Europa

Istituti Confucio, promozione culturale o propaganda politica?




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wallflower/dali city, china (2010), stephan rebernik

 

Il dibattito sulla natura e la funzione degli Istituti Confucio (IC) è finalmente approdato anche in Italia. Un fatto positivo, per l’importanza e la delicatezza del tema che non dovrebbe essere confinato al solo ambito sinologico. È legittima, ci si chiede, la presenza all’interno del nostro sistema universitario di un’istituzione culturale straniera condizionata da un preciso indirizzo ideologico? Se sì, quali sono le condizioni, che non possono essere solo economiche, affinché ciò possa avvenire senza che i principi di autonomia e di libertà che sono alla base dei nostri ordinamenti accademici vengano lesi?
Per fornire risposte adeguate ritengo sia necessario uscire dalla pur importante “quotidianità” della gestione degli IC, cercando di inquadrare il fenomeno in un contesto di più ampio respiro, guardando al progetto complessivo e alle sue finalità¹, senza trascurare di porre nella giusta evidenza il fatto, che non può essere dato per secondario o irrilevante, che lo Hanban, da cui gli IC emanano, è un organo governativo fortemente ideologizzato e non un’istituzione “non governativa, non profit e apolitica” come è solito presentarsi. E non potrebbe essere diversamente essendo la Presidentessa, i Vice-Presidenti e i componenti del Consiglio Esecutivo esponenti d’alto rango del Partito Comunista Cinese (PCC), del governo e di 12 Ministeri e Commissioni ministeriali. La Presidentessa è dal 2008 Liu Yandong, ex membro del Consiglio di Stato, attualmente componente del Politburo e uno dei quattro Vice-Premier in carica (di secondo grado). La Direttrice Generale è Xu Lin, componente del Consiglio di Stato con il grado di Vice-Ministro e Direttrice Esecutiva degli IC. L’organigramma prevede poi un Consiglio, formato in prevalenza dai rappresentanti di università cinesi e straniere, e un Comitato dei Direttori stranieri; dieci componenti del Consiglio su 15 provengono dal Comitato dei Direttori.

 

 

I nomi dei componenti degli organi direttivi sono tenuti riservati, solo per il 2009 mi è stato possibile reperire dei dati ufficiali, ancorché parziali. Conoscerli sarebbe utile, aiuterebbe a comprendere meglio come gli IC si collocano nell’ambito della politica culturale cinese, che muta con una certa rapidità, soprattutto nell’era di Xi Jinping. Ad esempio se il Ministro dell’Istruzione, Yuan Guiren, fosse ancora membro del Consiglio Esecutivo (lo era nel 2009, è quindi probabile che lo sia tuttora), la sua recente presa di posizione contro “i pericoli causati dalla massiccia infiltrazione delle idee e dei valori occidentali nei campus universitari cinesi” che devono essere prontamente arginati assumerebbe un significato particolare per i nostri ragionamenti, alla luce anche del fatto che Yuan era, fino a qualche anno fa, uno dei maggiori sostenitori dell’apertura culturale. Cosa implica un cambiamento di rotta così radicale? Quali influenze potrebbe (o dovrebbe) avere sulla politica di diffusione “delle idee e dei valori cinesi nei campus universitari non cinesi”?

 

Così come sarebbe utile sapere chi sono i componenti non cinesi del Consiglio e del Comitato dei Direttori. Perché non renderli pubblici?²

 

Quando nel 2011 lo “czar” delle attività di propaganda e delle relazioni con i media Li Changchun (all’epoca componente del Comitato Permanente del Politburo e Presidente della Commissione per la Costruzione della Civiltà Spirituale del Dipartimento della Propaganda) e Liu Yandong (all’epoca Vice-Presidente della suddetta Commissione insieme a Liu Yushan, componente del Comitato Permanente del Politburo e Presidente del Dipartimento della Propaganda fino al 2012, anno in cui è subentrato a Li Changchun alla guida della Commissione) si sono recati in visita alla sede generale dello Hanban, Xu Lin non ha mancato di evidenziare il ruolo guida esercitato da Li Changchun, definendo le sue “direttive programmatiche un vero e proprio tesoro teorico e ideologico per gli IC, per la loro espansione e per il potenziamento delle loro attività: da esse abbiamo appreso molto in passato e dobbiamo continuare ad apprendere ora e in futuro”. D’altro canto Li non ha fatto mistero del fatto che “gli IC sono parte rilevante del dispositivo di propaganda cinese all’estero”³.
Il Partito, il governo e il Dipartimento della Propaganda seguono con la massima attenzione le attività dello Hanban e degli IC e si aspettano che questi si adeguino alle loro direttive. Il rispetto delle regole e la disciplina di partito non sono concetti astratti in Cina, essendo “il test per misurare la lealtà dei funzionari”, il cardine intorno al quale ruota l’intera campagna di moralizzazione in corso, come ha ribadito Xi Jinping nel suo discorso introduttivo ai lavori della Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare riunitasi a Pechino il 12-13 gennaio 2015. Le implicazioni politiche connesse con le attività degli IC sono state rese esplicite in diverse occasioni dallo stesso Xi Jinping e ribadite anche di recente da Liu Yandong alla conferenza mondiale dello Hanban tenutasi a Xiamen il 7-8 dicembre 2014.

