Oltre la muraglia

Xinjiang-Kazakistan,
dove la via della Seta
è tortuosa e insidiosa




C

on la risoluzione approvata a larga maggioranza il 12 dicembre scorso, il Parlamento europeo ha ratificato il nuovo accordo di partnership fra l’Unione europea e la Repubblica del Kazakhstan. L’intesa darà ulteriore impulso agli investimenti dell’Ue nel paese e segna uno dei punti più alti nella cooperazione fra Bruxelles ed Astana. Un passo fondamentale per la realizzazione della strategia europea nella regione, che s’inserisce nel nuovo Grande gioco in Asia Centrale.

 

Sono invece passati oltre quattro anni dall’annuncio del mega progetto terrestre della nuova via della Seta (o Belt and Road Initiative, BRI), fatto durante il discorso tenuto dal presidente cinese, Xi Jinping, all’Università Nazarbayev di Astana il 7 Settembre 2013. Il Kazakistan, traino principale dell’economia regionale, ha da subito ricoperto un ruolo centrale nel piano di Pechino volto a connettere l’intero continente euroasiatico. Cionondimeno la cooperazione Pechino-Astana potrebbe essere messa in crisi dai recenti avvenimenti nella regione cinese del Xinjiang.

 

Nel Marzo del 2017, alle minacce dirette alla Cina da parte dei militanti uiguri dello Stato islamico, Pechino ha risposto rafforzando la repressione nei confronti delle minoranze turcofone e, per la prima volta, a farne le spese v’è stata anche quella kazaka (la Cina è storicamente il paese che ha accolto la maggiore diaspora kazaka). Soltanto nelle prefetture di Ili, Tarbaghatay (Tacheng) e di Altay, nell’estremo nord del Xinjiang, ne risiedono circa 1,5 milioni di rappresentanti, che costituiscono il gruppo etnico principale dopo quello degli han.

Se vorrà far avanzare la Belt and Road in maniera armoniosa, Pechino dovrà rispettare le realtà locali coinvolte in un progetto che è di portata continentale

Mobilitando migliaia di truppe nelle principali città della regione, sono stati effettuati fermi di massa e – secondo Human Rights Watch – molti degli arrestati sono stati rinchiusi in centri di rieducazione politica. Inoltre, negli ultimi due anni, almeno due autorevoli figure religiose della comunità kazaka sono state imprigionate, e una di queste è morta durante la detenzione. La polizia pare si sia focalizzata sui soggetti che hanno espresso critiche aperte nei confronti del Partito sui social media, e su chi intrattiene contatti con familiari residenti all’estero. Quest’ultimo dato è significativo proprio per il processo di genesi della Repubblica del Kazakistan e per le sue politiche di immigrazione. Data la scarsa densità di abitanti nel vasto territorio, il governo di Astana ha negli anni incentivato il rimpatrio di oltre 1 milione di persone (oralman), molti dei quali proprio dalla Cina. A seguito dell’inasprimento delle misure di sicurezza, media locali e diverse ong denunciano che i passaporti dei cittadini di etnia kazaka sono stati ritirati, con conseguenze nefaste per i nuclei famigliari, frammentatisi negli ultimi 25 anni.

 

Per far avanzare la nuova via della Seta è necessario che Pechino tenga conto delle realtà locali coinvolte in un progetto che è di portata continentale. E mentre la minoranza kazaka è vittima dell’inasprirsi dei controlli nello Xinjiang, va altresì registrato il peso nel dibattito pubblico della presenza cinese in Kazakistan.

