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“L’ingresso in Poste? Un tassello nella strategia globale di Pechino”

cinaforum

Europe, Charles Clegg

 

Se nei prossimi giorni – in attesa della IPO attraverso la quale, probabilmente il 12 ottobre prossimo, dovrebbe essere privatizzato circa il 40% di Poste italiane – verrà ufficializzata la candidatura cinese all’acquisto di una quota tra il 2% e il 5% della società guidata dall’ad Francesco Caio (come anticipato domenica 27 settembre da Il Sole 24 Ore), la mossa dei cinesi rappresenterà soltanto l’ultimo ingresso in una serie di importanti aziende italiane delle quali i fondi sovrani di Pechino hanno rilevato quote intorno al 2%. Per capire il significato di questa e altre operazioni, effettuate da Pechino tramite i suoi fondi sovrani, abbiamo intervistato la professoressa Marisa Siddivò, docente di “Riforme economiche nella Cina contemporanea” e di “Strategie di sviluppo della Cina” all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

 

Professoressa Siddivò, dopo l’ingresso in Eni, Enel, FCA e in una serie di altre grandi aziende italiane – sempre con quote attorno al 2% – i cinesi si preparano ad acquistare tra il 2% e il 5% di Poste italiane, in occasione della IPO del prossimo 12 ottobre. Che significato hanno per Pechino questi investimenti nel nostro paese?

Si tratta di investimenti finanziari che mirano a sostenere quelli industriali. Fino a qualche anno fa si riteneva che questi investimenti fossero determinati soprattutto dalla necessità di modificare la composizione – tutta incentrata sui buoni del tesoro Usa e quindi sul dollaro statunitense – delle riserve di valuta estera della Cina. Ritengo che questa come unica motivazione degli investimenti cinesi in Europa e in Italia non regga più, anche in considerazione della attuale debolezza dell’Europa agli occhi dei cinesi. Vista da Pechino l’Unione europea si è infatti fortemente indebolita a causa del susseguirsi di una serie di eventi: prima la crisi economica del Vecchio continente, poi quella greca in particolare, poi ancora l’incapacità dell’Ue di assumere una posizione comune su conflitti come quello siriano, e infine l’emergenza legata all’immigrazione massiccia di profughi. In questo momento quindi non ritengo che Pechino sia orientata a investire prevalentemente per diversificare le riserve, ma piuttosto per sostenere una strategia più ampia di diversificazione, sia dal punto di vista dei paesi destinatari sia dei settori industriali/merceologici. Una strategia lanciata già da qualche anno. Non a caso la presenza della Cina in Africa si sta contraendo e, parallelamente, si sta espandendo in Europa e in Russia.

 

Come si muovono i fondi sovrani e i grandi investitori cinesi in questa fase della crisi globale?

Seguendo una strategia molto strutturata. I fondi sovrani cinesi che, fino a qualche anno fa, avremmo potuto definire come relativamente “autonomi” dal governo, perché avevano un certo grado di autonomia sui mercati internazionali, ora sono stati in qualche modo incanalati da una regia governativa, con l’obiettivo di sostenere la “One Belt, One Road”, cioè le due nuove vie della Seta, quella Marittima e la via della Seta del XXI secolo. La via della Seta del XXI secolo, passando dalla regione del Xinjiang e attraverso le repubbliche centroasiatiche, la Russia e i paesi dell’Europa dell’est, arriva fino a Venezia, punto di approdo di entrambi i progetti. Penso che questo impegno dei fondi sovrani in Europa sia collegato a questa strategia complessiva di investimenti in più settori, in più ambiti, che riguarda il Vecchio continente. La Cina sta attraversando oggettivamente una “crisi” economica, una fase di contrazione, di notevole raffreddamento della crescita economica. E quando questo paese si trova in difficoltà, tende a ricompattare le fila: negli anni scorsi abbiamo assistito a un comportamento più autonomo delle grandi imprese di Stato o dei fondi sovrani – cioè dei diversi attori delle politiche di internazionalizzazione della Cina -, ma ho la sensazione che ora sia arrivato il momento del loro “ricompattamento” intorno alle due vie della Seta, un progetto enorme e non facilmente realizzabile.

 

fonte: Il Sole 24 Ore

 

L’amministratore delegato di Bank of China, Chen Siqing, in una recente intervista a Il Sole 24 Ore ha parlato del sostegno del suo istituto di credito alle PMI italiane. Qual è l’interesse dei cinesi per queste aziende?

Già nel 2013 la agenzia di consulenza Rhodium pubblicò un rapporto che evidenziò come gli investimenti cinesi in Europa – e soprattutto quelli in Germania e in Italia, i due grandi paesi manifatturieri del Vecchio continente – siano determinati da un obiettivo principale, ovvero acquisire competenze nelle fasi cosiddette “a monte” e “a valle” della filiera produttiva, quelle in cui la Cina resta tuttora debole: nelle cosiddette “catene di valore globale” i cinesi occupano infatti ancora la parte centrale, quella della manifattura propriamente detta o dell’assemblaggio, mentre hanno gravi carenze (come recentemente denunciato dal ministro dell’Industria di Pechino) nelle fasi “a monte” (design, progettazione) e in quelle “a valle” (marketing). Siccome non sono ancora riusciti a ottenere una posizione di rilievo all’interno delle filiere di produzione globali, le acquisizioni che stanno facendo in Europa servono prevalentemente a imparare la fase che precede la manifattura delle merci e quella che segue l’uscita del prodotto dalla fabbrica. Farmaceutica, yacht, tessile, packaging… non c’è un settore che interessi loro più di un altro, sono le fasi dell’intera filiera di produzione che gli mancano ad attirarli. E, a partire da questa necessità, si muovono dove trovano le condizioni migliori.

 

Ma il rallentamento della crescita cinese non rischia di frenare gli investimenti di Pechino all’estero?

In Cina negli ultimi anni è in corso un dibattito molto intenso sul tasso di fallimento degli investimenti cinesi all’estero. Noi guardiamo solo ai casi di successo all’interno della crescita degli investimenti cinesi all’estero, ma questi successi sono il risultato di moltissimi fallimenti, che non arrivano sulle pagine dei nostri giornali. Le agenzie internazionali però hanno evidenziato come il tasso di fallimento sia tra i più alti del mondo (addirittura il 70%-80% in alcuni settori come quello energetico e delle risorse naturali). Ho l’impressione che di fronte a questa presa di coscienza (i cinesi hanno iniziato a confrontarsi con questi dati solo recentemente, a partire dal 2013) ci sia una necessità da parte del governo di seguire più da vicino il comportamento dei suoi fondi all’estero, anche perché nel paese si incomincia a denunciare uno spreco di risorse. Teniamo presente che la seconda economia del mondo ha però ancora un reddito pro capite molto basso e non ha ancora realizzato una riforma sanitaria e pensionistica degna di questo nome e quindi avrebbe ancora bisogno di capitali nel paese per provare a diventare un paese sviluppato. La crisi, più che ridurre il numero degli investimenti all’estero, tenderà a una loro migliore selezione e allocazione: investimenti sempre più mirati a sostenere sia il processo di upgrading industriale all’interno del Paese, sia l’espansione all’estero lungo due direttrici degli investimenti (infrastrutturali e industriali), oltre agli aiuti destinati allo sviluppo.