America

In rotta di collisione
se Trump fa il cinese




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Gli Stati Uniti di Donald Trump che si ritirano dalla Trans Pacific Partnership al grido “America first” vogliono, nello stesso tempo, imprimere un cambio di passo alla loro politica sullo scacchiere Asia-Pacifico dopo le inconcludenti mosse di Obama, mettendo in campo una buona dose di “hard power” contro il loro principale avversario strategico, la Cina. Questo almeno segnalano le dichiarazioni del nuovo inquilino della Casa Bianca e della sua squadra. Ma, al di là della retorica ufficiale, quale sbocco avrebbe uno sfoggio di muscoli a stelle e strisce nei confronti di Pechino?

 

Una premessa: tra la prima e la seconda economia del Pianeta si muovono oggi i capitali delle maggiori multinazionali dei due paesi (da Apple a General Motors, passando per Alibaba e tante altre), inoltre nelle casse di Pechino sono custoditi oltre 1.000 miliardi di dollari in “treasury bond” statunitensi. Tuttavia ciò non inibisce automaticamente un contrasto più energico da parte di Washington – in un’ottica di “containment” – dell’ascesa della Repubblica popolare in Asia, che negli ultimi anni si è concretizzata nell’incremento costante della sua spesa militare e, in alcuni casi, del suo ascendente sui paesi vicini.

 

In un eventuale scontro all’arma bianca però, il coltello dalla parte del manico sembra averlo la Cina: le sue esportazioni ne soffrirebbero, ma potrebbero trovare in parte altri sbocchi, al contrario la vendita massiccia di titoli del debito pubblico Usa da parte di Pechino metterebbe in crisi il finanziamento dei progetti infrastrutturali di un Trump isolato nel mondo, mentre l’economia cinese non ha più bisogno quanto in passato di investimenti esteri diretti dagli Usa.

Washington e Pechino subito a muso duro sulle isole contese →

 

Come abbiamo sottolineato in un precedente articolo, l’oggetto del contendere con Pechino (oltre a Taiwan e al Mar cinese meridionale) potrebbe essere anzitutto quello degli scambi e degli investimenti bilaterali.
Per cercare di indovinare se le bellicose dichiarazioni del team di Trump siano soltanto ringhi da can che abbaia (ma che non morde) oppure siano destinate a tradursi in atti politici, diamo uno sguardo alle biografie degli uomini che nella nuova amministrazione repubblicana si occuperanno della Cina.

 

Da businessman privo di nozioni politico-amministrative, Trump, molto più che agli apparati, si affida ai suoi fedelissimi. Tra questi ultimi uno dei più ascoltati – raccontano le cronache d’oltre Oceano – è il “chief strategist” (lo stratega) del Presidente, Stephen Bannon, un “appassionato di Asia”, secondo il Washington Post.

Nel 2004 Bannon scrisse, diresse e produsse un documentario, “In the Face of Evil” (ispirato al libro “Reagan’s War” di Peter Schweizer) sostenendo che l’ex presidente Usa Ronald Reagan (1981-1989), di cui Bannon si dichiara “un enorme ammiratore”, sia stato il vero vincitore della Guerra fredda contro il comunismo.

Introdotto alla Casa Bianca da Jared Kushner – senior advisor nonché genero di Trump – Bannon giudica “molto inquietante” il “capitalismo di Stato che vediamo in Cina e in Russia”. Come valuterà la rete di protezioni per una serie di settori, a partire da quello dell’acciaio, che i funzionari del Commercio “made in Trump” stanno predisponendo, e il ruolo guida che rivendicano per il governo nei confronti dell’industria pesante degli States?

Bannon comunque si professa “nazionalista economico” ed è convinto che i sostenitori della globalizzazione “hanno distrutto la classe lavoratrice americana creando la classe media in Asia”. Sul suo sito web Breitbart news se l’è presa anche con gli immigrati asiatici “che rappresentano i due terzi o i tre quarti degli amministratori delegati della Silicon Valley”, nonostante uno studio del 2015 dimostri che, in realtà, sono soltanto un quarto dei dirigenti del polo hi-tech californiano.

 

 

All’interno di un National Security Council fortemente orientato verso il Medio Oriente, la politica sull’Asia sarà diretta dall’ex marine ed ex corrispondente dalla Cina del Wall Street Journal Mattew Pottinger, fidatissimo del Consigliere per la sicurezza nazionale Miachael Flynn. Pottinger parla mandarino e ha una società di consulenza, China Six Llc.

 

La Cina, nel 2015, ha accumulato nei confronti degli Usa un surplus commerciale di 367 miliardi di dollari e Trump, in campagna elettorale, ha annunciato dazi del 45% contro Pechino (accusata di pratiche commerciali scorrette e di manipolare la sua valuta) una misura quest’ultima che – riporta Il Sole 24 Ore – “Secondo Kevin Lai, capo economista per l’Asia di Daiwa Capital Markets, potrebbe ridurre dell’87% le esportazioni cinesi negli Stati Uniti e nel tempo distruggere il 4,8% del Pil cinese, ma basterebbe un dazio del 15% a cancellare l’1,8% del Pil di Pechino”. Un provvedimento che, evidentemente – nel momento in cui Pechino è impegnata a sostenere il suo prodotto interno lordo nell’ambito di una difficile transizione economica -, creerebbe tensioni enormi con Washington.