 

 

 

A differenza dei loro omologhi europei e asiatici, gli IC non sono strutture indipendenti, ma il risultato di un consorzio tra due università, entrambe finanziate dallo Hanban, una cinese e una non cinese. Ed è all’interno di quest’ultima che hanno spesso la loro sede istituzionale. La loro gestione è affidata a due Direttori, uno nominato dall’università ospitante, l’altro dallo Hanban. I Direttori cinesi devono rendere conto con regolarità del loro operato allo Hanban e alla propria Ambasciata di riferimento. Grazie a questa loro peculiarità, che li rende unici nel panorama mondiale dell’offerta culturale extra-universitaria, gli IC si trovano a operare all’interno delle istituzioni accademiche, quasi fossero centri di ricerca universitari, senza però averne i requisiti. Come si evince dai discorsi di Liu Yandong e di Xu Lin i compiti affidati allo Hanban sono molteplici: formare e selezionare i propri docenti, che devono seguire i modelli d’insegnamento e le direttive dello Hanban, con cui devono relazionarsi e a cui devono fare rapporto con regolarità; predisporre e/o finanziare i manuali di studio, che devono corrispondere all’immagine della Cina che il Partito ritiene debba essere trasmessa all’estero; proporre iniziative culturali e finanziare solo quelle congrue con le proprie politiche culturali; interagire con i programmi e le attività accademiche delle università consorziate, con il rischio di creare interferenze anche significative (come accade, ad esempio, all’Università di Firenze – Poco dopo la pubblicazione di questo articolo l’Istituto Confucio di Firenze ha oscurato la pagina del proprio sito web che pubblicizzava i corsi di lingua organizzati per l’Università degli Studi di Firenze e tenuti da docenti dell’Istituto. Quella che vedete cliccando “Università di Firenze” è dunque una copia in pdf che l’autore aveva fatto prima della pubblicazione dell’articolo e che, in seguito all’oscuramento della pagina web, ha chiesto alla redazione di Cinaforum di inserire, onde evitare che le sue affermazioni non fossero documentabili – nota della redazione).

), “progredendo dalla formazione linguistica allo scambio culturale, alla cooperazione scientifica e tecnologica e ai servizi di consulenza, e dalla semplice comunicazione agli studi avanzati in ambito sinologico e di area, fino a comprendere la traduzione dei classici.”

 

 

 

L’aspirazione è quella di “generare un contingente di giovani sinologi e docenti preparati”, grazie anche all’aiuto fornito dal Confucius China Studies Program, emanazione anch’esso dello Hanban, che offre borse di studio in prevalenza dottorali e post-dottorali indipendentemente dai sistemi interuniversitari e intergovernativi che potrebbero, in prospettiva, venire depotenziati o persino abbandonati, rendendo quello dello Hanban il canale privilegiato, se non l’unico, di accesso ai centri universitari cinesi non solo per giovani aspiranti sinologi ma anche per studiosi e ricercatori. Che vi sia l’intenzione di integrarsi sempre di più con il mondo accademico del paese ospitante è stato ribadito con forza da Liu Yandong nel suo intervento a Xiamen ed è auspicato anche da alcuni Direttori non cinesi; resta ancora da mettere a fuoco, almeno da parte non cinese, quale potrebbe o dovrebbe essere la profondità di tale innesto nel tessuto accademico del paese ospitante e quali le implicazioni a lungo termine. Vista la posta in gioco, sarebbe forse opportuno valutare il fenomeno in una prospettiva temporale più ampia e a tutto campo, non limitandosi a considerare semplicemente i vantaggi immediati e/o particolaristici.

