Oltre la muraglia

Pechino-Pyongyang,
si fa presto a dire:
fermate Kim Jong-un




I

l vento che da Pechino soffia sull’intera penisola coreana è quanto mai carico di astio. Se inattesa è la dimensione che di giorno in giorno sta assumendo la rappresaglia commerciale cinese verso Seoul per l’installazione del sistema anti-missili THAAD (le prime componenti sono arrivate in Corea del Sud martedì scorso), meno sorprendente è l’ultima decisione adottata nei confronti di Pyongyang: il divieto alle importazioni di carbone nordcoreano fino al 31 dicembre 2017 che, come afferma il comunicato del Ministero del commercio, si inserisce nel quadro di attuazione della risoluzione 2321 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

 

A questo punto c’è da chiedersi se l’evidente frustrazione cinese nei confronti delle intemperanze del governo nordcoreano possa portare a un vero e proprio abbandono di Pyongyang. In realtà questa storica amicizia, cementata con la guerra di Corea (1950-1953), ha iniziato a incrinarsi non con l’amministrazione di Xi Jinping, bensì già ai tempi del riformismo post-maoista alla fine degli anni Settanta, quando le priorità dei tradizionali alleati iniziarono a divergere. È innegabile, tuttavia, che con l’avvento di Xi la frattura sia diventata visibile e che, alla luce degli ultimi avvenimenti, si delinei la seria ipotesi di uno scollamento tra i due principali regimi comunisti dell’area. L’annuncio relativo al divieto di importazioni di carbone nordcoreano, infatti, parrebbe segnare un cambiamento drastico nella politica di Pechino, storicamente restia ad attuare provvedimenti che potrebbero portare al collasso dell’economia nordcoreana e quindi mettere a repentaglio la stabilità del regime della famiglia Kim.

Dopo l'inasprimento delle sanzioni, i media di Pyongyang accusano un paese limitrofo che collabora con il nemico per far cadere il sistema sociale nordcoreano con metodi definiti volgari e spregevoli

Formalmente non si tratta di una restrizione ex novo, ma dell’estensione di quella già in vigore da mesi in ottemperanza alle disposizioni sulle importazioni di molti minerali – tra i quali appunto il carbone – contenute nella risoluzione 2270 del marzo 2016. Dal testo erano stati esclusi, proprio su insistenza cinese, i carichi considerati “di sussistenza” e quelli provenienti da paesi terzi che transitano per il porto nordcoreano di Rajin. Queste “scappatoie” sono confluite poi nella risoluzione 2321 del novembre 2016, la quale, in aggiunta, ha imposto un tetto annuo sui carichi di carbone in uscita dalla Corea del Nord pari a 400,9 milioni di dollari, l’equivalente di una riduzione del 60% delle esportazioni di Pyongyang. Data la quasi impossibilità di distinguere tra i proventi per il programma nucleare e balistico e quelli destinati al benessere della popolazione civile, queste eccezioni hanno permesso al carbone nordcoreano di continuare ad attraversare il confine, in enormi quantità: l’anno scorso la Cina ne ha importate 22,5 milioni di tonnellate (2 milioni nel solo mese di dicembre), un aumento del 14,5% rispetto al 2015. A seguito dell’embargo cinese, si stima che la perdita per il regime nordcoreano ammonterebbe a circa 2,6 miliardi di dollari, quasi la metà delle sue entrate di valuta estera.

 

La novità della mossa cinese sta quindi nella volontaria sospensione anche di queste eccezioni, al di là di quanto richiesto dal regime sanzionatorio multilaterale. Ciò ha scatenato da parte della Corea del Nord una risposta dai toni durissimi, solitamente riservati a Washington e Seoul, con l’accusa rivolta a Pechino di “ballare sulle note degli Stati Uniti”. Anche senza fare esplicito riferimento alla Cina, l’agenzia ufficiale di stampa KCNA ha parlato di un “paese limitrofo” che collabora con i nemici della Corea del Nord per “far cadere il suo sistema sociale” con metodi “volgari” e “spregevoli”. Non solo, ma secondo quanto riporta Radio Free Asia, dal 20 febbraio la Corea del Nord avrebbe sospeso le esportazioni di alcuni minerali rari verso la Cina in una mossa ritorsiva destinata, inevitabilmente, ad avere vita brevissima.

 

Dal canto suo, Pechino giustifica la misura segnalando di avere già raggiunto il tetto imposto dalla risoluzione 2321. Il Global Times in un editoriale ha sottolineato come la decisione dimostri la determinazione della comunità internazionale nell’interrompere il programma nucleare nordcoreano e che “l’amicizia della società cinese nei confronti del Nord rimane immutata”, aggiungendo che i cinesi sono “fermamente contrari alle fantasie politiche di Seoul contro Pyongyang”. Il riferimento è alla versione dei media sudcoreani e di molti analisti occidentali, secondo cui la Cina avrebbe punito la Corea del Nord per l’uccisione del fratellastro di Kim Jong Un in Malesia.

 

Il rapporto tra Cina e Corea del Nord sta chiaramente vivendo una delle fasi più difficili della sua storia, ma ulteriori elementi ridimensionerebbero, almeno dal punto di vista economico, la portata potenzialmente distruttiva dell’embargo cinese. Non solo in questo ambito le scelte di Pechino sono sempre influenzate dalle variazioni della domanda da parte delle sue imprese e dalla volontà delle autorità centrali di ridurre il consumo nazionale di carbone e le relative emissioni, ma alla prova dei fatti la Cina ha tradizionalmente attuato in maniera a dir poco flessibile e discrezionale le sanzioni conto Pyongyang. Proprio negli stessi giorni in cui veniva comunicato il divieto, Pechino negoziava con il riottoso vicino su svariati temi – dalla condivisione di energia elettrica nella valle del fiume Tumen alla costruzione di stabilimenti nella provincia cinese di Jilin per la lavorazione dei frutti di mare provenienti dalla Corea del Nord – a riprova che al confine la cooperazione economica continua e che per le attività delle piccole e medie imprese delle province cinesi nord-orientali è essenziale mantenere relazioni commerciali armoniose con i nordcoreani che le riforniscono di materie prime da trasformare. Ad essi si è poi aggiunto l’accordo, il primo di questo genere, per importare 4.000 tonnellate metriche di gas di petrolio liquefatto dalla Corea del Nord, che potrebbe diventare quindi una fonte supplementare di valuta estera per il governo di Pyongyang.

 

Sul piano diplomatico il destinatario del messaggio cinese è indubbiamente l’amministrazione Trump: Pechino sta facendo la sua parte, ora è tempo che gli Stati Uniti facciano la loro tornando a sedersi al tavolo dei negoziati. La posizione cinese da questo punto di vista quindi non cambia, come ricordato dal ministro degli Esteri Wang al segretario di Stato Tillerson nel loro primo faccia a faccia a margine del meeting dei ministri degli Esteri del G20, il giorno prima del comunicato del Ministero del commercio cinese. Washington continua ad esortare le autorità cinesi affinché utilizzino tutti gli strumenti disponibili per “moderare il comportamento destabilizzante della Corea del Nord” mentre Pechino sollecita la controparte a riaprire la strada del dialogo, in cui la Cina continuerà a svolgere il “ruolo del facilitatore”.

 



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