Oltre la muraglia

Quei tre “no” di Seoul
che mettono in crisi
il guerrafondaio Trump




Pochi giorni prima dell’avvio del tour asiatico di Donald Trump (5-14 novembre), Corea del Sud e Cina hanno compiuto il primo passo verso la normalizzazione delle loro relazioni bilaterali, profondamente danneggiate dalla disputa, apertasi, più di un anno fa, in seguito alla decisione di Seoul di installare sul suo territorio il sistema di difesa anti-missile statunitense Terminal High Altitude Area Defense (Thaad). Sebbene ufficialmente sia una misura volta a contrastare la minaccia di Pyongyang, l’opposizione di Pechino è giustificata dal timore che questo “scudo” costituisca il primo passo verso un sofisticato sistema regionale di difesa missilistica in funzione anti-cinese.

 


Da un’analisi superficiale dell’intesa raggiunta tra sudcoreani e cinesi potrebbe sembrare che sia stata Seoul a strappare le condizioni migliori. Il boicottaggio commerciale operato in via non ufficiale da Pechino (le più colpite sono state le principali esportazioni sudcoreane in Cina e il settore del turismo, con perdite stimate attorno allo 0,4% del Pil sudcoreano) e le pressioni politiche cinesi non hanno convinto la controparte a tornare sui suoi passi: proprio per questo fonti cinesi hanno subito chiarito che la contesa non potrà considerarsi risolta finché il Thaad non verrà rimosso dalla contea di Seongju. Ciò che la Cina ha ottenuto in cambio non deve però essere sottovalutato in chiave delle future dinamiche regionali.

 

 

Il 30 ottobre, durante un’audizione all’Assemblea nazionale, il Ministro degli esteri sudcoreano, Kang Kyung-wha, ha chiarito che Seoul non accetterà l’arrivo di ulteriori batterie Thaad, ma soprattutto che non parteciperà ad alcun sistema di difesa missilistico che gli Stati Uniti vogliano impiantare nella regione e che la cooperazione di sicurezza con Washington e Tokyo non si trasformerà in un’alleanza militare trilaterale. Come emerge chiaramente, i già ribattezzati “tre no” costituiscono rassicurazioni strategiche di grande valore per Pechino e naturalmente non hanno riscontrato troppo favore tra le fila dell’amministrazione Trump.

La necessità di ripristinare pieni rapporti commerciali con Pechino, non ha finora permesso alla Corea del sud di sposare la nuova visione statunitense di una regione Indo-Pacifica libera e aperta

Tramite l’accordo con Seoul, Pechino è riuscita indirettamente a interferire nell’alleanza tra Corea del Sud e Stati Uniti – limitandone la portata futura – facilitata in questo dal fatto che nessun progetto, promosso dalle amministrazioni americane negli ultimi vent’anni, volto a modificare il sistema di alleanze bilaterali (hub and spokes) creato da Washington nell’Asia-Pacifico dopo la Seconda guerra mondiale, è mai riuscito a superare uno specifico ostacolo: il rapporto tra Tokyo e Seoul.

L’antagonismo storico, alimentato dalle controversie territoriali e dalle atrocità commesse dall’esercito imperiale giapponese durante l’occupazione della penisola coreana, così come le differenti percezioni di sicurezza, hanno fatto sì che le relazioni nippo-sudcoreane abbiano costantemente attraversato cicli di contrapposizione e di cooperazione. In tutto questo, il ruolo delle società nelle due democrazie asiatiche è diventato determinante nell’influenzare l’interazione tra i governi, soprattutto quando una questione relativa alla sicurezza nazionale si intreccia con il peso della memoria storica, come nel caso dell’accordo firmato nel 2015, inteso a trovare un consenso definitivo sulla dolorosa pagina delle cosiddette “donne di conforto” (le donne asiatiche costrette a prostituirsi a beneficio dell’esercito nipponico) ma che è giudicato inaccettabile dalla maggioranza dei sudcoreani e dall’attuale presidente sudcoreano, il progressista Moon Jae-in.

 

 

Il fattore della minaccia proveniente dal regime di Pyongyang ha favorito una cooperazione funzionale tra i due vicini. Per esempio, nel 2016 le parti hanno firmato l’Accordo per la sicurezza generale sull’informazione militare (GSOMIA) – vent’anni dopo che Seoul aveva avanzato per prima la proposta – volto alla condivisione di informazioni di intelligence riguardanti principalmente la Corea del Nord che può essere visto anche come l’ultimo tassello aggiunto da Obama al suo pivot to Asia.

Pechino-Pyongyang, si fa presto a dire: fermate kim Jong-un →


Allo stesso tempo, la questione nordcoreana impedisce che questa collaborazione si possa trasformare in un’alleanza formale che includa anche gli Stati Uniti. Il primo ministro Shinzo Abe, che ha trionfato nelle elezioni politiche dello scorso ottobre, sta cavalcando la paura generata dall’aggressività del regime di Kim Jong Un – soprattutto dopo i due recenti test missilistici che hanno sorvolato l’isola di Hokkaido – per procedere più velocemente al superamento dei vincoli imposti dalla Costituzione e “normalizzare” la postura di sicurezza e difesa del Giappone. Inevitabilmente, questa campagna è vista con sospetto dalla Cina e dalla Corea del Sud, acuendo la diffidenza del popolo sudcoreano nei confronti del vicino giapponese, dal quale ancora pretende scuse sincere per i crimini del passato.

 

Tutto ciò costituisce un rompicapo per la strategia nordcoreana di Washington che ha più volte tentato di mediare tra i due contendenti non potendo, e non volendo, prendere una posizione a favore di uno o dell’altro alleato. Il susseguirsi delle provocazioni da parte di Pyongyang però rinsalda l’intesa, anche personale, tra Abe e Trump mentre mette in luce il divario tra l’ordine di preferenze di Washington e Seoul rispetto non solo alla denuclearizzazione nordcoreane, ma anche al proprio posizionamento regionale.

 

 

Da un lato, Seoul è sempre più preoccupata di essere trascinata in un nuovo conflitto sulla penisola coreana dal “guerrafondaio Trump” – come è stato definito il presidente americano dai manifestanti al suo arrivo nella capitale sudcoreana – dall’altro lato, la necessità di ripristinare buoni rapporti con Pechino, il suo principale partner commerciale, non le ha finora permesso di sposare la visione trumpiana di una “regione Indo-Pacifica libera e aperta”. L’ennesima manifestazione del delicato equilibrismo che da anni tiene in scacco la politica estera della Corea del Sud.



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