 

 

 

Data questa situazione non deve stupire se fin dalla loro creazione gli IC siano stati al centro di polemiche, talvolta aspre, a causa della loro natura tutt’altro che indipendente e apolitica, degli obiettivi non sempre trasparenti e delle limitazioni imposte su alcuni temi delicati. Sono stati accusati di essere centri di propaganda politica, o di controllo dei cinesi all’estero, o persino agenzie di intelligence. Per salvaguardare la propria libertà di pensiero e di azione alcune importanti università americane, europee e australiane, pur interessate agli studi sulla Cina, hanno rifiutato di attivare degli IC al loro interno, altre ne hanno imposta la chiusura dopo un primo periodo di attività. Posizioni che non possono essere sottovalutate o ignorate.

 

 

 

Un aspetto critico è rappresentato dal fatto che gli IC più attivi e i Rettori, Vice-Rettori o Direttori più zelanti ottengono riconoscimenti, premi, finanziamenti aggiuntivi, facilitazioni, inviti a recarsi in Cina a spese dello Hanban, accrediti presso istituzioni cinesi, ecc. Questi benefit possono porre il professore universitario in una posizione conflittuale con la sua attività e/o con l’istituzione a cui appartiene: primeggiare nel soddisfare le aspettative dello Hanban non significa, infatti, automaticamente svolgere in modo indipendente il proprio lavoro di ricercatori e di docenti universitari. Ovviamente la varietà delle situazioni, delle finalità e delle sensibilità di coloro che gestiscono gli IC può fare la differenza, ed è questo che rende diverso, nei fatti, un IC dall’altro. C’è anche chi considera normale ricambiare tali attenzioni conferendo, ad esempio, riconoscimenti accademici alla Direttrice dello Hanban, come lauree honoris causa o premi prestigiosi, di cui evidentemente Xu Lin ha bisogno per rafforzare la propria posizione personale e istituzionale, in particolare dopo le posizioni polemiche assunte dalle associazioni accademiche canadesi e americane e da importanti università di mezzo mondo, e soprattutto dopo il cosiddetto “incidente di Braga”, che ha visto Xu Lin al centro di un processo mediatico senza precedenti (culminato nell’ormai celebre intervista rilasciata alla BBC), essendosi resa protagonista di un atto di grave arroganza, prontamente denunciato come un’inaccettabile violazione della libertà accademica, che ha suscitato l’indignazione di centinaia di professori universitari.

 

 

 

Ebbene, in occasione della conferenza di Xiamen, otto IC che avevano conferito di recente una laurea honoris causa o un premio internazionale a Xu Lin sono stati premiati come i migliori IC dell’anno (in un caso è stato premiato il Direttore). Un loop autoreferenziale imbarazzante, che non contribuisce certo a creare quell’immagine di autonomia, trasparenza e rigore intellettuale che sarebbe auspicabile.
Cos’ha portato a questa situazione? Attratte dai generosi finanziamenti concessi, che in genere oscillano da centomila euro annuali a svariati milioni, numerose università hanno accettato di buon grado le condizioni imposte, allettate dai molti aspetti positivi, che indubbiamente ci sono (borse di studio per studenti e ricercatori, finanziamenti per attività accademiche varie, ecc.), ritenendo effetti collaterali minori, e quindi accettabili, sia la presenza di un’organizzazione straniera all’interno della propria università, sia i vincoli imposti alle proprie attività e le limitazioni determinate da atteggiamenti di accondiscendenza e di autocensura preventiva denunciati da più parti e sintetizzati dal professor Perry Link in un’esemplare relazione presentata al U.S. House Commitee on Foreign Affairs.

