in vigore immediatamente secondo quanto detto nel testo stesso, è stato invece sottoposto al giudizio del parlamento, che si è espresso a maggioranza. Trattandosi dell’approvazione di un emendamento costituzionale, la maggioranza deve essere qualificata. Non c’è stato accordo su come contare i voti necessari a qualificare questa maggioranza, sicché per alcuni membri del parlamento il decreto è stato approvato regolarmente, mentre per altri non è stato approvato affatto. E tra i perplessi, se non apertamente contrari, ci sono anche alcuni rappresentanti della leadership che sostiene il governo.

 

Un cammino tutto in salita

Intanto, la realizzazione di quanto stabilito dall’accordo di pace firmato in agosto procede molto a rilento. In questi giorni molto si discute in merito alla composizione e all’arrivo del team che deve preparare un sicuro ritorno di Machar nel paese. Si tratta di alcune centinaia di persone, secondo l’opposizione, o di alcune decine, secondo il governo, che dovrebbero garantire la realizzazione delle misure di sicurezza previste, come ad esempio la smilitarizzazione della capitale e la formazione di un corpo di polizia congiunto. Il loro arrivo è già stato rimandato a causa della mancanza di un accordo sul numero dei componenti, e di richieste governative non precedentemente pattuite. Ultima quella di poter controllare i curriculum delle persone che faranno parte del team. A complicare la faccenda, il vicepresidente James Wani Igga nei giorni scorsi ha formato un comitato per discutere tutti gli aspetti dell’arrivo del team nel paese: fondi necessari, ospitalità e altro di questo genere. Tutte questioni che avrebbero potuto essere discusse molto tempo fa e risolte facilmente con provvedimenti amministrativi. Il vero nodo sotteso alle crescenti difficoltà, dicono alcuni osservatori, sarebbe il timore di perdere potere e privilegi da parte di molti esponenti dell’attuale leadership, dal momento che l’arrivo del team sarebbe un decisivo passo avanti verso la formazione di un governo provvisorio in cui molti posti dovranno essere lasciati liberi per l’opposizione.

 

Ma soprattutto non c’è fiducia reciproca, sottolinea padre James Oyet, segretario generale del Consiglio delle Chiese sud sudanesi. Padre James assicura che l’impegno delle chiese cristiane in un momento così delicato per il paese è quello di rafforzare la riconciliazione a livello comunitario, costruendo un clima di fiducia tra la gente. Solo questo, a suo parere, potrà spezzare le linee di consenso tra chi governa a Juba e il suo bacino di voti, il suo gruppo etnico, il suo clan o sotto clan, che può essere mobilitato con una telefonata, scatenando spesso instabilità e non raramente conflitti di cui questi sostenitori “a prescindere” finiscono per essere le prime, ignare, vittime e da cui, è certo, non trarranno nessun beneficio.

 

Ci vorrà molto tempo e infinita pazienza, ma questa forse è la sola strada percorribile per riportare la pace nel paese.

 

 

Tratto da nigrizia

 

 



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