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I Confucio, la crisi globale e l’importanza dei caratteri non semplificati




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L’immaginazione di chi critica il crescente potere politico ed economico della Cina è stata di recente catturata dagli Istituti Confucio (IC). Il timore è che i docenti degli Istituti influenzino eccessivamente la nuova generazione di studenti di lingua e cultura cinese. Oltre a lavorare sodo per insegnare agli stranieri una lingua estremamente difficile, questi giovani insegnanti non hanno mai messo in discussione l’egemonia del Partito comunista cinese (PCC), né sono mai stati coinvolti in organizzazioni “sovversive”, come Falungong. Il loro entusiasmo nell’insegnare il mandarino (da notare: i caratteri tradizionali non sono permessi!) si accompagna a un’interpretazione della Cina del genere “Kung Fu Panda”: un grande orso di peluche, docile ma intelligente, che alla fine sorprenderà tutti con le sue abilità superiori.

 

 

Se solo le idee occidentali borghesi cominciano a inquinare questi docenti “moralmente e politicamente corretti”, sono i condirettori a quel punto a intervenire, membri del PCC dell’università cinese partner di cui molti IC dispongono. Il grande fratello, o la grande sorella, ci sta osservando!
I critici dunque temono che questa nuova generazione di studenti sarà convinta che: 1) la crisi di Tiananmen del 4 giugno sia stata una ribellione; 2) le forze delle Nazioni Unite coinvolte nelle azioni di pubblica sicurezza in Corea fossero forze imperialiste; 3) la Cina garantisce la libertà di pratica religiosa a tutti i suoi cittadini; e che 4) i rapporti tra Cina e Tibet, Taiwan, Xinjiang, così come la sovranità sull’arcipelago della Diaoyu (Senkaku per il Giappone, ndt), e sulle isole Nansha e Xisha, siano una questione interna cinese.

 

“Laddove c’è fumo, è importante essere sicuri che non ci sia un incendio”. La stampa sente il dovere di continuare a scrivere sul perché le unioni accademiche canadesi e statunitensi stiano criticando gli IC. Perché il sistema scolastico di Toronto non ha accettato la creazione di Aule Confucio? Perché molte università, inclusa l’Università di Chicago, l’Università Statale della Pennsylvania, l’Università di Stoccolma, e molte università canadesi hanno chiuso il loro IC?
È importante che il Prof. Marshall Sahlins abbia registrato ogni abuso, che elenca nel suo recente lavoro Confucius Institutes: academic malware (Chicago, IL: Prickly Paradigm Press, 2014). Ed è importante che Chris Smith, rappresentante dello stato del New Jersey, abbia promosso delle audizioni al Congresso sugli IC di 97 istituzioni accademiche e su 357 Aule Confucio. Questa vigilanza è dovuta, costituisce una garanzia, quando si ha a che fare con l’educazione della prossima generazione di studenti.

 

Detto ciò, i timori di una nuova quinta colonna sono giustificati? Forse no. Mentre gli stranieri che visitano la Cina sono facilmente influenzabili dall’enormità del paese, dalla sua storia e dal suo percorso di modernizzazione, gli studenti che vivono e studiano in Cina possono far tesoro dell’educazione ricevuta dagli IC per perfezionare le loro competenze linguistiche, e per adottare una prospettiva più equilibrata sui diversi aspetti della realtà cinese. Inoltre auspichiamo che questi giovani, durante i loro percorsi accademici, avranno l’opportunità di iscriversi a insegnamenti sulla Cina tenuti da accademici qualificati, che adotteranno una prospettiva più sofisticata per interpretare la realtà cinese.

 

Dal mio punto di vista – quello di un accademico statunitense – temo che i generosi fondi degli IC permettano alle università di continuare a trascurare le discipline relative a lingue e aree considerate distanti (come il cinese, il giapponese e il coreano).

 

Nel corso degli ultimi dieci anni (dal 2004 a oggi), 475 IC e 851 Aule Confucio distribuiti in 126 paesi hanno formato 3,45 milioni di studenti. Il dato è formidabile, se crediamo alle statistiche elaborate da Pechino. Alcune università statunitensi hanno già programmi di lingua e cultura cinese ben concepiti, e molte tra queste continuano a competere per ottenere i fondi dello U.S. National Defense Act del 1958.

Queste istituzioni sono attratte dall’abilità degli IC nell’elaborare programmi di lungo termine e partnership accademiche con prestigiose istituzioni educative cinesi. Entrambe le università partner possono sviluppare ulteriori scambi, nonché fondare realtà satellite che producano profitti.
Ci sono invece altre università che hanno programmi di studio sulla Cina ridotti, o ne sono del tutto prive. Con quei 100-200,000 dollari garantiti annualmente per cinque anni, gli IC forniscono a università sempre a caccia di fondi la possibilità di avviare un programma di studi sulla Cina, opportunità formative che le autorità accademiche possono spendersi per attrarre potenziali studenti. Nel corso degli anni, molte di queste università hanno investito nello sviluppo di curricula di alta qualità sulle lingue, le letterature e le culture occidentali. La maggioranza di queste istituzioni non dispone dei fondi necessari per sviluppare programmi di studio relativi alle lingue più difficili, come l’arabo, il cinese, lo hindi o il giapponese.

 

 

Questo è il risultato dell’operato della burocrazia e del pregiudizio culturale. Per decenni le università si sono concentrate sullo sviluppo dello studio del greco antico e del latino, delle lingue romanze, di quelle germaniche e del russo, per comprendere la storia, la filosofia, la scienza e la cultura occidentali. Con il calo delle immatricolazioni e la crisi finanziaria incombente, i presidi di facoltà e i dipartimenti fanno fatica a valutare le richieste degli studenti e le necessità del paese di avere studiosi formatisi in studi di lingue diverse. Sono invece più portati a sostituire le vecchie posizioni di tenure track in lingue, con nuovi contratti tenure track negli stessi studi, continuando ad avvalersi di docenti part-time, con background diversi, per i corsi di altre lingue e culture. Queste istituzioni non hanno la capacità delle grandi università di competere per ottenere i fondi governativi, anche perché il governo degli Stati Uniti non ha programmi di supporto economico per gli studi di lingue non tradizionali rivolti nello specifico alle istituzioni di secondo e terzo livello.
Da qui il paradosso. Il processo di globalizzazione e la sempre maggiore competizione nel mondo del lavoro hanno fatto sì che le università si rendessero conto della necessità di offrire corsi di studio su lingue diverse. Nello stesso tempo, le autorità accademiche sono vincolate dalla mancanza di fondi e da ostacoli burocratici, e non sono sensibili rispetto agli studi di altre lingue e culture. Per esempio, per quanto riguarda la lingua cinese, non si rendono conto di quanto sia importante imparare sia i caratteri semplificati che quelli tradizionali. Tante università sono riluttanti a “uccidere l’oca che ha deposto l’uovo d’oro” e permettono addirittura agli IC di gestire programmi universitari con una supervisione minima. È così che gli IC aiutano a perpetuare il pregiudizio accademico contro lo studio di lingue non tradizionali, e che si permette a istituzioni accademiche straniere di continuare a promuovere la mediocrità, non l’eccellenza.

 

 

Lawrence C. Reardon è research associate presso lo Harvard University’s Fairbank Center, e professore associato di Scienze Politiche presso la University of New Hampshire, nonché coordinatore per gli Asian studies nella stessa università

 

 

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