Editoriale

Se il Pivot to Asia
lo fa Angela Merkel




Negli incontri della scorsa settimana tra leader dell’Unione europea e della Repubblica popolare, come in occasione dei precedenti vertici Ue-Cina, è andato in scena un copione che dovrebbe far riflettere quei paesi, come l’Italia, che vorrebbero costruire relazioni più fruttuose ed equilibrate con Pechino.

A Berlino – dove era sbarcata mercoledì 31 maggio, guidata dal premier Li Keqiang – la delegazione cinese è stata accolta alla cancelleria con gli onori militari; ministri tedeschi e cinesi si sono riuniti attorno allo stesso tavolo (un privilegio che Pechino, in Occidente, riserva solo alla Germania); Deutsche Bank (della quale il mese scorso il cinese HNA Group è diventato il principale azionista) ha annunciato investimenti per 2,7 miliardi di euro (assieme a China Development Bank) lungo la nuova via della Seta voluta dal presidente Xi Jinping; Li ha chiesto l’intervento di Angela Merkel per ottenere la certificazione Ue per il C919, il jet cinese che mira a fare concorrenza al consorzio europeo Airbus; è stata svelata l’ennesima joint-venture sino-tedesca nel settore automotive, con Mercedes che produrrà macchine elettriche a Pechino, dopo un accordo simile raggiunto qualche giorno prima da Volkswagen.

 

Nella capitale tedesca il premier in attesa che il congresso del Partito comunista (Pcc) del prossimo autunno gli conferisca il secondo mandato e la democristiana a caccia del quarto nelle elezioni di settembre in Germania si sono riproposti come i campioni del liberoscambismo e della difesa dell’ambiente in grado di fronteggiare il protezionismo e la restaurazione vetero-industriale promossa da Donald Trump.

Tra le problematiche asimmetrie dell'Ue, c'è anche il rapporto esclusivo di Berlino con Pechino, che un rinnovato asse franco-tedesco, ancora da costruire, non potrà bastare a riequilibrare

 

Poi i leader cinesi si sono spostati a Bruxelles e lì, nel cuore istituzionale della “Unione”, venerdì 2 giugno il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e Donald Tusk, a capo del Consiglio della Ue, hanno elencato le divergenze che hanno impedito la pubblicazione di un comunicato congiunto Unione europea-Cina onnicomprensivo, nonostante l’alleanza contro i cambiamenti climatici strombazzata poche ore prima per contrastare la ritirata statunitense dall’Accordo di Parigi.

Juncker ha ammesso in conferenza stampa che sulla riduzione dell’eccesso di capacità produttiva in alcuni settori – a partire dall’acciaio – nei quali i produttori europei devono vedersela con la concorrenza dell’export sottocosto dalla Cina, così come sulla pretesa di Pechino che venga abolito (in base alla sua interpretazione dell’articolo 15 del trattato di adesione alla WTO) il meccanismo del “paese surrogato” nel calcolo delle correzioni anti-dumping, le distanze tra Bruxelles e Pechino “si sono ridotte, ma non siamo ancora d’accordo”.

 

Juncker ha inoltre lamentato la “differenza di trattamento tra le imprese europee in Cina e quelle cinesi in Europa”. “Vorremmo che le nostre aziende subissero meno restrizioni quando operano in Cina”, ha aggiunto il presidente della Commissione.

Il premier Li ha replicato ricordando che la Cina di oggi è cambiata e deve sviluppare i suoi produttori nazionali: “Spero che possiate porre questo problema nel giusto contesto – ha detto ai colleghi dell’Ue -. Ci sono dei problemi, ma ci stiamo lavorando… Stiamo migliorando”.

La questione, dal punto di vista della leadership cinese, è semplice: la seconda economia del Pianeta è entrata in una fase nella quale non ha più bisogno dei massicci investimenti stranieri che hanno favorito gli ultimi 35 anni del suo sviluppo. Ora Pechino vuole che i sempre più ricchi e dinamici mercati interni siano appannaggio delle varie Huawei (telefonia), Haier (elettrodomestici), Li-Ning (abbigliamento sportivo) e, soprattutto, delle centinaia di aziende locali che stanno provando a ripercorrere la strada di questi marchi affermatisi anche all’estero.

Il discorso pronunciato a Bruxelles del premier cinese Li Keqiang →

 

D’altro canto, mentre il complesso della manifattura e dei servizi europei attende di trarre guadagno dalle auspicate aperture di mercati come quelli cinesi, sempre più dinamici e alla ricerca di beni e servizi di qualità, la Germania, grazie all’unicità della sua struttura industriale, da anni tratta “vis à vis” con la leadership cinese.

Il legame economico sino-tedesco, partito negli anni Ottanta del secolo scorso come semplice quanto proficuo scambio tecnologia (tedesca) – mercati (cinesi), negli ultimi tempi – per la necessità della Cina di cambiare il suo insostenibile modello di sviluppo – si è arricchito di nuovi aspetti che l’hanno elevato – secondo il lessico iperbolico del Partito comunista cinese – a “Partnership strategica onnicomprensiva”.
Basf, Volkswagen, Siemens, Kuka (l’azienda di robotica recentemente acquisita dalla cinese Midea) sono tra i principali protagonisti del tentativo di trasformazione dell’economia cinese verso un sistema non più incentrato sulla vecchia fabbrica, ma sulla manifattura ad alto valore aggiunto e sulla commistione tra quest’ultima, robotica industriale e Internet delle Cose (la cosiddetta Industria 4.0) che permetta a Pechino di sfornare brand in grado di conquistare i mercati interni e di competere su quelli internazionali.