 

La smilitarizzazione dei confini in Asia Centrale ha portato un numero imprecisato di migranti cinesi a varcare i 1.700 chilometri di confine per stabilirsi in Kazakistan. Se quello della sinofobia è un problema comune e riscontrabile in tutte le nazioni adiacenti alla Repubblica popolare cinese, tutto ciò è ancor più problematico nel contesto delle ex repubbliche sovietiche. I governi sorti dopo lo sgretolarsi dell’Unione sovietica vivono tuttora gli strascichi di un lungo processo di nation-building. Significative minoranze etniche sono storicamente presenti in tutta la regione e i diversi regimi devono fare i conti con l’esistenza di un robusto legame linguistico, culturale e identitario con la Federazione russa, perlomeno di una porzione consistente della popolazione.

 

Ben due volte, nel 2009 e nel 2016, dimostranti hanno protestato per le strade contro la possibilità che investitori e lavoratori cinesi penetrassero nel settore agrario, in una rara manifestazione pubblica di dissenso politico in Kazakistan. Nell’ultimo caso è stato proprio il Presidente Nazarbayev a fare pubblicamente marcia indietro, ritirando il provvedimento che metteva a disposizione di joint venture straniere (per un periodo di 25) anni vasti appezzamenti di terreno non coltivato.

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Nel Giugno del 2017 L’organizzazione che rappresenta gli scrittori kazaki ha interpellato lo stesso Nazarbayev affinché si attivi per difendere i cittadini di etnia kazaka presenti nel Xinjiang. Lo scorso novembre il ministro degli esteri Abrakhmanov si è confrontato sulla questione con le autorità cinesi.

 

Pare evidente che il governo sia stato persuaso ad agire spinto dall’opinione pubblica, sia nel caso della riforma della legislazione agraria che in quello della repressione della minoranza kazaka nel Xinjiang. L’attenzione dei media privati, circa 2300 organi di stampa non governativi di cui molti in lingua kazaka, potrebbe ulteriormente mobilitare la popolazione contro gli enormi interessi di Pechino. Nel solo Marzo del 2015 la Repubblica popolare cinese ha siglato 33 accordi dal valore di oltre 23,6 miliardi di dollari in settori chiave dell’economia kazaka (raffinazione di idrocarburi, produzione di automobili, metallurgia e produzione di energia idroelettrica).

 

La domanda se Astana possa fare a meno della partnership con Pechino è lecita. Soprattutto nel periodo di stagnazione economica che vive il paese, con il Pil in leggera crescita dopo anni di crisi, mentre il 53% dei guadagni provenienti dall’export rimangono legati alla vendita di petrolio. I media legati a componenti più nazionaliste e conservatrici della società, in particolare nelle aree rurali del paese, potrebbero appunto sollevare la questione etnica in Kazakistan e forzare la mano del governo nel restringere le libertà degli investitori cinesi, magari sostenendo una partnership più vicina all’Unione europea, ostacolando la versione terrestre della nuova via della Seta.

 

Infine anche la Federazione russa, capofila dell’Unione economica eurasiatica ( EEU ) di cui il Kazakistan fa parte, potrebbe utilizzare la questione per un proprio tornaconto. Da un lato Mosca può offrirsi come garante del dialogo nel caso di un acuirsi delle tensioni fra Astana e Pechino, giocando un ruolo di mediatore come nel caso degli accordi sui confini siglati nell’aprile del 1996 e che portarono più tardi alla costituzione della Shanghai Cooperation Organization ( SCO ). Dall’altro lato, in un’ipotesi più azzardata, Putin potrebbe voler sensibilizzare la componente russofona della popolazione kazaka ( circa il 21,5% dei 18 milioni di abitanti e principalmente risiedenti nelle regioni settentrionali ) riguardo la repressione nel Xinjiang. Così facendo Mosca avrebbe un nuovo elemento su cui far leva nel rapporto sempre più asimmetrico con Pechino. D’altronde, nel caso in cui gli investimenti cinesi fossero osteggiati in Kazakistan, sarebbe proprio la Federazione russa a trarne profitto, divenendo l’unico partner che può geograficamente e politicamente realizzare la modalità terrestre della nuova via della Seta, simbolo delle ambizioni globali di Pechino.



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