Oltre la muraglia

Proteste anti-Cina,
in Vietnam nazionalismo
di lotta e di governo




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entre l’attenzione della stampa e degli osservatori internazionali era rivolta a Singapore per il primo storico summit tra un presidente americano in carica e un leader nordcoreano, nelle stesse ore nel vicino Vietnam migliaia di persone sfilavano nelle strade delle principali città per protestare contro due controversi provvedimenti legislativi: la proposta per la creazione di nuove Zone economiche speciali (ZES) e la nuova legge sulla sicurezza informatica, approvata proprio il 12 giugno.
Secondo il disegno di legge, la cui discussione è stata successivamente sospesa e rinviata a ottobre, nuove ZES dovrebbero nascere in tre regioni costiere in cui agli investitori stranieri sarebbe concesso il diritto di disporre del terreno per 99 anni. Non è bastato che nel testo non vi fosse alcun riferimento al possibile coinvolgimento delle imprese di stato cinesi per scongiurare i timori dei cittadini vietnamiti sul pericolo di una parziale erosione della sovranità nazionale a beneficio di Pechino.

 

Negli ultimi anni, infatti, accordi riguardanti l’affitto dei terreni agli investitori cinesi hanno generato l’allarme in diversi Paesi dell’Asia del sud e del sud-est. Uno degli ultimi casi risale al 2017 in Sri Lanka a seguito dell’acquisizione cinese, per circa un centinaio di anni, del controllo del porto di Hambantota a causa dell’incapacità di Colombo di ripagare i debiti precedentemente contratti con la compagnia China Harbor Engineering Company per il rinnovo infrastrutturale. Il progetto di sviluppo di questo affaccio sull’Oceano indiano era stato presentato in prima battuta al governo di New Delhi ma senza successo, permettendo quindi a Pechino di subentrare e posizionarsi a poche centinaia di miglia dalle coste indiane, con un attracco lungo una rotta commerciale e marittima strategica per i piani della leadership cinese.

 

 

Come per le precedenti proteste nel 2014 e nel 2016, le manifestazioni degli ultimi giorni, culminate con centinaia di arresti, confermano il forte sentimento anti-cinese nella società vietnamita, eredità non solo della breve – seppur devastante – guerra del 1979, ma soprattutto della dominazione, durata un millennio, da parte dell’impero cinese, che ancora oggi è ciclicamente sfruttata dalla leadership vietnamita per mobilitare la popolazione ogniqualvolta si riaccendono le tensioni con Pechino nel Mar cinese meridionale.

L'ostilità nei confronti di Pechino attraversa ampi strati della popolazione del vicino asiatico, ma è un’arma pericolosa e difficile da controllare per la leadership di Hanoi

Secondo un’indagine del Pew Research Center riguardante la percezione “non favorevole” della Cina tra i cittadini di dodici paesi asiatici all’inizio del 2017, la percentuale più alta è stata registrata proprio in Vietnam (88%). La peculiarità del caso vietnamita, rispetto ad altri contesti regionali, riguarda il fatto che il nazionalismo anti-cinese è sfruttato dalle autorità per espungere dalla narrazione dei media, controllati dallo Stato, la componente anti-governativa delle proteste che invece è espressione della frustrazione popolare nei confronti della governance locale, rappresentando così una minaccia per la legittimità del Partito comunista vietnamita a governare come partito unico. Oltre all’inquinamento e alla corruzione dilagante, al centro delle rivendicazioni campeggia la libertà di espressione: il Vietnam è al 175° posto su 180 Paesi per la libertà di stampa e secondo le organizzazioni a difesa dei diritti umani, come Human Rights Watch, la nuova legge in materia di privacy e sicurezza informatica concederà ancora più discrezionalità all’operato delle autorità nel perseguire il dissenso politico e sociale, in questo caso online, a tutela della “sicurezza nazionale”.

 

Il nazionalismo anti-cinese che attraversa la popolazione vietnamita è un’arma pericolosa e difficile da controllare per la leadership impegnata in un complicato equilibrismo tra l’opposizione alla militarizzazione operata da Pechino – in quello che per Hanoi è il Mar orientale – e la necessità di attrarre gli investimenti cinesi nel Paese. Nel 2014, il posizionamento di una piattaforma petrolifera cinese all’interno della zona economica esclusiva reclamata dal Vietnam aveva scatenato l’ira, alimentata dalla propaganda ufficiale, dei cittadini contro i lavoratori e le fabbriche cinesi nel Paese, provocando la morte di 21 persone. In quell’occasione, il governo fu costretto a fare un passo indietro, invocando la via negoziale, di fronte a una situazione che rischiava di sfuggirgli di mano per non compromettere il legame economico e commerciale con Pechino.

 

Un ulteriore esempio di quanto sia complicato per Hanoi gestire le esigenze di sicurezza e le necessità di crescita economica è avvenuto lo scorso marzo quando le autorità vietnamite hanno dovuto richiedere alla spagnola Repsol di sospendere le esplorazioni di gas naturale nella loro zona economica esclusiva a seguito delle pressioni cinesi.
Il Vietnam è l’economia asiatica più prospera, con un tasso medio di crescita del Pil del 6,25% negli ultimi diciotto anni e ciò grazie anche agli investitori cinesi. Per sottrarsi a questo dilemma e conseguentemente per essere meno vulnerabile alla coercizione economica cinese, Hanoi sta cercando di diversificare i suoi rapporti economici affidandosi prima alla Trans-Pacific Partnership e, a seguito del ritiro statunitense, alla Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, ma nell’attesa che l’accordo sia ratificato dai parlamenti di almeno sei delle undici nazioni aderenti, il Vietnam continuerà a dipendere dalla Cina molto più di quanto desidera.

 

 

Al contempo, la decisione del presidente filippino Duterte di rendere lettera morta il pronunciamento del 2016 a favore di Manila della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha negato qualunque base legale per le rivendicazioni storiche cinesi nel Mar cinese meridionale, per approfondire i rapporti economici bilaterali, ha fatto sì che il Vietnam sia rimasto l’unico, tra gli attori ufficialmente coinvolti, ancora disposto a tenere testa a Pechino in quell’area del Pacifico.

 



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