Oltre la muraglia

Arbitrato incendiario,
rischio “incidente”
aspettando il voto Usa




La Corte Permanente di Arbitrato (CPA) dell’Aia ha dato ha ragione alle Filippine e sconfessato – sotto il profilo del diritto internazionale – le rivendicazioni cinesi su gran parte del Mar cinese meridionale e delle isole Nánshā Qúndǎo/Spratly. Le reazioni al giudizio della CPA, arrivate già subito dopo la pronuncia del tribunale, confermano le posizioni già espresse dalle parti in gioco. E dunque: Pechino non riconosce il verdetto dell’Aia, Manila esulta timidamente e si dice disponibile al “dialogo” con l’ingombrante vicino, mentre gli Usa chiedono il rispetto del pronunciamento. A confermare la risonanza globale della decisione sul Mar Cinese Meridionale, ci sono le dichiarazioni di tutti i principali leader mondiali; il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si è espresso con toni conciliatori, mentre la ministra degli Esteri australiana Julie Bishop si è spinta fino a osservare che “la reputazione” di Pechino come leader globale sarebbe “a rischio” qualora il Paese non rispettasse il verdetto.

 

Più concretamente, la Repubblica Popolare ha già annunciato le reazioni che potrebbero arrivare contro un pronunciamento che Pechino ritiene “illegittimo”. Basta scorrere le pagine web dei media governativi per capire quanto sia cruciale, nei calcoli della leadership cinese, mantenere viva l’attenzione sulla vicenda, in un contesto in cui le autorità politiche, anche di primissimo piano, stanno portando avanti una campagna di incitamento al nazionalismo. Molti ricorderanno, a tal proposito, l’ondata di rabbia contro cittadini e prodotti giapponesi che qualche anno fa percorse ampi settori della società cinese, in relazione al contenzioso (ancora in corso) sulle isole Diaoyu/Senkaku.

 

Mentre l’ambasciatore Cinese a Washington, Cui Tiankai, avvertiva che il pronunciamento dell’Aia “potrebbe portare ad un confronto frontale” (con Manila) e accusava il tribunale di essere “professionalmente incompetente” (per essersi espresso su uno dei capisaldi della diplomazia cinese, il rispetto della sovranità territoriale), Pechino ribadiva le sue posizioni con la pubblicazione di un white paper nel quale i territori contesi vengono per l’ennesima volta definiti “parte integrante della Cina” e “la pretesa territoriale delle Filippine” giudicata “priva di fondamento, sia da un punto di vista storico che da quello del diritto internazionale”.

Gli interessi statunitensi nella Regione sono prioritari per la politica estera della Casa Bianca, che può contare su alleanze con numerosi paesi coinvolti in dispute territoriali con Pechino

 

A mettere nero su bianco le intenzioni di Pechino, nelle stesse ore, ci ha pensato il vice-ministro degli esteri Liu Zhenmin, che ha annunciato la possibile implementazione di una Air Defense Identification Zone (ADIZ, già operativa in alcuni tratti del Mar Cinese Orientale) anche sui cieli sopra il Mar Cinese Meridionale. L’attivazione dell’ADIZ si tradurrebbe nella perimetrazione di uno spazio aereo che verrebbe sottoposto ai rigidi controlli delle autorità cinesi, anche nel caso di voli civili o commerciali. Si tratta comunque di un progetto dalle caratteristiche non ben definite, anche perché nessuna autorità internazionale è preposta a disciplinare iniziative di questo genere.

Tuttavia, se si passasse dalle parole ai fatti, nella regione irromperebbe un ulteriore fattore di instabilità. Alla minaccia del “bastone” ADIZ la Cina però accosta la “carota” di una rinnovata offerta di cooperazione con i Paesi del Sud-Est asiatico, Filippine comprese. Le occasioni per discuterne non si faranno attendere, con i vertici ASEAN e East Asia Summit in programma tra qualche giorno. Ancora il vice-ministro Liu mette però in guardia Manila: in alcun modo Pechino accetterà confronti bilaterali che si basino sul verdetto dell’Aia.

