America

America first più pericolosa
della Cina per la R&D Usa




Künstliche Spinnennetze / Artificial spiders’ webs, BASF – We create chemistry

 

Nel marzo scorso, Apple ha annunciato la sua intenzione di istituire due nuovi centri di ricerca e sviluppo (R&D) in Cina, oltre ai due già previsti dall’anno precedente. In questo modo, Apple entra a far parte di quel folto gruppo di aziende hi-tech statunitensi che, negli ultimi due decenni, hanno stabilito una loro presenza di R&D in Cina, tra le quali Microsoft, Google, Oracle e Intel.

 

Gli americani sono molto preoccupati per la delocalizzazione in Cina di lavori legati alla manifattura e Donald Trump per farsi eleggere presidente ha sfruttato proprio questa paura. Dunque gli Stati Uniti stanno per diventare dipendenti dalla Cina anche per quanto riguarda ricerca e sviluppo?
La risposta è “no”, per diversi motivi.

 

Prima di tutto, anche se la R&D delle compagnie statunitensi si sta globalizzando, lo sta facendo molto lentamente. Ad esempio, tra il 2000 e il 2010, la porzione di R&D aziendale condotta all’interno degli Stati Uniti è scesa dall’88% all’84%. La gradualità di questo cambiamento è il risultato di una quantità di vincoli, tra i quali: la complessità di gestione di reti di R&D globali; il radicamento delle multinazionali nei loro paesi d’origine; l’infrastruttura locale e il livello di protezione della proprietà intellettuale che la R&D più importante richiede.

 

Secondo, le aziende statunitensi fanno R&D in molti paesi del mondo, e la Cina occupa ancora una posizione in fondo a questa lista. Nel 2013, erano bel otto i paesi (anzitutto la Germania e il Regno Unito) nei quali le compagnie Usa spendevano in R&D più che in Cina.

Certamente dato un dollaro speso in R&D, questo verrà sfruttato meglio in un paese piuttosto che in un altro. Se la Cina fosse particolarmente economica, ciò implicherebbe che il dato succitato sottovaluterebbe la sua importanza. Ma la Cina non è economica. Qualche anno fa, una ricerca rilevò che il personale di livello inferiore impiegato nella R&D in Cina costava dal 25% al 30% in meno che in Europa e negli Stati Uniti, che i manager di livello medio avevano stipendi simili, mentre i senior manager in Cina potevano essere pagati dal 20% al 25% in più, a causa della scarsità di offerta.

Hi-tech, la rimonta a ostacoli di Pechino nell’era Trump →

 

Né gli Stati Uniti sono dipendenti dalla Cina come fonte di accordi di collaborazione tra aziende e altri enti che si occupano di ricerca. Dal 2000 al 2014, gli Stati Uniti hanno sottoscritto 2.259 alleanze di R&D, 1.296 delle quali comprendevano partner stranieri, secondo il Thomas Reuters Platinum SDC database. Di queste ultime, la metà sono state siglate con paesi occidentali, e solo il 7% con la Cina.

 

Terzo, la Cina non è esattamente il paese ideale per ospitare la R&D di aziende multinazionali tecnologiche. Un recente studio ha rivelato che l’80% delle compagnie statunitensi che lavorano in Cina sono preoccupate per i dati e le politiche sulla sicurezza IT. Questi timori non riguardano soltanto la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, anche se quest’ultima è senz’altro un’importante fonte di ansia. Ci sono anche serie preoccupazioni sulla qualità dei servizi internet in Cina, sulla disponibilità di soluzioni IT globali, sulle restrizioni al flusso transnazionale di dati, su quelle all’utilizzo di virtual private network (VPN).

 

Quarto punto, la R&D condotta all’estero spesso completa il lavoro svolto in patria, ma non lo sostituisce. Le aziende che fanno R&D all’estero possono provare a sfruttare le competenze che non sono ancora disponibili nei loro paesi, o possono provare ad adattare prodotti destinati ai mercati stranieri nel tentativo di promuovere le vendite in patria. Ma un simile espediente può rendere un prodotto meno avanzato. Ad esempio, un’azienda globale di energia solare in Cina ha ridisegnato il suo riduttore affinché costasse di meno, ma nel fare ciò ne ha ridotto della metà la robustezza del prodotto.

 

Insomma, anche se la Cina attrae sempre più attività di R&D dall’estero, Pechino in questo campo non è ancora diventata un partner essenziale per gli Stati Uniti.

 

Ciò non significa che non bisogna curarsi dei progressi della Cina. Gli Stati Uniti si trovano di fronte a una vera sfida nel sostenere la loro leadership scientifica e tecnologica, ma i pericoli arrivano dall’interno. La proposta dell’amministrazione Trump di tagliare i fondi per la ricerca scientifica – inclusa una riduzione del 18% per gli Istituti Nazionali per la Sanità – ignora decenni di sostegno bipartisan alla ricerca scientifica di base negli Stati Uniti.

 

Anche il sentimento anti-immigrazione mette a repentaglio la leadership scientifica statunitense. In questo campo da tempo gli Stati Uniti sono un magnete per i maggiori talenti internazionali. Nel 2013, gli individui nati all’estero costituivano 42% dei lavoratori degli Stati Uniti nelle professioni scientifiche e ingegneristiche in possesso di dottorato. Più gli Stati Uniti saranno percepiti come inospitali nei confronti degli immigrati, più questo considerevole flusso di capitale umano sarà messo in pericolo.
Per mantenere la sua leadership tecnologica, gli Stati Uniti dovrebbero preoccuparsi meno dei lavori hi-tech che si spostano in Cina e fare molta più attenzione a non tirarsi la zappa sui piedi.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Andrew Kennedy è Senior Lecturer di Policy and Governance presso la Crawford School of Public Policy della The Australian National University



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