 

 

In altre parole si è ignorato o quanto meno sottovalutato il carattere intrusivo del progetto cinese, che è difficilmente compatibile con un sistema universitario indipendente e i cui effetti devono essere valutati sulla media e lunga distanza e non sull’impatto immediato.
Dopo un decennio all’insegna dell’espansione, si è ora entrati in una nuova fase, durante la quale lo Hanban intende introdurre, in modo graduale, una serie di misure volte a favorire la diffusione di modelli tendenti all’omologazione. Stando alle linee programmatiche indicate da Liu Yundong, le attività degli IC dovranno infatti rispondere a modelli di riferimento sempre più uniformi, individuati per ogni area geografica, che tutti saranno tenuti a seguire, pena la riduzione dei finanziamenti o la chiusura. Sarà incentivata la creazione di corsi e master per futuri insegnanti, in palese concorrenza con le università presso le quali gli IC sono incardinati. Le iniziative sul fronte della didattica non riguarderanno solo i libri di testo e i metodi d’insegnamento, verrà introdotto un sistema di certificazione attestante il livello di preparazione dei docenti, che nel tempo inciderà sulla selezione del personale insegnante, non solo cinese, che opererà nelle scuole e persino nelle università.

 

 

In una struttura accademica caratterizzata da un sistema di reclutamento “fragile e opaco” come quello italiano i rischi di creare canali paralleli e/o alternativi a quelli istituzionali sono evidenti, vista l’impossibilità di tenere distinti, alla lunga, gli ambiti accademici da quelli degli IC. Per molti giovani gli IC rappresenteranno un trampolino di lancio, l’occasione per mettere in evidenza le proprie doti e capacità, più sul fronte della didattica e dell’organizzazione di eventi che sul campo della ricerca, la cui qualità potrebbe venire sacrificata in favore di un maggior impegno su attività che con la ricerca hanno ben poco a che vedere. Inoltre, per avviare forme di finanziamento extra-governativo si stanno costituendo Associazioni di Alumni locali e se ne organizzerà probabilmente una centrale, sulla falsariga di quelle universitarie, che potranno servire anche come punto di raccordo identitario.

 

 

Cosa fare? È evidente che lo status attuale degli IC pone questioni rilevanti e alimenta diffidenze e reazioni che non favoriranno la diffusione di un’immagine positiva della Cina, tantomeno quell’integrazione culturale tanto auspicata dalle autorità cinesi. L’attuale “stretta” sulle attività intellettuali che sta avvenendo in Cina non facilita di certo il dialogo. Dovrebbe perciò essere interesse di tutti coloro che lavorano per promuovere la diffusione della lingua e della cultura cinesi contribuire a fare introdurre per tempo dei correttivi che modifichino le anomalie esistenti.

 

 

Rettori e Direttori hanno una grande responsabilità in questo senso, soprattutto quelli più a contatto con gli organi direttivi dello Hanban: se si facessero promotori di un progetto comune di ampio respiro, meno dipendente dai finanziamenti e dai privilegi particolaristici e più rispettoso dell’autonomia e della libertà accademica, in grado di rendere meno invasiva la presenza degli IC all’interno delle università, forse allora le autorità cinesi comprenderebbero la necessità strategica di superare le resistenze che l’incardinamento degli IC negli atenei può provocare, e sarebbero più disponibili a cooperare sulla base di soluzioni meno intrusive ma sicuramente più proficue per tutti, già sperimentate in maniera forse troppo blanda in alcune università. Solo così si eliminerebbe il rischio di confondere la cultura con la propaganda e gli IC da “strumenti obsoleti” – come li ha definiti la Vice-Rettrice dell’Università di Stoccolma Astrid Söderbergh Widding a commento della decisione di chiudere l’IC della sua Università, il primo ad essere costituito in Europa – potranno diventare il fiore all’occhiello di un’autentica ed efficace politica di soft power.

 

¹ In realtà il fenomeno andrebbe analizzato nel contesto ancor più ampio della nuova politica di espansione promossa da Xi Jinping, volta a rafforzare la presenza della Cina sullo scacchiere internazionale e a creare un’alternativa credibile al potere egemonico degli Stati Uniti, non solo nell’area Asia-Pacifico, ma a livello globale.

² Si sa per certo solo che il Rettore dell’Università di Bologna, professor Ivano Dionigi, fa parte del Consiglio (al secondo mandato), avendo lui stesso divulgato tale informazione a mezzo stampa. Per il resto girano solo indiscrezioni.

³ Marshall Sahlins, China U: Confucius Institutes censor political discussions and restrain the free exchange of ideas. Why, then, do American universities sponsor them?, «The Nation», 29/10/2013 (print issue 18/11/2013).

 

 

Maurizio Scarpari ha insegnato Lingua cinese classica dal 1977 al 2011 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha ricoperto diverse cariche accademiche, tra le quali quelle di Prorettore Vicario e di Direttore del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale.

www.maurizioscarpari.com 

 

 

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