Oltre la muraglia

Il viaggio del Dalai Lama
riaccende la tensione
tra Pechino e New Delhi




C

on la visita del Dalai Lama nello Stato indiano dell’Arunachal Pradesh, iniziata il 4 aprile scorso, si è riaccesa la tensione tra Cina e India. La massima autorità del buddismo tibetano si è recata nella regione ufficialmente per motivi religiosi. Tenzin Gyatso ha raggiunto la località di Tawang, dove si ritiene sia nato, nel 1683, il sesto Dalai Lama. Non si tratta di un evento unico nel suo genere: in passato il Dalai Lama ha compiuto un viaggio simile per ben sei volte (l’ultima nel 2009), sempre accompagnate dalle proteste di Pechino.
L’Arunachal Pradesh, territorio che rientra nella sovranità di New Delhi, si trova nella regione himalayana, al confine con la Cina, ed è parzialmente rivendicato da Pechino, in quanto parte integrante del Tibet. Secondo Pechino, la visita del Dalai Lama (figura chiave del movimento indipendentista tibetano) in quel territorio avrebbe valore eminentemente politico e, rendendo possibile la visita, le autorità indiane avrebbero avallato – in maniera neanche troppo indiretta – le rivendicazioni di quello che si auto definisce “governo tibetano in esilio”, e che proprio in India ha la sua sede temporanea.

 

Le reazioni da parte cinese sono state molto critiche e hanno messo in guardia il vicino indiano rispetto a quella che è considerata una mossa che potrebbe “seriamente danneggiare” le relazioni tra i due Paesi. La Repubblica Popolare, ha annunciato la portavoce del ministero degli esteri cinese Hua Chunying, “prenderà le misure necessarie per difendere la sua integrità territoriale, oltre che i suoi legittimi diritti ed interessi”, ed invita la controparte indiana a “fermare le azioni in corso e non utilizzare il Dalai Lama per danneggiare gli interessi cinesi”. A Pechino, intanto, è stato convocato l’ambasciatore indiano in Cina, Vijay Gokhale, al quale sarebbero pervenute rimostranze formali.
Sul versante indiano, mentre il Dalai Lama ribadisce di “non essere mai stato utilizzato dall’India” in funzione anti-cinese, il ministro degli interni Kiren Rijiju, ricordando come New Delhi rispetti il principio di non-interferenza, ha invitato la Repubblica Popolare a “non interferire negli affari interni” del suo Paese e a “non opporsi alla visita del Dalai Lama”.

La successione al Dalai Lama è oramai sigillata politicamente e, nella visione del Partito comunista cinese, potrà avvenire solo sulla base delle regole da esso stesso stabilite

Oltre alle rispettive leadership politiche, sulla questione sono intervenute diverse personalità dell’establishment militare e accademico dei due Paesi. Lin Minwang, ricercatrice dell’Istituto di Studi Internazionali presso l’Università Fudan di Shanghai, rispondendo alle domande del Financial Times ha sottolineato come la visita del Dalai Lama “abbia un chiaro significato politico” e la mossa di New Delhi “non appaia amichevole”. Shivshankar Menon, ex consigliere per la sicurezza nazionale del governo indiano, considera invece la posizione cinese come un attacco pretestuoso: i cinesi, ha dichiarato Menon, “ritengono che sia il momento adatto per guadagnare terreno nella regione e stabilire la propria supremazia”.

Che la fase attuale si caratterizzi come cruciale, sia per il mantenimento della stabilità in Tibet (dunque per la tenuta dell’integrità territoriale cinese), sia per il futuro delle relazioni sino-indiane, lo dimostrano diversi fattori. In primo luogo c’è il dato anagrafico: il Dalai Lama ha più di ottant’anni e si è premurato di far sapere che la sua reincarnazione (cioè chi prenderà il suo posto di guida politica e spirituale) nascerà al di fuori dei confini cinesi. Da Pechino, naturalmente, sono state mosse obiezioni ed è stato sostenuto il contrario. La Repubblica Popolare, infatti, sulla propria integrità territoriale, da Taiwan al Tibet (per non parlare del Xinjiang), non è disposta a cedere di un millimetro. Mentre il trasferimento di popolazione di etnia han verso le periferie del Paese, Tibet compreso, viene attivamente promosso da tempo, a Pechino ci si è anche preoccupati di gestire politicamente la successione al Dalai Lama. Basterà qui sottolineare come tale successione sia oramai sigillata politicamente e, nella visione del Partito comunista cinese, potrà avvenire solo sulla base delle regole da esso stesso stabilite.

 

Nel buddismo tibetano, è il Dalai Lama a indicare la reincarnazione del Panchen Lama alla morte di quest’ultimo, e viceversa. Nel 1995, come ha ricordato Charlie Hore, sia il governo cinese che il Dalai Lama hanno reso note le rispettive scelte riguardo alla reincarnazione del Panchen Lama, ma di quella indicata dal Dalai Lama si sono perse le tracce e, come racconta ancora Hore, si sostiene che sia stato arrestato insieme alla sua famiglia.

 

A Pechino, insomma, ci si è assicurati il controllo politico della successione, e ora che questa si avvicina la leadership cinese non ha nessuna voglia di provocazioni sullo status del territorio tibetano.
Sul versante delle relazioni tra Cina e India, siamo di fronte a una partita strategicamente molto rilevante per entrambi i Paesi e che da sempre presenta risvolti critici. I due giganti asiatici, pur continuando a rilanciare la necessità di procedere sulla strada della cooperazione, si trovano attualmente posizionati su orizzonti opposti su una lunga serie di questioni. Si è detto del governo tibetano in esilio (che dal 1959 ha sede in India) e delle mai sopite dispute territoriali nelle aree di confine. Pechino e New Delhi, inoltre, sono entrambe impegnate nello sviluppo dei rispettivi apparati marittimi, fattore che lascia intravedere una competizione tra i due Paesi, entrambi impazienti di affermare la propria supremazia marittima sulla regione. A dimostrare la diffidenza reciproca in tale ambito, qualche anno fa un generale della marina cinese tenne a precisare che “l’Oceano Indiano non è l’Oceano dell’India”.

 

Altri attriti tra la Repubblica Popolare e l’India si sono poi registrati in riferimento alla realizzazione della Belt and Road Initiative (BRI) da parte cinese, progetto di grande valore strategico per la proiezione globale e regionale di Pechino. È in particolare la grande attenzione rivolta nell’ambito della BRI al Pakistan – storico rivale di New Delhi – a destare più di una preoccupazione nella leadership indiana. Mentre la costruzione del porto di Gwadar, nella regione meridionale del Belochistan, continua a passo spedito, Islamabad ha già visto inaugurare il Corridoio Economico Cina-Pakistan, progetto costato 46 miliardi di dollari alle casse di Pechino. Oltre ad assicurare al Pakistan introiti per almeno 15 anni a partire dal 2015, l’investimento è essenziale proprio per la realizzazione della Bealt and Road Initiative. Per quanto riguarda Gwadar, la città portuale assumerà il ruolo cruciale di hub nella realizzazione del progetto, e potrà quindi contare sul completo sostegno economico, logistico e infrastrutturale da parte cinese.

 

Non solo Tibet e Dalai Lama, dunque. Cina e India si contendono lo scettro della supremazia regionale, ma in entrambi i casi l’obiettivo reale è guadagnare punti in termini di leadership globale. Una partita che, nella fase attuale, trova Pechino decisamente avvantaggiata.



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