Economia

Scambi, l’elisir di Pechino
per la globalizzazione




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Association of Forest and Land Users of Kyrgyzstan branded as ‘Silk Road Taste’, Mountain Partnership at FAO

 

Negli ultimi due decenni in Asia orientale gli accordi di libero scambio (FTA) si sono moltiplicati: alla fine di febbraio 2016 se ne contavano 133, dei quali 79 firmati e operativi. L’integrazione economica della Regione è stata favorita soprattutto da forze di mercato già prima degli anni Novanta e, in seguito, si è rafforzata grazie a una quantità di iniziative istituzionali. Con la Trans-Pacific Partnership (TPP) a guida statunitense sullo sfondo, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) avviò nel 2012 la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). La RCEP oggi rappresenta una struttura importante all’interno della quale sarà possibile integrare le economie dell’Area.

 

L’ASEAN è stata un pioniere degli accordi di libero scambio regionali in Asia orientale. Con la sua insistenza sul principio di “centralità dell’Asia”, il gruppo di paesi che ne fa parte ha costantemente potenziato la sua Associazione, facendola evolvere da un accordo di libero scambio a una comunità economica con più ampi obiettivi di liberalizzazione. Nello stesso tempo, ha stretto accordi di libero scambio con altri partner in Asia orientale, basati sulla formula “ASEAN+1”.

 

Pur essendo aumentati rapidamente, la maggior parte degli accordi di libero scambio in Asia orientale prevede un basso grado di liberalizzazione. Nonostante vi vengano affrontati i tipici problemi della riduzione delle tariffe, delle regole sull’origine dei prodotti, delle ispezioni e della quarantena, e della risoluzione dei contenziosi, altre questioni come i requisiti di performance degli investimenti, i diritti di proprietà intellettuale, le politiche sulla competizione, quelle sul commercio elettronico e sull’ambiente sono affrontate solo raramente. E problemi delicati come la regolamentazione delle aziende di Stato – una peculiarità dell’accordo TPP – non lo sono invece degli accordi di libero scambio della Regione.

 

Di fronte alla sfida della TPP, l’ASEAN ha deciso di istituire la RCEP per tutti i suoi paesi membri più sei altri Stati (Cina, Corea del sud, Giappone, India, Australia e Nuova Zelanda). La RCEP punta a creare un mercato aperto con un livello di liberalizzazione superiore a quello dei cinque accordi di libero scambio “ASEAN+1”. La RCEP intende integrare la complessa rete di accordi di libero scambio dell’Asia orientale e porre rimedio al cosiddetto “effetto ciotola di spaghetti”, in riferimento alla proliferazione di accordi di libero scambio nella Regione. Questi FTA complicano le regole di origine e includono burocrazia e procedure trans-frontaliere che aumentano i costi di transazione, riducono l’efficienza operativa delle aziende e innescano il protezionismo commerciale, producendo un impatto negativo sui network produttivi dell’Asia orientale.

Tutte le sfide della banca multilaterale di Pechino →

 

La complessità di questi FTA può bloccare i network produttivi transnazionali, che si sono rivelati essenziali per il successo dell’integrazione regionale. Una proliferazione di FTA non coordinata può comportare tempi variabili per le concessioni tariffarie, così come orientamenti diversi all’interno dei vari accordi di libero scambio. Ciò può danneggiare lo sviluppo di teti di produzione transnazionali. La RCEP è concepita per affrontare questo “effetto ciotola di spaghetti”. Come sostiene l’economista Richard Baldwin, queste ciotole di spaghetti potrebbero rappresentare “i primi mattoni sulla strada per il libero commercio globale”, perché la scomoda politica economica dei FTA alla fine invita a scegliere come soluzione quella di iniziative più grandi e multilaterali.

Il recente successo economico dell’Asia è stato costruito all’interno di un contesto globale aperto e favorevole. La crescente integrazione globale della Regione ha contribuito in maniera significativa alla crescita del commercio internazionale e i suoi impegni nell’ambito della WTO e di altre istituzioni internazionali potrebbero approfondire ulteriormente questa integrazione.

