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Il razzismo che è in noi
e la pericolosa paura
dell’ascesa della Cina

“Cazzo di cinese (…) ti spezzo le gambe. Ti sparo in testa brutta cinese di merda: PAM!”, indice e medio tesi a mimare la pistola, puntati alla nuca di un’anziana immigrata colpevole di aver chiesto informazioni sul prezzo delle acque minerali in una lingua a lui incomprensibile. Il video del gesto razzista di cui si è reso protagonista il dipendente di un supermercato di Monza sta rimbalzando sul web dall’Italia alla Cina suscitando un’infinità di reazioni.

 

Da noi chi commenta online generalmente stigmatizza il comportamento di una singola “mela marcia”, oppure tira in ballo il governo giallo-bruno che alimenta la xenofobia. In Cina invece quella parte di popolo che ormai si sente “ricca e forte” non riesce a capire perché – in piena “Nuova era” di Xi Jinping – all’estero venga ancora trattata come nell’Hong Kong coloniale, dove nei parchi pubblici era vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi. Mentre Michele Mao, il nipote della signora ripresa nel filmato, è convinto che “l’atto maleducato di pochi individui non rappresenti in alcun modo la cultura italiana, che personalmente ho sempre trovato gentile ed ospitale”.

 

Quello di Monza non è un episodio isolato.

 

Il commesso italiano protagonista dell’atto di razzismo anti-cinese – come l’impiegato italiano della catena di ristoranti Rossopomodoro immortalato nei giorni scorsi mentre spruzzava deodorante su camerieri neri – ha uno stipendio e tutele che i suoi colleghi “extracomunitari” manco si sognano. Pure la signora italiana, anche lei finita su YouTube, nell’atto di insultare e prendere a schiaffi una donna velata su un bus di Milano, appartiene alla stessa categoria: è gente “perbene”, il loro razzismo non è frutto di rabbia sociale, è inscritto nella nostra cultura di bianchi europei.

 

Il filosofo liberale Herbert Spencer scriveva nel 1850 a proposito dell’imperialismo britannico che “le forze che stanno elaborando il grande schema della felicità perfetta, non tenendo conto della sofferenza incidentale sterminano quei settori del genere umano che intralciano la loro strada… Siano esseri umani oppure bestie, l’ostacolo deve essere rimosso”.

 

Prima che il nazismo (col massacro di circa sei milioni di ebrei durante la Seconda guerra mondiale) ne guadagnasse il copyright, il genocidio per mano europea col presupposto di una nostra presunta “superiorità razziale” aveva già secoli di storia, e all’attivo il massacro di una quantità di genti, tra le quali intere popolazioni africane nella seconda metà dell’Ottocento.

 

Non avendo mai fatto i conti con le nostre responsabilità, siamo tuttora imbevuti di una ideologia che ci vuole al centro del mondo e che guarda al diverso con sospetto e ostilità. L’attuale ricoperta del mito della nazione e la diffusione della xenofobia in Occidente non sono casuali.

 

E i cinesi, cosa c’entrano?

 

Una certa propaganda (alla quale, a onor del vero, lo scaltro ministro Salvini non partecipa) vede l’ordine (sic!) liberale minacciato – in Europa e negli Stati Uniti – dal regime autoritario della Cina.
Gli stessi settori politici e industriali (in Germania, Italia, Francia) responsabili dell’ultimo decennio di gestione anti-popolare della crisi in Europa che, per ora, ufficialmente non prendono posizione, potrebbero essere indotti ad allinearsi ai nazionalisti dell’Amministrazione Trump.
La bancarotta di queste élite potrebbe spingerle ad addossare la colpa dell’ultima crisi di un sistema sempre più evidentemente insostenibile – nonché quella del proprio personale fallimento – su chi il capitalismo ha imparato a farlo funzionare un po’ meglio, nella versione di quel “socialismo con caratteristiche cinesi” del quale hanno per decenni annunciato il crollo, per sentirne infine il fiato sul collo.

 

Se passa il messaggio che la causa del declino occidentale è la Cina, oggi il nuovo nemico può diventare il cinese, con tutte le iperboli e le mistificazioni pronte a essere appiccicate addosso a un popolo tanto numeroso, con una cultura così aliena e complessa, e, soprattutto, determinato (sotto la guida del Partito comunista cinese, come la propaganda di Pechino non manca mai di ricordare) a riprendersi con gli interessi il maltolto durante il “secolo dell’umiliazione” (1839-1949), quando gli europei drogarono e saccheggiarono anche le sue terre.

 

Oggi la Cina (il suo popolo) rischia di essere disumanizzata, da chi pretende, ignorandone la cultura millenaria, che si adegui sic et simpliciter alle nostre regole; da chi vede in quel Paese soltanto opportunità di business; e da chi dovesse prendersi la responsabilità di scatenarle contro una nuova Guerra fredda – la risposta più sbagliata e pericolosa alla miriade di tensioni e timori suscitati dall’ascesa di una grande nazione.