Oltre la muraglia

Duterte tra Washington
e Pechino: la strategia
del pesce in barile




“Gli Stati Uniti ci hanno legati a una catena invisibile che ci ha frenati, rendendoci dipendenti e sottomessi come fratellini dalla pelle scura incapaci di una reale indipendenza”. “Gli Stati Uniti ci hanno delusi”. Così oggi il ministro degli esteri filippino, Perfecto Yasay.
Il capo della diplomazia del presidente Rodrigo Duterte ha espresso la visione del suo governo sulla necessità di reimpostare il rapporto con gli Usa in una dichiarazione ufficiale distribuita dal Dipartimento degli affari esteri. Secondo Yasay, “rompere le catene della dipendenza delle Filippine per affrontare in maniera efficace le minacce sia interne sia esterne è necessario, per porre fine all’asservimento della nostra nazione agli interessi statunitensi”.

Per un paese che è stato una colonia degli Stati Uniti tra il 1901 e il 1946 e che, dall’indipendenza dopo la Seconda guerra mondiale, ha mantenuto con Washington un rapporto strettissimo, suggellato da una solida alleanza militare, si tratta di dichiarazioni impegnative.

La leadership del Partito comunista cinese attende le prossime mosse del nuovo governo filippino e sottolinea: con Washington hanno tre accordi militari di vitale importanza

Duterte, l’arrabbiatissimo presidente del cui operato il 76% dei filippini si dichiara “soddisfatto” (secondo un sondaggio pubblicato oggi da Social Weather Stations), grazie anche al pugno durissimo contro trafficanti di droga, spacciatori e tossicodipendenti (circa 3.000 morti nella guerra ai narcos dall’inizio, tre mesi fa, del suo mandato), ha mostrato platealmente la sua indignazione contro le critiche arrivate dell’amministrazione Usa per il disprezzo che il leader populista filippino ha mostrato dei più elementari diritti dell’uomo, avendo minacciato, tra l’altro, di voler sterminare i criminali come Hitler fece con gli ebrei.

 

Tuttavia ciò che preme a Duterte – che ha annunciato anche che non vuole più l’aiuto delle forze speciali Usa impegnate contro la guerriglia islamista di Abu Sayyaf nell’isola di Mindanao e che la marina filippina non parteciperà più ai pattugliamenti congiunti con quella a stelle e strisce nel Mar cinese meridionale (“Sono un atto ostile, intendo pattugliare solo le nostre acque territoriali”) – è lo sviluppo di una politica estera finalmente autonoma. Un’equidistanza resa necessaria dall’ascesa della Cina, che il precedente governo filippino ha avuto l’ardire di portare davanti a un tribunale internazionale che ha riconosciuto infondate le rivendicazioni di Pechino sul Mar cinese meridionale.

 

Lo stesso annuncio del presidente che ipotizza di non acquistare più armi dagli Usa (il 75% dell’import militare filippino dal 1950, secondo il SIPRI di Stoccolma), ma dalla Cina e dalla Russia, riflette la necessità di riposizionamento di cui sopra, oltre alla possibilità di pagarle molto di meno (Pechino e Mosca avrebbero offerto vantaggiosi mutui a 25 anni).

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Xinhua nei giorni scorsi ha riassunto efficacemente la strategia del presidente-pistolero. Secondo l’agenzia di stampa cinese “il motivo per il quale Duterte vuole portare avanti una politica estera indipendente è evitare di rimanere aggrovigliato in un possibile scontro Cina-Stati Uniti o, peggio, venire schiacciato da un conflitto tra i due giganti”.

“Duterte – aggiunge Xinhua – ritiene che essere troppo legati agli Stati Uniti sia egualmente pericoloso che essere eccessivamente vicini alla Cina. Mira a posizionarsi a metà strada tra le due potenze per evitare di irritarle e per raccogliere i benefici di una relazione equilibrata”.

 

Secondo l’analisi dei cinesi, il dito medio e il “figlio di…” rivolti da Duterte a Obama nei giorni scorsi contano poco, e perfino l’annuncio della fine dei pattugliamenti congiunti nel Mar cinese meridionale va preso con le pinze, perché tra le Filippine e gli Stati Uniti restano interessi chiave comuni.

Duterte  ha promesso che quelle in corso dal 4 al 12 ottobre tra 1.400 soldati Usa e 500 filippini vicino alle isole contese tra la Cina e i suoi vicini asiatici saranno le ultime esercitazioni congiunte con Washington in quelle acque, mentre secondo Ysay continueranno fino a tutto il 2017 prima di venire riesaminate, come stabilito dal precedente esecutivo di Manila.

Xinhua ricorda che “gli Stati Uniti e le Filippine hanno sottoscritto tre trattati di difesa vitali: il Mutual Defense Treaty nel 1951, il Visiting Forces Agreement nel 1999, e lo Enhanced Defense Cooperation Agreement in 2014. Il ministro degli affari esteri, quello della difesa e le forze armate hanno tutti recentemente riaffermato la validità di questi tre accordi. Lo stesso Duterte, prima di essere eletto, aveva promesso di continuare ad applicare i tre trattati”.



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