Oltre la muraglia

Embargo all’Iran,
se la Cina approfitta
dell’avventurismo Usa




La partita che si è aperta a seguito dell’annuncio del presidente Trump di svincolare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran (negoziato e portato a termine dall’amministrazione Obama) ha provocato la reazione immediata da parte della comunità internazionale. Non soltanto la Repubblica islamica, che ha criticato duramente il ripensamento statunitense, ma anche i Paesi europei coinvolti hanno espresso la volontà di non abbandonare l’intesa del 2015.

 

 

Francia, Germania e Regno Unito si sono detti pronti a rimanere vincolati al “Patto d’Azione Congiunto sul nucleare iraniano” (JCPOA), e anche l’Unione Europea ha sottolineato la necessità di mantenerlo in vigore.

 

 

La svolta statunitense – preannunciata dallo stesso Trump nei mesi scorsi – non poteva che interessare anche la Cina, principale mercato di esportazione del greggio iraniano. Mentre si aspetta di conoscere i termini in cui l’amministrazione Trump intende rinegoziare il JCPOA, il ritorno delle sanzioni statunitensi contro Teheran è già una realtà con cui fare i conti. Se e quanto la Cina ne verrà penalizzata è difficile e prematuro valutare, ma nel campo delle possibilità in cui gioca Pechino pare esserci più da guadagnare che da perdere.

L'interscambio Pechino-Tehran ha raggiunto i 28 miliardi di dollari, un valore doppio rispetto al 2006. La vivacità del commercio ha assicurato un legame politico che potrebbe diventare più stretto

Sul piano della diplomazia internazionale, il ritiro statunitense ha tutto il potenziale per determinare un ulteriore avvicinamento dell’Iran a Pechino; trainato dall’export di petrolio iraniano verso la Cina, il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi ha raggiunto i 28 miliardi di dollari, un valore doppio rispetto al 2006. Una tale vivacità in termini di scambi economico-commerciali ha assicurato a entrambi un solido legame politico, la cui importanza è stata più volte ribadita da entrambe le parti e che il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha definito “strategico”. L’Iran occupa una posizione importante nel contesto della Belt and Road Initiative, e le recenti criticità legate alla costruzione della base navale indiana di Chabahar – infrastruttura logistica e militare in territorio iraniano, su cui i finanziamenti di New Delhi sono entrati in stallo – contribuiscono a rinsaldare le relazioni sino-iraniane.

 

 

Le incognite, comunque, non mancano. Jin Canrong, professore all’università Renmin di Pechino, mette in guardia sulla possibilità che le sanzioni statunitensi verso Teheran possano colpire l’export di petrolio iraniano diretto in Cina; sul tabloid cinese Global Times, Hu Weijia ha inoltre dichiarato che la Repubblica Popolare risulterà essere tra i Paesi più danneggiati dalle sanzioni, e ha dunque esortato Pechino a stringere ulteriormente le relazioni economiche e politiche con Mosca al fine di compensare le perdite relative all’import di fonti energetiche dall’Iran.

 

 

In questo quadro, la Cina conferma però il desiderio che l’accordo sul nucleare iraniano resti in piedi: per una potenza che ha fatto della stabilità politica e sociale – interna ed internazionale – una priorità assoluta, un Iran tornato in cattiva luce agli occhi degli Stati Uniti non rappresenta certamente una buona notizia. Nonostante ciò, la Cina gode ormai di uno status economico che ne garantisce una certa – seppure relativa – autonomia dai mercati occidentali, mentre l’approvvigionamento di fonti di energia, nei calcoli di Pechino, non può e non deve subire blocchi o rallentamenti.

 

 

In Iran, però, la Cina “ha già vinto”, come sostiene Dina Esfandiary del King’s College di Londra: i cinesi sono presenti nel Paese da oltre trent’anni, intrattengono ottime relazioni economiche e politiche con gli iraniani, e il rapporto di fiducia reciproca è saldo: le imprese di stato cinesi presenti nel Paese avrebbero dunque numerose vie da percorrere per eludere le sanzioni.

 

 

Con gli Stati Uniti sempre più lontani, il potenziale per un ulteriore avvicinamento dell’Iran alla Cina si rivela essere molto alto. E la vittima principale della diplomazia firmata Trump potrebbero essere proprio gli Stati Uniti.



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