Cinesi d'Italia

“Siamo più che integrati, ora basta ius sanguinis”




a photograph of my mother as a young woman, john perivolaris

 

La sede del Centro interculturale italo-cinese di Ferrara è appena fuori le mura, a sud del centro storico. Dall’aprile del 2012, quando si è costituito come circolo Arci, le sue attività si sono moltiplicate, così come i cinesi e gli italiani che vogliono conoscere le reciproche lingue, culture e tradizioni. La cartina della Repubblica popolare è affissa a una parete, con le foto dei membri cinesi del Direttivo che si stagliano sulle province di origine, mentre alcune immagini illustrano la Grande muraglia, l’oasi di Dunhuang, le città della costa orientale. Tutt’intorno, poster con materiale didattico per l’insegnamento del mandarino ai bambini, mentre articoli dei giornali locali sottolineano come il Centro sia radicato sul territorio. Tutto è curato e gestito con passione, da cinesi e italiani, come se si trattasse di una casa aperta a tutti. Jin Cai – presidente del Centro, nonché di Associna Emilia Romagna, e delegato nazionale dell’Arci – e Vincenzo Spinelli ci ricevono e ci guidano alla scoperta di un luogo dove si riflette e si discute in modo aperto e senza pregiudizi, e dove l’intercultura non è un concetto astratto, ma un sistema di interazioni e scambi che generano comprensione e accoglienza, senza distinguere tra un “noi” e un “loro”.

 

Jin Cai, come è nata la comunità cinese di Ferrara, qual è la sua storia e quali le principali attività?

La comunità cinese di Ferrara comincia a formarsi negli anni ’80, con i primi ristoranti cinesi. È costituita quasi interamente – come nel resto dell’Italia – da cinesi provenienti dallo Zhejiang, la provincia sudorientale molto rinomata per il commercio e la vitalità delle piccole aziende. Solo molto di recente, con l’apertura e la crescente ricchezza della Cina, sono arrivati qui anche studenti e qualche professionista o musicista da altre aree della Repubblica popolare. Gli ultimi dati ufficiali sono quelli del 2011, che censiscono 1.500 cinesi residenti in provincia di Ferrara, contro i 24.000 di Milano, 14.000 di Firenze, 13.000 di Roma e altrettanti Prato. In Emilia Romagna la comunità più numerosa è quella di Reggio Emilia, dove sono 5.274.

 

Come è nato il Centro interculturale italo-cinese, quali sono le principali attività, i membri e gli obiettivi?

Siamo nati mettendo assieme due esigenze: fornire supporto alla comunità cinese che spesso può cadere vittima di malintenzionati, soprattutto connazionali, che chiedono (molto) denaro in acmbio di servizi che le istituzioni offrono gratuitamente; e rispondere alle molte richieste da parte di cittadini italiani appassionati di cultura cinese. Per sposare queste esigenze basta far incontrare i cinesi con i ferraresi, agire da interfaccia nei confronti delle istituzioni, rapportarsi con i media per non dare spazio a leggende metropolitane e dicerie sui cinesi, ma soprattutto occorre fornire gli strumenti per lo studio della lingua, la vera chiave che apre i lucchetti della comprensione reciproca. Ecco quindi perché i corsi di cinese e di italiano; gli esami riconosciuti a livello ministeriale – anche in Cina; la visione di film in lingua sottotitolati; il servizio di biblioteca; la tv cinese; le conferenze su storia, arte e cultura; le convenzioni con le istituzioni e le realtà imprenditoriali; le gite nelle “Chinatown”; gli accordi con le agenzie di viaggio per i viaggi in Cina. I membri del direttivo sono otto, tre italiani e cinque cinesi provenienti da diverse zone della Cina, e ognuno svolge il suo compito: c’è il responsabile esteri, quello per lo sviluppo, per la la comunicazione, e naturalmente un presidente, un segretario e un vice. Gli obiettivi sono tanti, tutti riconducibili a quello dell’integrazione. Che, per usare una felice espressione di Marco Wong di Associna, è un ponte fra due culture, ma a doppio senso di marcia.

 

Che cosa si può dire sull’integrazione della comunità di Ferrara? In Italia spesso si ha la percezione che le comunità cinesi siano piuttosto chiuse, che tendano a stare tra di loro e a mantenere l’uso esclusivo della lingua e delle tradizioni cinesi.

