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Lo stato di diritto, secondo il Partito: “Non è merce da esportazione”

china, 俊玮 戴

 

“Quale sia la strada più giusta da percorrere per costruire uno ‘stato di diritto’ è una questione fondamentale, complessa, e che ha radici lontane”. Così scrive il neoeletto presidente della Commissione nazionale per gli affari legislativi Wang Lequan nell’articolo apparso il 30 ottobre scorso sul bimestrale Qiushi (求是, da shishi qiushi 实事求是, “Cercare la verità nei fatti”), pubblicazione di teoria politica della Scuola di Partito e del Comitato Centrale del Partito comunista cinese (Pcc). “L’emulazione acritica di modelli di ‘stato di diritto’ adottati in altri paesi non può funzionare – continua Wang -. La strada percorsa da altri potrebbe rivelarsi non adattabile a tutti i contesti, e costituire addirittura un ostacolo per le future prospettive di sviluppo di un paese. L’unico percorso credibile ed efficace è quello radicato nella terra di una nazione, quello che ne assorbe i numerosi elementi nutrienti.” La metafora contiene un riferimento al “socialismo con caratteristiche cinesi”, espressione ricorrente nell’articolo, nel quale Wang sottolinea come esista una “via allo stato di diritto socialista” (la “terra” della nazione), e come i leader del Partito e il sistema socialista con caratteristiche cinesi ne siano l’essenza, nonché la guida teorica e operativa (gli “elementi nutrienti”).

 

Il dibattito, dalle stanze del plenum alle colonne dei giornali

Commentatori e analisti cinesi continuano a sottolineare che la Cina è entrata in una nuova fase storica, e che il suo quadro giuridico e istituzionale va aggiornato, per rappresentare e tutelare meglio nuovi attori economici, sociali e politici. È per questo che, per la prima volta da quando il Pcc è al potere, lo “stato di diritto” (yifa zhiguo 依法治国) è stato affrontato come tema principale di una sessione plenaria del Comitato centrale (tra i massimi organismi del Pcc), e ha stimolato un dibattito articolato – emerso dai media locali – su come portare avanti la riforma del sistema giudiziario, senza ricalcare le orme di paesi occidentali le cui giurisprudenze sono giudicate “spesso non efficaci”.

Dopo la conclusione del plenum (svoltosi dal 20 al 23 ottobre scorso), durante il quale si è deliberato sulla “riforma del sistema giudiziario” e sull’ “autorità suprema della Costituzione”, i media cinesi si sono riempiti di espressioni quali “diritti dei cittadini” (gongmin quanli 公民权利), “diritti della persona” (renshen quan 人身权), “aspettative dei cittadini rispetto allo stato di diritto” (renmin qunzhong dui fazhi de qidai人民群众对法治的期待) e “diritti di proprietà” (caichan quan 财产权),  Il testo completo delle risoluzioni adottate durante il consesso è stato sottoscritto dal presidente Xi Jinping e dai suoi due vice, il giurista Zhang Dejiang e il segretario della Commissione centrale per la disciplina Wang Qishan.

 

Porre fine a soprusi destabilzzanti: verso la riforma dei tribunali locali

“Limitare l’interferenza dei funzionari locali nell’attività dei tribunali che operano nelle zone sotto la loro amministrazione”, “promuovere una giurisprudenza che sia conforme ai principi della Costituzione”, e “creare un corpo professionale di giudici e operatori della giustizia” sono i tre elementi più importanti che emergono dal testo delle delibere.

I frequenti contenziosi su questioni relative ai contratti di affitto dei terreni agricoli, nonché all’espropriazioni di terre che vengono date in gestione a developer e investitori, sono causa di tensioni sociali, e provocano proteste che spesso diventano violente (i cosiddetti “incidenti di massa”, migliaia ogni anno). Contadini o residenti in città da una parte, dall’altra le autorità locali: queste ultime, avendo la possibilità di interferire nel lavoro dei tribunali locali – che in parte finanziano – hanno il coltello dalla parte del manico: corrompendo le autorità giudiziarie possono rendere nulli i provvedimenti impugnati contro di loro. Le campagne anti-corruzione, nonché queste ultime delibere sull’indipendenza dei tribunali dalle autorità delle zone di competenza, dovrebbero essere un primo passo per affrontare questi problemi.

Nello stesso tempo, resta da risolvere la questione del finanziamento dei tribunali, e la loro autonomia rispetto alle autorità di livello superiore (regionale e nazionale).

Un altro provvedimento approvato prevede esami più duri per diventare giudice: molte delle attuali cariche sono ricoperte da ex funzionari dell’esercito in pensione, senza alcuna formazione in campo legale. Inoltre, nuove forme di supervisione sono previste per controllare l’operato dei tribunali, nuove figure professionali con una formazione specifica in materia di giurisprudenza e che operino in diverse regioni, affiancando i giudici nel loro lavoro quotidiano.

 

Trovare una strada propria, anche a costo di sbagliare

Questi sono solo primi passi, e al momento possono essere letti come un ulteriore sforzo di accentramento del potere da parte dell’amministrazione Xi-Li, nonché come un tentativo di dare uniformità a un panorama legale spesso frammentato, in cui gli “strappi alla regola” sembravano diventati la norma e si discostavano troppo dalla legislazione nazionale – per esempio si considerino i “regolamenti speciali” (teshu guiding 特殊规定) che le autorità locali possono applicare nelle aree in corso di “riqualificazione” o “sviluppo”, a cui spesso si dà un’aura di legalità depositandoli in tribunali compiacenti.

Se questi primi provvedimenti verranno applicati con successo, non solo la legittimità del potere di fronte ai cittadini ne uscirà rafforzata, ma potrebbe trarne beneficio anche l’immagine del paese a livello internazionale, soprattutto nei confronti delle realtà imprenditoriali e degli investitori stranieri, spesso spaventati da un framework legale e istituzionale ancora non sufficientemente solido.

La determinazione nel voler trovare una propria strada, nell’ideare una nuova forma di “stato di diritto”, che abbia caratteristiche cinesi, rende il processo di riforma complesso e difficile, e probabilmente non esente da errori e passi falsi. Non a caso sono all’opera centri di ricerca, team di giuristi e gruppi di lavoro, che studiano nuove soluzioni e possibili ricadute in termini di impatto sociale ed economico. Una di queste sono i “tribunali itineranti” (xunhui fating 巡回法庭), gruppi di giuristi che si spostano da un tribunale all’altro per monitorare le diverse situazioni a livello locale. Un’altra sono i tribunali speciali per la gestione (udite! udite!) di casi di proprietà intellettuale, a Pechino, Shanghai e Guangzhou. La ricaduta delle delibere nei diversi contesti sociali è di particolare importanza per i legislatori, per questo si stanno facendo studi di fattibilità, analisi e valutazioni delle diverse situazioni a livello locale, come racconta questo articolo apparso il 4 novembre scorso sulla versione online del Quotidiano del popolo: un team di giornalisti ed esperti cominciano a prendere in considerazione e valutare i contesti della municipalità di Shanghai e delle province di Guangdong, Sichuan, Zhejiang, e Hunan, ripercorrendone la storia attraverso documentazione d’archivio, e cercando di capire come trasformare nella pratica le direttive della leadership.