 

Anche se l’Asia orientale deve prestare attenzione al suo modello di crescita incentrato sull’export, il suo interesse per il mercato globale non si affievolirà, al contrario il suo futuro sarà strettamente collegato al mercato globale, che in questo momento è minacciato da sentimenti anti-globalizzazione. L’Asia orientale deve combattere contro il protezionismo commerciale, inclusa la strategia commerciale e industriale dell’amministrazione Trump nota come “America first”, che rappresenta una minaccia diretta per i network produttivi regionali. Di conseguenza, per favorire il libero commercio, la Regione dovrà spingere su liberalizzazioni unilaterali e integrazione regionale.

 

La Cina è sempre più attiva nel plasmare FTA con partner in Asia orientale e in altre regioni del mondo. Finora Pechino ha siglato 14 FTA – tra i quali 12 sono già in vigore – che coprono 22 tra paesi e regioni. La Cina ha anche assunto un ruolo guida nella promozione di accordi di libero scambio nella regione Asia-Pacifico (FTAAP) sotto l’ombrello dell’APEC.

 

In un discorso pronunciato nel 2013 presso l’Università Nazarbayev, in Kazakhstan, il presidente cinese, Xi Jinping, ha elogiato il ruolo dell’antica via della Seta nella creazione di stretti legami economici, sociali e culturali tra la Cina e il mondo esterno e ha invitato la Cina e il Kazakhstan a costruire assieme una moderna cintura. La proposta, divenuta nota in seguito come Cintura economica della via della Seta, dovrebbe dar vita a corridoi di trasporto ed economici per collegare Cina ed Europa.
Il mese successivo, parlando davanti al Parlamento indonesiano, Xi ha avanzato l’idea di costruire la via della Seta marittima del XXI secolo, con l’obiettivo di ampliare i commerci e altri legami economici tra la Cina e altri paesi che si affacciano sul mare nel Sud-est asiatico, nell’Asia meridionale, in Medio Oriente, nell’Africa orientale e nel Mediterraneo.

Queste due proposte, note assieme come One Belt, One Road (OBOR), formano un pacchetto che collega tra loro regioni sia terrestri sia marittime nell’ambito di un’agenda complessiva che prevede infrastrutture e parchi industriali, porti e scambi culturali.
Pechino considera la OBOR come un nuovo passaggio per integrare ulteriormente, tramite gli investimenti esteri, la sua economia nel mercato globale. Essendo la OBOR orientata alla cooperazione allo sviluppo, essa permette alla Cina di andare alla ricerca di nuove opportunità economiche sviluppando progetti infrastrutturali con paesi della Regione. Mentre, per restare competitive, molte delle aziende manifatturiere cinesi ad alta intensità di lavoro devono spostarsi in località dove c’è manodopera a basso costo, i paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa hanno grande bisogno di sviluppare la loro capacità manifatturiera utilizzando il vantaggio comparato della loro manodopera a basso costo.

 

Diversamente dal modello tradizionale che prevede di spostare lontano da casa le “industrie sporche”, la Cina ne costruirà di nuove assieme ai diversi paesi coinvolti. Questo nuovo tipo di cooperazione allo sviluppo si differenzia dai tradizionali aiuti e dalla ricollocazione di capacità industriali obsolete basata su logiche di mercato.

 

La OBOR è stata istituita nello spirito di cooperazione regionale aperta ed è caratterizzata da eguaglianza basata su confronto, cooperazione e condivisione. Secondo quanto prevede un documento ufficiale, sarà “aperta al coinvolgimento di tutti i paesi e delle organizzazioni internazionali e regionali”.

 

Attraverso la RCEP, la OBOR e altre iniziative, i paesi dell’Asia orientale continueranno a spingere per l’integrazione e il libero commercio. Ma è improbabile che una ricostruzione del sistema commerciale su base globale possa vere successo senza consenso e cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Il sistema commerciale multilaterale resta la piattaforma commerciale ideale per ospitare queste due grandi economie. In questo senso, la WTO rappresenta il collegamento economico più importante tra Cina e Stati Uniti. E la sfida più preoccupante? La futura politica commerciale del presidente Trump.

 

Tratto da EASTASIAFORUM
Shen Menghui insegna presso il National Institute of International Strategy della Chinese Academy of Social Sciences (CASS)



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