Oltre la muraglia

Rohingya, perché Cina
e India remano contro
il resto del mondo




Con centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare il Paese e un numero praticamente incalcolabile di vittime, la crisi umanitaria che da settimane coinvolge i Rohingya, minoranza musulmana in territorio birmano, ha catalizzato l’attenzione delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. Ad aver ricevuto le critiche più dure è stata in particolare Aung San Suu Kyi, già premio Nobel per la pace, ministra degli esteri e leader de facto del governo birmano. Suu Kyi è stata accusata di non aver fatto abbastanza per fermare le violenze contro la minoranza musulmana, a cui è per altro negata la cittadinanza birmana.

 

La crisi dei Rohingya ha investito le Nazioni unite, dimostrando chiaramente che la vicenda non sarebbe rimasta affare interno alle istituzioni del Myanmar. Rispondendo alle domande dei cronisti, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres definito esplicitamente la crisi in corso “pulizia etnica”. Intanto Suu Kyi ha reso noto che il suo governo è impegnato nella creazione di un’agenzia che dovrebbe aiutare i Rohingya fuggiti in Bangladesh a tornare nel Rakhine, lo Stato occidentale del Myanmar da cui sono fuggiti a seguito della distruzione di interi villaggi e delle persecuzioni subite.

 

Se la catastrofe che ha coinvolto i Rohingya e il controverso ruolo della leader birmana hanno attirato l’attenzione degli osservatori internazionali e investito l’Onu ai massimi livelli, due delle potenze più influenti nelle relazioni con il Myanmar hanno invece appoggiato le scelte del governo di Naypyidaw: Cina e India hanno infatti ribadito il proprio sostegno al governo birmano nonostante quest’ultimo abbia ricevuto la diffida del commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite Zeid Ra‘ad al-Hussein.

 

Si tratta di una posizione prevedibile, soprattutto da parte cinese, dal momento che Pechino ha mantenuto tradizionalmente un approccio particolarmente ortodosso quanto alla non interferenza negli affari interni di altri Paesi, assurta a principio della politica estera cinese sin dalla definizione dei Cinque Principi di Coesistenza Pacifica, nel 1954. Il primo ministro indiano Narendra Modi ha inoltre espresso solidarietà al governo birmano, col quale ha detto di condividere le medesime preoccupazioni per l’estremismo islamico.

Nelle regioni del Xinjiang e del Kashmir, Pechino e Delhi sono impegnate nella repressione di movimenti separatisti di matrice islamica

Cina e India sono accomunate dall’influenza politica e culturale storicamente esercitata nei confronti della Birmania ieri e del Myanmar oggi. I due giganti asiatici si trovano però su posizioni molto distanti in tema di relazioni bilaterali e di politica internazionale. A parte il contenzioso sulla regione di confine del Doklam – che negli ultimi mesi ha visto le truppe indiane e quelle cinesi riposizionarsi sui rispettivi versanti del confine, portando la tensione tra i due Paesi a livelli preoccupanti, prima di riassorbirsi – le relazioni indo-cinesi soffrono della fondamentale inconciliabilità di un condominio di potenza nel continente asiatico. A dimostrazione di ciò la proiezione cinese nell’Oceano Indiano ha innervosito New Delhi, che considera quell’Oceano di propria pertinenza.

 

Nella crisi dei Rohingya, Cina e India si sono schierate dalla stessa parte, hanno sostenuto le autorità birmane e condannato le violenze dei gruppi di “estremisti religiosi”. Geng Shuang, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato che Pechino “condanna i violenti attacchi che si sono verificati nello stato del Rakhine e sostiene gli sforzi del Myanmar nel tutelare la pace e la stabilità dello Stato del Rakhine”. Pechino fa appello alla necessità di mantenere la stabilità in Myanmar, Paese in cui gli investimenti cinesi hanno superato i 18 miliardi di dollari e snodo fondamentale per la realizzazione della Belt and Road Initiative (BRI).

 

Da parte indiana, oltre alle dichiarazioni ufficiali, emerge in particolare la condanna degli “estremisti islamici” come responsabili delle violenze. A questo proposito sono emblematiche le dichiarazioni del presidente dell’Indian Council of Social Science Research, Braj Bihari Kumar, che ha invitato i birmani a non dimenticare come i Rohingya siano stati loro storici nemici e sollecitato il governo indiano a “non accettare” i rifugiati Rohingya in fuga dal Myanmar. Intanto i media cinesi non si sono fatti sfuggire l’occasione per sottolineare l’impegno umanitario di Pechino, che avrebbe fornito “duemila tende e tremila coperte” ai campi di rifugiati fuggiti dal Rakhine in Bangladesh.

 

Mentre Pechino e New Delhi mantengono relazioni di reciproco sospetto, la crisi dei Rohingya – e il potenziale di destabilizzazione che questa potrebbe determinare sul governo birmano – mette in evidenza esigenze condivise e possibili convergenze tra i due giganti asiatici. Seppure osservata da due prospettive differenti, la stabilità del Myanmar è funzionale agli indirizzi di politica estera di Cina e India. Entrambi i Paesi sono interessati da movimenti separatisti di matrice islamica che impegnano i rispettivi apparati di sicurezza in un’opera di repressione costante. Gruppi musulmani del Xinjang cinese e del Kashmir indiano sono infatti considerati responsabili di attività eversive e terrorismo a fini separatisti.

 

Più che una scelta, il sostegno al governo di Naypyidaw si rivela per Cina e India un’opzione senza alternative. Nonostante le critiche ad Aung San Suu Kyi e gli appelli a fermare la crisi del Rakhine siano arrivati da praticamente tutta la comunità internazionale – dall’Europa fino ai Paesi a maggioranza musulmana – Pechino e New Delhi non possono permettersi di non sostenere la stabilità nel Paese, soprattutto in considerazione della delicatissima fase che lo vede impegnato nella transizione a un assetto politico e istituzionale democratico.

 

Per la Cina, in particolare, il successo della transizione birmana assicurerebbe la stabilità del Paese e con essa gli interessi economici di Pechino in Myanmar. Parallelamente, la crisi dei Rohingya e le reazioni che ha determinato in Cina e India offrono ampi margini per una cooperazione tra i due Paesi, opportunità tra l’altro invocata da numerosi media cinesi. Che questo possa produrre un riavvicinamento strutturale e sostanziale tra Cina e India, però, resta un’ipotesi più complessa da realizzare.



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