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Soli, anziani e male assistiti, le micro famiglie ora fanno paura




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Il “Rapporto sullo sviluppo delle famiglie cinesi-2014” (中国家庭发展报告2014), pubblicato il 14 maggio dalla Commissione nazionale per la sanità e la pianificazione familiare国家卫生和计划生育委员会 (l’agenzia del Consiglio di Stato per la supervisione della politica demografica e il monitoraggio dei servizi sanitari) ha fatto emergere dati che stanno preoccupando analisti e osservatori. Si tratta della prima analisi ufficiale sulla struttura demografica e familiare della popolazione cinese resa pubblica dalle autorità. Lo studio ha anzitutto confermato due trend in corso da qualche decennio, e cioè la riduzione della dimensione media dei nuclei familiari e l’invecchiamento della popolazione.

Se nel 1950 ogni famiglia nella Repubblica popolare era composta, in media, da 5,3 persone, già nel 1990 si era passati a 3,96, per arrivare al 3,2 del 2012. Ad oggi, si stima che 160 milioni di famiglie (circa il 40% del totale) siano composte da non più di due persone. Soltanto nel primo decennio del nuovo millennio – nel periodo di massimo sviluppo urbano del Paese – quelle di due soli componenti sono aumentate del 68%. Si tratta delle cosiddette famiglie dingke (丁克家庭, traslitterazione dell’acronimo inglese DINK, sta per “dual income, no kids“), che costituiscono ormai un fenomeno sociale rilevante. Si tratta principalmente delle sempre più numerose giovani coppie che preferiscono aspettare prima di mettere al mondo un figlio, o scelgono di non averne affatto, per dedicarsi alla carriera o per ragioni economiche; oppure di partner più anziani, rimasti soli dopo che i figli si sono allontanati, per motivi di studio o lavoro.

Un ulteriore cambiamento degli ultimi anni, di conseguenza, è rappresentato dall’aumento delle cosiddette mono-famiglie, cioè di quei nuclei familiari composti da una sola persona, raddoppiati tra il 2000 e il 2010. Il fenomeno è evidente soprattutto nelle aree urbane, dove il 45,4% di residenti single vive da solo. Oltre ai milioni di ragazzi che ogni anno abbandonano la provincia di nascita alla ricerca di migliori opportunità nelle principali metropoli, aumentano anche i giovani che, raggiunta l’indipendenza economica, scelgono di andare a vivere per conto proprio pur non essendo sposati e pur lavorando nella stessa città in cui vivono i genitori, voltando le spalle alla tradizione, che imporrebbe di restare con la famiglia di provenienza fino al momento del matrimonio.

Le ragioni all’origine di queste tendenze sono diverse. In primo luogo, si tratta di conseguenze “naturali” della politica di controllo delle nascite che – sebbene allentata a partire dal dicembre del 2013 – ha impedito per decenni alla maggior parte delle famiglie di mettere al mondo più di un figlio. La politica del figlio unico, tuttavia, non basta a spiegare un trend sul quale, soprattutto a partire dall’inizio del nuovo millennio, hanno influito più i fattori socio-economici che quelli politici: ad esempio, la crescente mobilità geografica e i cambiamenti nella cultura e negli stili di vita, sempre più orientati al raggiungimento dei propri obiettivi professionali e dell’indipendenza economica più che alla vita familiare e matrimoniale.

Conseguenza del progressivo rimpicciolimento della famiglia cinese è l’aumento del numero di anziani che vivono soli. Stando al rapporto, infatti, oltre il 40% degli ultra-ottantenni vive da solo, in particolare nelle aree rurali. Il dato più preoccupante riguarda la difficoltà o incapacità che molti di essi hanno nel prendersi cura di sé in maniera adeguata, per motivi di salute e soprattutto economici. Lo studio denuncia che, nel 2013, 37,5 milioni di anziani hanno avuto problemi economici di vario genere, mentre si stima che addirittura un quarto della popolazione anziana – sempre l’anno scorso – abbia vissuto al di sotto della soglia di povertà.

Il giorno dopo la pubblicazione del documento, il professor Zhi Xiefei della Nanjing University of Information Science and Technology (南京信息工程大学) ha commentato su Weibo: “Con queste premesse sarà impossibile uno sviluppo sostenibile”, suscitando le repliche di molti altri utenti. In generale, a preoccupare sono soprattutto le spese che gravano sulle famiglie cinesi per l’assistenza agli anziani, mentre la responsabilità di questa situazione è imputata principalmente alla politica del figlio unico.

Se si considera che, stando a quanto stimato dal Ministero degli Affari Civili, un cinese su quattro avrà più di 60 anni nel 2030, è evidente come la messa a punto di un adeguato sistema sanitario e assistenziale rappresenti una questione sempre più urgente per la Repubblica popolare. A differenza di altri paesi asiatici come Giappone, la Corea del sud e Singapore, in cui già da tempo sono emerse tendenze simili, le strutture sanitarie e assistenziali in Cina sono ancora carenti, soprattutto nelle aree rurali, mentre il tradizionale ruolo della famiglia come principale ammortizzatore sociale – sebbene tuttora fondamentale – inizia a vacillare.

Laddove manchino le risorse economiche e il supporto dei familiari, sono possibili soluzioni alternative. È il caso, ad esempio, del villaggio di Qiantun nella provincia settentrionale dello Hebei, dove 1.500 anziani vivono in comunità prendendosi cura gli uni degli altri. Si tratta di un esperimento a cui le autorità guardano con interesse crescente, dal momento che la diffusione di un modello simile potrebbe rappresentare negli anni a venire una soluzione economica e creativa al problema dell’assistenza agli anziani.

 

 



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