Prima di tutto è difficile dire “cinesi”. In Cina ci sono 56 etnie e tante lingue ufficiali, il territorio è esteso quanto l’Europa, dalle steppe subsiberiane ai mari caldi e alle barriere coralline del sud. Inoltre, come dicevo, i cinesi che vivono in Italia vengono tutti dalla stessa provincia, lo Zhejiang, dove si parla lo stesso dialetto. Quindi, quella che qui in Italia viene scambiata per “chiusura”, è in realtà la stessa rete di conoscenze e di auto protezione, mista a timidezza o a diffidenza, che ha accompagnato i nostri (italiani, ndr) quando, per tutta la prima metà del ‘900, migravano in massa nelle Americhe, con interi paesini che si trasferivano completamente in un quartiere di un mondo sconosciuto.

Oggi con l’arrivo di altri cinesi e con la nascita delle seconde generazioni, questa rete si allarga sempre più, diventando tessuto stesso della città, rimanendo cinese ma diventando anche e pienamente italiana, appunto “italo-cinese”. Le comunità sono sempre più o meno “chiuse” all’inizio, soprattutto così danno l’impressione di essere quelle più abituate a non disturbare il padrone di casa (in realtà è una forma di integrazione ed espansione morbida, chiamata “soft power”), ma con la nascita delle seconde generazioni, che parlano italiano e vanno a scuola con italiani, tutto cambia in meglio. Da questo parte uno degli obiettivi primari della nostra associazione: battersi per lo ius soli.

 

Le comunità cinesi in Italia dispongono di strumenti giuridici adeguati a tutela della propria lingua e delle proprie specificità culturali? Qual è lo status dei cinesi di recente immigrazione rispetto a quello dei cinesi di seconda e terza generazione?

Purtroppo, secondo lo ius sanguinis in vigore in Italia, lo status giuridico è sempre lo stesso: stranieri. Non importa se sei nato qui, parli italiano, frequenti soltanto italiani, non sai la lingua dei tuoi genitori e non sei mai stato nel loro paese: se a 18 anni non chiedi e non ti rilasciano un permesso di soggiorno, o non passi attraverso procedure e burocrazia per ottenere la cittadinanza, ti deportano – e sottolineo “deportano” – nel paese dei tuoi genitori. Senza contare l’esclusione di cui si sentono vittime i bambini – italiani a tutti gli effetti – che si vedono esclusi dalla gita scolastica o dai campionati sportivi studenteschi nazionali a causa del colore della pelle o della forma degli occhi dei loro genitori. Il nemico più acerrimo dell’integrazione si chiama “discriminazione”, ed è questo il motivo per cui occorre affrontare al più presto il problema dello ius sanguinis, se non vogliamo ritrovarci con le comunità di stranieri più isolate, chiuse, diverse e discriminate d’Europa.

 

Sei arrivato in Italia nel 1999…quali cambiamenti hai notato da allora? Come immaginavi il nostro Paese prima di partire, e qual è la realtà che hai trovato qui?

Sul mio arrivo in Italia possiamo dire che non fu un bell’inizio, avendolo vissuto come uno sradicamento dalla mia terra natia, dove avevo messo tenere radici. Francamente dell’Italia non conoscevo neanche l’esistenza…e credo che la mia ignoranza geografica fosse legittima, vista l’età (10 anni, ndr). Arrivai attraverso il ricongiungimento familiare, come succede per la maggior parte delle famiglie di stranieri in Italia. Ferrara mi accolse tra i suoi sapori e profumi, mi ricordo ancora il dolce profumo delle brioche che mi avvolgeva al mattino nel centro storico, dove abitavo. Ferrara è una città calma e rinchiusa nella sua nebbia, città perfetta per le famiglie con i figli e soprattutto per chi cerca un lavoro fisso. Col passare degli anni, il panorama sociale è cambiato molto. Di famiglie cinesi ce n’erano veramente poche, mio padre fu tra i primi qui a lavorare nel settore edilizio, le altre famiglie di cinesi erano tutte impiegate nella ristorazione. Oggi invece la comunità cinese comincia a essere attiva in vari campi professionali/imprenditoriali, dai bar ai work-sushi.

Diciamo che i cinesi della politica non si interessano molto, è un popolo che pensa ad avere un domani tranquillo sul piano economico, e la politica ai loro occhi è una perdita di tempo. Dico la verità, con il tempo ho preso un po’ delle abitudini ferraresi, mi dicono spesso che ho assunto persino l’accento e il dialetto locale, e non lo nascondo. Tuttora, i cinesi hanno un’immagine buona dell’Italia, in particolar modo per la sua cultura e la sua storia romana. Nonostante un politico, Giulio Tremonti, avesse affermato che con la cultura non si mangia…l’attuale ministro della Cultura, l’onorevole Dario Franceschini, oltre ad essere ferrarese, dà un forte significato alla parola cultura. Secondo noi del Centro interculturale italo-cinese di Ferrara, per essere trasmessa la cultura necessita di veicoli, linguaggi, segni: e il mezzo privilegiato è appunto la lingua.

 

 



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