 

Secondo Gu Junli, esperto di Germania presso l’Accademia di scienze sociali di Pechino, il principale argomento di discussione tra Li Keqiang e Angela Merkel nel loro ultimo incontro è stato proprio “la sinergia tra il piano ‘Made in China 2025’ e Industria 4.0 tedesca”.

 

L’anno scorso però proprio la Germania è stata l’epicentro di una campagna di acquisizioni di aziende hi-tech da parte di compagnie e fondi della Repubblica popolare e il passaggio del gioiello Kuka alla cinese Midea ha suscitato scalpore e polemiche a Berlino. La bilancia commerciale tedesca inoltre ha fatto registrare un disavanzo di 17 miliardi di dollari nei confronti della Cina. La Germania vive con preoccupazione anche l’influenza che Pechino sta proiettando sui paesi dell’Europa centro-orientale nell’ambito della piattaforma 16+1. I timori in questo caso – con la Belt and Road Initiative che, nel Vecchio continente, ha mosso i primi passi concreti proprio negli ex Paesi dell’Est – sono di carattere sia economico che geopolitico.
L’insieme di queste tensioni sta alimentando un dibattito sul tema “gli investimenti stranieri (leggi “cinesi”, ndr) dovrebbero essere controllati?”, come dal titolo di un incontro a porte chiuse che si è tenuto l’8 giugno a Berlino, organizzato dallo Eu-Japan Centre e dalla BDI, la confindustria tedesca.

 

Se gli Stati Uniti si chiudono e Pechino non ne vuole sapere di aprire una serie di mercati strategici (energia, telecomunicazioni, finanza, media, appalti pubblici) mentre anche in altri settori gli europei lamentano difficoltà ad operare in Cina, non sarà il caso che anche nell’Ue si trovi il modo di proteggersi da assalti come quello a Kuka?

 

Tuttavia l’Unione europea che ora ravvisa la necessità di difendersi e chiede “reciprocità” alla Cina lo fa “indebolita” dalla circostanza che la Germania, e con essa alcune corporation europee con un primato tecnologico difficilmente raggiungibile nel breve termine, si sono guadagnate già da tempo nella Repubblica popolare una posizione che mal si concilia con la richiesta di “pari opportunità”.
Proprio mentre i leader dell’Ue la settimana scorsa presentavano il loro cahier de doléances, l’ambasciatore cinese in Germania, Shi Mingde, ricordava che nella Repubblica popolare operano 8.000 aziende tedesche, con un volume di investimenti complessivo pari a 67 miliardi di dollari, mentre in Germania lavorano 2.000 compagnie cinesi. “Queste compagnie saranno un fattore chiave nell’avanzamento della cooperazione” bilaterale, ha aggiunto Shi a China Daily, prima di concludere, rivelando come Pechino intende il suo rapporto con l’Unione europea, che “l’abbraccio di due nazioni forti (Cina e Germania, ndr) avrà un impatto che andrà ben oltre i rispettivi confini”.

 

E Angela Merkel, giovedì della scorsa settimana, spiegava che per la Germania “la Cina è diventata un partner più importante e strategico”. Con 170 miliardi di interscambio bilaterale nel 2016, la Cina è il principale partner commerciale di Berlino. “Stiamo attraversando un periodo di incertezza globale – ha aggiunto la cancelliera – e riteniamo sia nostra responsabilità espandere la nostra relazione in ogni ambito”. Per la cronaca, nei prossimi anni l’industria tedesca in Cina punterà soprattutto su automobili (sempre più elettriche), aviazione, riciclaggio, intelligenza artificiale.
I tedeschi non sono “cattivi”, come ha affermato Donald Trump, e il Pcc nel relazionarsi a un blocco eterogeneo e in crisi come l’Ue ha bisogno di solidi punti di riferimento, glielo suggerisce il suo pragmatismo nonché una tradizione millenaria di governo che seleziona interlocutori forti, in grado di far avanzare i propri interessi.

 

Tuttavia la Germania resta il paese che pensa che per risolvere gli attuali, gravi problemi dell’Unione sia sufficiente che gli europei diventino un po’ tedeschi: questa è la prospettiva dell’Ue che, mediata da Berlino, arriva a Pechino.
Fin quando le amministrazioni Obama erano impegnate a costruire un castello di carte battezzato “Pivot to Asia” (che avrebbe dovuto reggersi sul rafforzamento dell’alleanza politico-militare tra Washington e gli avversari continentali della Cina), è rimasto nascosto al pubblico il vero Pivot to Asia, quello costruito con metodo e costanza dalla Germania, rivelatosi nel momento in cui Trump ha tolto al rapporto tra Washington e Pechino la foglia di fico dell’accordo sul clima, mettendo a nudo le divergenze strategiche tra l’ormai ex superpotenza unica uscita dal crollo del Muro di Berlino e il colosso asiatico in ascesa.

 

È ora di prendere coscienza che tra le tante problematiche asimmetrie dell’Unione europea, c’è quella del rapporto esclusivo che la Germania ha costruito con la Cina. Che un rinnovato asse franco-tedesco, ancora tutto da costruire, non potrà bastare a riequilibrare.



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