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La Pechino del futuro?
Funzionale e disumana

migranti pechino

 

“Gli sfratti forzosi violano i diritti umani”, gridavano ieri le centinaia di persone scese in strada per manifestare contro le espulsioni di lavoratori migranti dal villaggio di Feijia, nell’immenso quartiere pechinese di Chaoyang. Il corteo di protesta – una rarità di questi tempi nella capitale politica della Cina – è partito nella mattinata, dopo che le autorità avevano avvertito che chiunque sia trovato sprovvisto di permesso di residenza sarà cacciato da Feijia, mentre le baracche costruite per dare alloggio ai poveri verranno demolite. Il 26 novembre scorso, i responsabili del villaggio avevano fatto sapere che il 15 dicembre prossimo agli “illegali” saranno staccate acqua ed elettricità.


Gli sfratti di Feijia si inquadrano in una campagna di 40 giorni promossa all’indomani dell’incendio di una fabbrica tessile che, il 18 novembre scorso, ha ucciso 19 persone nel distretto pechinese di Daxin. In seguito a quel tragico incidente erano state espulse dall’area decine di migliaia di persone ed erano state distrutte le loro catapecchie, botteghe e opifici.

Xinjian, un altro villaggio di abitazioni di fortuna – sempre a Daixin – nei giorni scorsi è stato interamente raso al suolo.

 

L’ultima ondata di demolizioni (in una metropoli nota per l’umanità dei suoi abitanti e la varietà della sua composizione sociale) ha suscitato un certo sdegno sui social media. Un centinaio di accademici ha sottoscritto un appello contro queste espulsioni in nome della “sicurezza”, e perfino i giornali governativi Global Times e Quotidiano del Popolo hanno pubblicato articoli critici delle politiche anti-migranti.

 

 

Nel 2016, i lavoratori migranti erano circa il 20% della popolazione complessiva della Cina (1,36 miliardi), molti dei quali residenti nelle principali metropoli (a Pechino sono 8 milioni) dove possono contare su diritti e welfare – per sé e per i loro figli – minimi rispetto a quelli dei residenti regolari.


Dalla scorsa primavera, la municipalità di Pechino ha un nuovo segretario di Partito, il sessantunenne Cai Qi, fedelissimo del presidente cinese, Xi Jinping. Nel settembre scorso, il Comitato centrale del Partito e il Consiglio di Stato (il governo) hanno approvato il nuovo piano regolatore (2016-2035) per la capitale cinese. Il progetto – nell’ambito del più generale obiettivo governativo di “unire” Pechino, Tianjin e la provincia dello Hebei (dando vita al cosiddetto “Jing-Jin-Ji”) – prevede che il rinnovamento della metropoli passerà per una sua articolazione in quattro centri (politico, culturale, degli scambi internazionali, e della scienza-tecnologia-innovazione), che implicherà a sua volta una profonda trasformazione urbana, tra l’altro trasferendo fuori Pechino tutte le funzioni non essenziali e limitando l’espansione e la popolazione della città. L’obiettivo, in questo caso, è far sì che, a partire dal 2020, gli abitanti di Pechino non superino quota 23 milioni.

 

 

Il 1 aprile scorso, Pechino ha annunciato la creazione di un’Area di nuovo sviluppo a Xiongan (un centinaio di chilometri a sud-ovest di Pechino). Lo stesso Xi ha attribuito grande importanza ai piani per Xiongan (secondo molti analisti centrali quanto quelli per la Belt and Road Initiative, BRI).
Nell’immediato, i primi beneficiari della nascita di questo nuovo polo saranno il settore dell’edilizia e quello delle infrastrutture. Nel luglio 2017, l’amministrazione provinciale dello Hebei ha costituito il China Xiongan Construction & Investment Group, compagnia statale (con un capitale di 1,47 miliardi di dollari) che finanzierà la costruzione di appartamenti, di una rete di trasporti, delle infrastrutture e dei servizi di Xiongan.

La nuova area sorgerà nelle contee di Xiong, Rongcheng e Anxin e coprirà inizialmente una superficie di 100 km2 (nel medio periodo è previsto il suo raddoppio e nel lungo termine un’espansione fino a 2.000 km2, per raggiungere alla fine la stessa estensione di Shenzhen). La “funzione” di Xiongan sarà anche quella di “mettere in mostra lo sviluppo innovativo”, con riferimento particolare a: protezione ambientale; trasporti all’avanguardia; e produzioni ad alto valore aggiunto. Nell’ambito di questo progetto un ruolo centrale sarà svolto dai colossi cinesi dell’hi-tech Baidu, Tencent e Alibaba.

Uno studio preliminare di Morgan Stanley ha rivelato che l’area potrà attrarre nei prossimi anni fino a 290 miliardi di dollari di investimenti nel giro di 15 anni.

 

La strada sembra segnata: per i migranti, secondo un processo in linea con i processi di gentrificazione che da anni hanno investito le metropoli dei paesi avanzati, ci sarà sempre meno spazio nelle “città vetrina” del “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”.