 

Trump ha messo a capo del National Trade Council che ha appena istituito l’ex democratico Peter Navarro, autore di “Death by China”, un documentario che imputa alla Cina tutti i mali dell’economia statunitense. Navarro, da sempre critico della Reaganomics, ha preso in prestito da Reagan l’idea, tipica della Guerra fredda, di “Peace through strength“, “Pace attraverso la forza”. Il docente dell’Università di California Irvine si dice sicuro che “riequilibrando il commercio tra Stati Uniti e Cina, Trump riequilibrerà anche l’equazione militare in favore degli Stati Uniti”.

All’inizio degli anni Novanta, Navarro temeva il dominio industriale giapponese quasi quanto oggi è ossessionato da quello della Cina. Per impedire quest’ultimo invocava un mix di protezionismo e dirigismo.

“Paesi come Giappone, Germania, Francia e Taiwan hanno politiche industriali molto sofisticate – scriveva Navarro – mentre le amministrazioni Reagan e Bush sono rimaste legate alla filosofia del libero mercato”, inoltre “Giappone e Germania spendevano dieci volte di più degli Stati Uniti per infrastrutture e nuove tecnologie”. Secondo Navarro “l’essenza di una politica industriale nazionale è una piena collaborazione tra governo e aziende… essendo il ruolo del governo quello di aiutare le aziende nazionali a competere fornendo loro assistenza tecnica, sussidi e misure protezionistiche come dazi e quote”.

 

 

Ne sa qualcosa il segretario del Commercio Wilbur Ross, investitore miliardario che all’inizio degli anni 2000 rilevò una serie di compagnie siderurgiche affette da eccesso di capacità produttiva, dando vita allo International Steel Group, che poté contare sui dazi del 30% sull’acciaio d’importazione varati dall’allora presidente George Bush. Nel 2004 Ross vendette per 4,5 miliardi di dollari l’International Steel Group al magnate indiano Lakshmi Mittal. In quegli stessi anni Ross ripeté operazioni simili con l’industria del carbone e quella tessile. Le scorribande finanziarie di Ross hanno contribuito al salvataggio di posti di lavoro negli Usa ma, nello stesso tempo, hanno dato luogo a pesanti ristrutturazioni aziendali e, alla fine, gli impianti siderurgici sono stati venduti agli stranieri. Ciò che è certo è che Ross appoggerà dazi aggressivi nei confronti dei paesi che esportano in dumping l’acciaio e altri prodotti negli Stati Uniti.

 

Se Navarro ricopre il ruolo di ideologo di questa svolta destinata a colpire l’export della Cina, il suo braccio operativo sarà Robert Lighthizer, che Trump ha scelto come suo “Trade representative” (consigliere per il commercio). Lighthizer è già stato vice consigliere per il commercio ai tempi dell’amministrazione Reagan: in quegli anni arginò le importazioni di acciaio e automobili giapponesi negli Usa minacciando dazi e misure punitive.

Come membro dei board degli studi legali Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom LLP, Lighthizer è specializzato in dispute commerciali e consulenza a grandi corporation.

“Non è certo un fan della WTO, potete aspettarvi che utilizzerà qualsiasi mezzo per convincere la Cina e altri paesi a smettere di imbrogliare”, ha spiegato nei giorni scorsi alla Reuters un avvocato di Washington che lo conosce bene e ha chiesto di rimanere anonimo.

Lighthizer è un rappresentante non ufficiale di quei settori dell’economia Usa che invocano protezione. La sua nomina è stata accolta con entusiasmo dall’industria dell’acciaio statunitense. Ritiene che la Cina abbia violato le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) nella quale entrò nel 2001: “Anni di passività e d’indecisione da parte dei nostri politici hanno fatto crescere il deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina fino al punto attuale in cui rappresenta una grave minaccia per la nostra economia”, dichiarò nel 2010 nel corso della sua testimonianza davanti alla US-China Economic and Security Review Commission.

 

Con il suo progetto di nuova via della Seta (volto anche ad assorbire parte della sua sovrapproduzione), l’istituzione della Asian infrastructure investment bank, l’internazionalizzazione dello yuan, Pechino – che pure sussidia e protegge in ogni modo la sua industria pesante e tiene chiusi agli investimenti stranieri i settori strategici della sua economia – ha messo in campo un piano d’attacco, che punta, tra l’altro, a farle guadagnare il ruolo politico che da tempo rivendica come conseguenza della sua potenza economica.

L’Alba di Trump al contrario somiglia già al tramonto di un’America costretta sulla difensiva, che minaccia di ricorrere a dazi brutali e rispolvera vecchi arnesi da guerra fredda, come quella “Peace through strenght” che Reagan utilizzò contro l’Unione Sovietica ma inservibile contro la Cina, una nazione economicamente florida e sempre più consapevole della sua forza che – a differenza dell’Urss – non rappresenta una minaccia ideologica, né sponsorizza un modello economico alternativo al capitalismo.

Provare a modificare gli evidenti squilibri commerciali Cina-Usa minacciando dazi del 45% e una robusta presenza militare nel Pacifico equivale ad agire secondo una mentalità da Guerra fredda, chiaramente inadeguata ad affrontare la Cina di Xi Jinping, artefice di un’ascesa pacifica e autoproclamatasi alfiere del libero scambio.

Ma il background ideologico e professionale degli uomini del presidente Trump, nonché il mandato che hanno ricevuto dall’elettorato Usa prostrato dalla globalizzazione, li spingerà con ogni probabilità proprio in questa direzione.



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