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“Pechino offre sostegno ai bombardamenti anti-Isis in Iraq”

 

La rivelazione arriva dal ministro degli esteri di Baghdad: la Cina ha offerto il suo sostegno per i bombardamenti aerei contro gli estremisti dell’Isis, la galassia di jihadisti sunniti che in Iraq hanno conquistato una fetta di territorio e alcune installazioni petrolifere.

Ibrahim Jafari ha raccontato al Financial Times che la clamorosa offerta gli è arrivata direttamente dal capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi, durante il vertice anti-terrorismo delle Nazioni unite svoltosi a New York nel settembre scorso.

Jafari ha spiegato al quotidiano finanziario che un eventuale supporto cinese ai raid anti-Isis avverrebbe al di fuori della coalizione internazionale costituita ad hoc dall’amministrazione statunitense. “Wang ha detto: la nostra politica non ci permette di prendere parte a coalizioni internazionali” ha raccontato a Tehran (dove all’inizio di questa settimana ha partecipato a una conferenza contro l’estremismo) il ministro degli esteri iracheno al Financial Times.

“Io ho accolto l’invito – prosegue il resoconto di Jafari – e gli ho risposto che siamo pronti a intrattenere rapporti con la coalizione e anche a cooperare con paesi che di questa coalizione non fanno parte”. Il capo della diplomazia di Baghdad ha spiegato al suo collega cinese che l’Iraq ha bisogno soprattutto di armi, perché molte di quelle fornite negli ultimi anni dagli statunitensi sono finite nelle mani dei jihadisti.

 

Il ministero della difesa di Pechino non ha commentato le affermazioni di Jafari, mentre il portavoce del ministero degli esteri, Hong Lei, ha dichiarato che “la Cina combatte il terrorismo e fornisce sostegno e assistenza all’Iraq – inclusa la sua regione kurda – secondo le sue modalità, e continueremo a farlo al meglio delle nostre possibilità”.

L’offerta cinese di assistenza all’Iraq nella campagna anti-Isis, se confermata, rappresenterebbe il caso più evidente di superamento del vecchio principio di non ingerenza negli affari degli altri Stati a cui si conforma la politica estera di Pechino. Più evidente sia del coinvolgimento in Sud Sudan (dove i militari cinesi agiscono all’interno di un mandato Onu), sia dell’impegno – non militare – nel processo di pace afghano.

 

Non solo, dati i collegamenti internazionali tra i gruppi jihadisti, un sostegno “in prima linea” alla campagna anti-Isis esporrebbe Pechino a “rappresaglie” all’interno del suo territorio, dove le autorità cinesi hanno già segnalato la presenza nella regione nord-occidentale del Xinjiang di gruppi di estremisti musulmani di etnia uigura “diretti dall’estero”.

 

Ma la Cina è ormai il principale investitore nel nuovo settore petrolifero iracheno uscito dalle macerie delle campagne militari dei Bush e, con l’avanzata dei jihadisti dello Stato islamico, rischia di perdere il lavoro svolto da Sinopec e China national petroleum corporation, due giganti di Stato del settore energetico.

Qualche giorno fa il Global Times aveva riferito che l’Isis ha smantellato attrezzature da una raffineria gestita dai cinesi nei pressi di Baiji per utilizzarle negli impianti di Mosul conquistati dai jihadisti.

 

12 dicembre 2014