 

 

Intanto, le grandi manovre cinesi sul Mar Cinese Meridionale continuano. È improbabile – a essere eufemistici – pensare che Pechino modifichi il suo programma di espansione marittima, anche militare, e riveda al ribasso i programmi di investimenti pubblici sull’ammodernamento tecnologico della sua flotta. È inoltre difficile immaginare come gli isolotti artificiali cinesi sul Mar Cinese Meridionale – che gli Stati Uniti tradizionalmente non riconoscono e di cui rifiutano la definizione cinese, riferendosi ad essi come “elementi” anziché isole – possano essere dismessi o smantellati a seguito della sentenza.

 

Sull’altro versante, quello filippino, se il pronunciamento della Corte Arbitrale segna senz’altro una vittoria in termini giuridici e diplomatici, resta ora da vedere come si articolerà l’approccio del governo del neoeletto presidente Duterte. Ad adire la Corte dell’Aia, infatti, è stato, nel 2013, il predecessore di Duterte, Benigno Aquino III, il quale ha mantenuto l’alleanza con Washington come caposaldo della politica estera del Paese e si è costantemente rifiutato di aprire un tavolo di negoziazione bilaterale con la Repubblica Popolare rispetto alle dispute territoriali in questione.

Già all’indomani del suo insediamento, Duterte aveva annunciato la volontà di non cambiare l’approccio tenuto da Manila fino a quel momento. A due mesi dall’entrata in carica del nuovo presidente filippino qualcosa è però cambiato, almeno negli annunci, e Manila si mostra ora meglio disposta ad affrontare il groviglio delle dispute territoriali sul Mar Cinese Meridionale anche su un piano bilaterale. L’alleanza con gli Stati Uniti, comunque, rimane solida.

 

E proprio gli Stati Uniti occuperanno – come del resto hanno fatto finora – una posizione strategica nelle tensioni in corso. A proposito del pronunciamento dell’Aia, Josh Earnest, portavoce della Casa Bianca, ha esortato Cina e Filippine, come parti in causa, a “riconoscere la natura vincolante di quel tribunale”. Come noto, però, gli Stati Uniti non hanno sottoscritto la convenzione sul diritto del mare (UNCLOS), fondamento del procedimento dell’Aia.

Va inoltre ricordato come Washington sia stata al centro delle cronache internazionali per aver ripetutamente violato – secondo l’accusa cinese – lo spazio aereo e marittimo di Pechino.

Ma gli interessi statunitensi nella Regione sono prioritari per la politica estera della Casa Bianca, che nel Sud-Est asiatico può godere di alleanze con numerosi Paesi (tra gli altri, le già citate Filippine, il Vietnam, e lo storico alleato taiwanese), spesso coinvolti in dispute territoriali con la Cina.

 

Oltre a mantenere salda la “libertà di navigazione” – osteggiata da Pechino – come cornice di riferimento per la mobilità marittima nella regione, dal 2009 Washington ha fatto dell’area dell’Asia-Pacifico il teatro principale della sua strategia globale. A lanciare quella strategia, nota come “Pivot to Asia”, fu l’allora segretario di Stato Hillary Clinton, oggi in corsa per le presidenziali. E saranno proprio i risultati delle presidenziali statunitensi a stabilire se ed eventualmente quanto l’approccio di Washington subirà cambiamenti.

Intanto, però, gli sconfinamenti nello spazio aereo e marittimo di Pechino rischiano in ogni momento di trasformarsi in qualcosa di più di un semplice evento sgradito. In questo quadro, la recente implementazione del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) – sistema di difesa missilistica – in Corea del Sud ha già innescato le reazioni contrariate delle autorità cinesi. Nonostante Seoul e Washington ne rivendichino la necessità in chiave di difesa dalla Corea del Nord, a Pechino è ben chiaro come il THAAD potrà essere dispiegato, almeno in potenza, anche in contrasto alla proiezione cinese sulla regione e alle operazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Il THAAD potrebbe dunque rivelarsi come l’ennesimo fattore di frizione nella regione, rischiando di agitare acque già mosse e di aumentare la tensione in un’area già soggetta a fortissime pressioni.



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