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Scientifica e onnipervasiva,
la sicurezza nazionale
nel Piano quinquennale
della “Nuova era” di Xi

Non soltanto la strategia economica della “doppia circolazione” e le misure per favorire la “innovazione autoctona” (zìzhŭ chuàngxīn). Tra le priorità del prossimo Piano quinquennale (2021-2025) della Repubblica popolare cinese rientrerà anche – per la prima volta – la sicurezza nazionale, alla quale sarà dedicato un intero capitolo. «La rilevanza della sicurezza nazionale è determinata dalla nostra posizione (attuale, nda) nel corso della storia e dalla situazione che sta affrontando in questa fase il nostro paese», ha affermato venerdì scorso Xi Jinping durante una riunione dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese (Pcc).

 

La guerra commerciale, la rivolta di Hong Kong e le ripercussioni della pandemia all’interno della Cina e sulla sua immagine internazionale spingono il Pcc a serrare i ranghi. Nell’ambito di quella che nelle scorse settimane i 25 componenti la leadership allargata del Partito avevano definito una «guerra di lunga durata» che verrà combattuta con l’Occidente (Stati Uniti in primis) per la supremazia tecnologica, il timore di Xi e compagni è che gli avversari intendano alzare il livello dello scontro, utilizzando forze anti-sistema (a Hong Kong, nel Xinjiang, a Taiwan e in Tibet) per delegittimare il Partito comunista cinese.

In un articolo pubblicato il mese scorso il ministro della Sicurezza (e membro dell’Ufficio politico) Guo Shengkun ha sostenuto che con il XIV Piano quinquennale (che verrà approvato dall’Assemblea nazionale del popolo a marzo 2021) la Cina «deve difendersi da e colpire duro i tentativi di sabotaggio, eversione e separatismo da parte di forze ostili».

L’agenzia di stampa “Xinhua” annuncia una «architettura della sicurezza nazionale olistica» (della quale Xi ha indicato i dieci elementi fondamentali). In sostanza – accanto ai tradizionali obiettivi di sviluppo economico e sociale – nel Piano entrerà anche la costruzione di un impianto securitario che, nella “Nuova era” proclamata da Xi, dovrà essere sempre più inflessibile, scientifico, onnipervasivo.

 

«Dopo aver vissuto il disordine sociale che ha lasciato cicatrici nei loro cuori, l’ideologia e la consapevolezza delle giovani generazioni determinerà il loro futuro – sostiene Li Xiaobing, esperto di questioni di Hong Kong, Macao e Taiwan dell’Università Nankai di Tianjin -. In precedenza, i piani quinquennali puntavano sul rafforzamento dell’influenza del ruolo finanziario e commerciale globale di Hong Kong. Tuttavia il deterioramento del quadro politico e il caos sociale, che ha favorito ingerenze straniere, rappresentano una grave minaccia per il futuro della città».

 

Dopo il poco fruttuoso sostegno “morale” dato alle proteste del movimento anti-Pechino, l’8 dicembre scorso gli Stati Uniti hanno imposto divieti di viaggio e altre sanzioni contro 14 funzionari di Pechino coinvolti (secondo Washington) nella repressione delle proteste.

Se Hong Kong è in cima alla lista, l’ex colonia britannica non rappresenta l’unica preoccupazione dei leader comunisti per quanto riguarda le politiche di “mantenimento della stabilità sociale” (wéi wӗn).

 

Con una decisione che ha fatto infuriare il governo cinese, il 5 novembre scorso gli Stati Uniti hanno cancellato dal loro elenco delle “organizzazioni terroristiche” (nel quale figurava dal 2003) il Movimento islamico del Turkestan orientale (Etim), il gruppo armato uiguro – che in Siria si sarebbe riorganizzato come Partito islamico del Turkestan (Tip) – che Pechino accusa di pianificare attacchi all’interno della Cina.

Per quanto riguarda Taiwan, all’ok da parte del Dipartimento di stato Usa all’ultima fornitura militare da 1,8 miliardi di dollari all’Isola che Pechino considera una provincia ribelle, il governo cinese ha risposto annunciando sanzioni contro Beoing, Lockheed Martin e Raytheon, i colossi del complesso militare-industriale a stelle e strisce.

Il fatto è che su Hong Kong, Taiwan, sul Xinjiang – questioni eminentemente politiche – negli ultimi mesi tra Pechino e Washington sono montate una diffidenza e un’ostilità reciproche che difficilmente la nuova Amministrazione del presidente Joe Biden guidata da ministri democratici – tradizionalmente più sensibili alla “promozione” della democrazia liberale e dei diritti umani – riuscirà a spazzare via.

 

Si tratta comunque di questioni rispetto alle quali, nella “Nuova era”, la leadership cinese non è disposta a fare un passo indietro e che intende continuare ad affrontare con mix di repressione, promozione dello sviluppo economico e indottrinamento ideologico.
Già nel novembre 2013, la gestione delle crisi è stata formalmente concentrata all’apice del Pcc con l’istituzione della Commissione per la sicurezza nazionale (fondata e presieduta da Xi), che ha il compito di provvedere al mantenimento della stabilità sia all’interno che nei confronti di minacce esterne, elaborando una strategia per la sicurezza nazionale “olistica”, che affronti cioè la questione da un punto di vista non solo della sicurezza, ma anche dello sviluppo, e che comprenda la repressione di dissidenti e gruppi terroristici, la stretta nei confronti delle organizzazioni non governative, e la nuova diplomazia assertiva del Paese.

Il 30 giugno scorso il Parlamento di Pechino ha varato la Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, che punisce i reati di “eversione”, “separatismo” e “collusione con potenze straniere”, mentre nella regione del Xinjiang (terreno di sperimentazione delle più avanzate tecnologie di sorveglianza della popolazione) è in corso da anni una campagna di “de-radicalizzazione” che nella sostanza punta alla sinizzazione dei giovani della minoranza musulmana di etnia uigura.

 

Secondo Xi però non basta la creazione di questi organismi. Per farli funzionare servirà personale preparato, per formare quella che Xi ha definito «una squadra di quadri indistruttibile». «Dovremo affrontare rischi per la sicurezza convenzionali e non convenzionali – ha sottolineato il presidente cinese -. Dovremo fare buon uso della cassetta degli attrezzi delle nostre politiche per la sicurezza nazionale».

 

Michelangelo Cocco è autore di Una Cina “perfetta” La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci editore)